Vivere senza soldi

Vivere senza soldi

 

Sono le nove e trenta. Torno dai primi giri mattutini. Mi sono fermato davanti al centro anziani e guardavo le espressioni dei pensionati impegnati nei giochi all’aperto. Le bocce, le carte, la morra. A quest’ora saranno già rientrati nel locali all’interno per ripararsi dall’afa. Comunque, erano totalmente assorbiti dal gioco, come se avessero superato il concetto del tempo, del proprio fisico intorpidito. Nonostante le pensioni basse e gli acciacchi. Le solitudini intime e la stanchezza di vivere. Sono restato a fissarli in disparte, colpito e un po’ invidioso. Poi, mi sono incamminato verso casa.

Ora siedo davanti allo schermo del computer. Fuori è già un’opprimente giornata di sole. Controllo dei vecchi appunti, il caldo e l’afa a farmi da cattive compagnie.

Un paio di anni fa, fiorivano due iniziative riguardanti lo scambio. Oggi non sono a conoscenza degli sviluppi legati al supermarket di Napoli, dove gli acquirenti potevano fare la spesa con una tessera. Al momento di pagare vedevano commutato il conto in ore da trascorrere presso i servizi sociali. Ognuno per il tempo che poteva mettere a disposizione e secondo le proprie specificità.

Ricordo anche la libreria di Bologna dove i testi non si acquistavano, ma erano in regalo affinché la cultura potesse circolare. Il progetto viveva con le donazioni dei lettori e anch’io spedii loro qualche mio testo. Non è solo per questo che spero siano ancora in attività.

Nella mia personale utopia, e cioè l’ipotesi di vivere senza lavorare, questi accadimenti sono paragonabili allo sbarco sulla luna. Diciamolo: ogni utopista è un grande teorico, ma anche un ingenuo, in qualche caso un fancazzista, un comico, e soprattutto (parlo personalmente), ahimè, un grande pirla. Però, non sono così sprovveduto da non considerare che il primo ostacolo a tali iniziative sia l’uomo stesso. La questione non è rappresentata dall’essere umano giacché insita in lui una forza maligna: opporsi a una società che deve produrre in eccedenza e che ha come scopo esclusivo il ricavo, camuffato per benessere collettivo, è impresa titanica. Richiede il sacrifico di una (o della) vita. La praticità e l’opportunismo, di solito, consigliano di adattarsi.

Analisi

A parte tutto, queste iniziative, in un sistema basato sul consumismo sfrenato, offrono un altro modello di analisi: l’esistenza basata su forme diverse dal denaro e anche forme diverse di interessi.

Che cosa ne sarebbe del tempo a disposizione di ognuno? Quale destino per chi considera il proprio ruolo professionale come metro umano e sociale?

La soluzione è nel problema posto. Lavorare su se stessi – su un modello d’individuo nuovo (o antico, dopotutto il baratto è nient’altro che riciclo) – non è semplice, ma costituisce il nodo primario. Essere o non essere? Avere e non avere? Avere o essere?

L’inattuabilità

Rivedere valori, obiettivi e ideali radicati da decenni è qualcosa di illogico. Qualcuno sosterrebbe, non a torto, che vari tentativi di società sono già naufragati nel 1970, come le comuni e che queste mie siano elucubrazioni che andrebbero solo a minare l’unico sistema di vita realmente possibile: l’attuale. Un’evoluzione, cioè, della società che ebbe inizio con la prima rivoluzione industriale (1750) e si sviluppò con la seconda (1870).

Dopo gli anni ’70 (1970), parallelamente al tramonto delle esperienze alternative, s’è avviato il processo di quella che è definita la terza rivoluzione industriale, attraverso l’uso dell’elettricità, lo sviluppo delle telecomunicazioni e, nel succedere del tempo, dell’era digitale. Insomma, viviamo nell’epoca più progredita. Che cosa prendere ancora?

La battaglia di retroguardia

Luciano Bianciardi le avrebbe chiamate battaglie di retroguardia. Ogni governo che s’insedia (o s’insinua?), deve fare i conti con il problema occupazionale e creare posti di lavoro. Una grande maggioranza la considererebbe una battuta giocata così tanto per fare un titolo, perché intervenire alla radice, bandire il lavoro e il denaro, eliminerebbe la questione obbligando a riconsiderare l’esistenza con tutta la sua giostra.

Figli di una vecchia canzone

Sono le undici della mattina e ho partorito questo articolo. No, non ho fumato erbaccia e né ho bevuto. Dev’essere il caldo, sì, che mi fa vaneggiare, perché di fronte al fiume che scorre, solo un trauma, un fenomeno naturale o un dolore, possono scuoterti.

Siedo davanti allo schermo del computer. Ripenso a quei vecchi che giocavano al centro anziani. Io ho cinquant’anni suonati e dal social apprendo che tra qualche giorno sarà il mio compleanno. Rido perché il brano che sto ascoltando ha un testo che accompagna bene queste mie righe, pure se c’è sempre una cosa che stona. S’intitola Sotto il segno dei Pesci e io sono di luglio, segno del cancro. Il fatto è che l’esistenza vola via e credo resti solo l’illusione di una felicità presunta. Perché ditemi, in fondo, da dentro di questo sistema, siete veramente felici?

 


Vivere senza lavorare

La maggioranza delle persone ha un lavoro che non la realizza, ma che gli consente di campare.

 

La questione sulla felicità (o su come si è spesa la propria esistenza), quando si supera una certa età, è frequente. Il costo della vita porta a vivere le persone sulla soglia della serenità: lavorare serve solo a questo. È lo schiacciamento che il lavoro produce sull’individuo il prezzo più alto da pagare. Felicità

È un luogo comune, ma anche una verità inappuntabile. Il tempo è un bene prezioso per noi stessi, meno per un datore di lavoro che troverebbe comunque un ricambio; il suo pregio aumenta quando la sua misura diminuisce. È un valore affettivo. Nel mercato del lavoro il nostro tempo si perde nel vortice delle richieste di assunzione e nella mancanza di occupazione, cioè di un’offerta soddisfacente. Il nostro spazio è strettamente legato al tempo che abbiamo in dote. E oggi, ne disponiamo sempre di meno. Felicità

Nella vita insegnano che la felicità è guadagnare. Le tue scelte saranno indirizzate verso qualunque occupazione ti consenta di accumulare il sufficiente per pagare i costi della vita stessa. In questa rincorsa frenetica non scorgiamo più alcuna bellezza, o meglio, non ce ne accorgiamo. Non per colpa, facciamo quel che il sistema ci suggerisce e ci consente di fare. È lui a dirci cosa ci piace. Felicità

Il cardine della società dei consumi è alimentare il desiderio, non raggiungere l’appagamento: la parola d’ordine è desiderare costantemente. Questa è in sintesi la vita di ognuno.

Felicità

Una rivoluzione comporta sacrifici, rischi, morte e immortalità, ma il trapasso arriverà in ogni caso. La prima fase del nostro mutamento, si dovrebbe basare a limitare i desideri, a selezionarli e raggiungere una completezza variabile per ognuno di noi. Dovremmo sospendere aspettative, giudizi; non dare nulla per scontato, nemmeno la vita e tutti gli atti che compiamo ogni giorno, dal camminare al mangiare, dal dormire al guardare.

L’esistenza è una cosa semplice. Sappiamo di avere un punto di conclusione (manca il dove come e quando) e dovremmo riempire lo spazio vuoto fin lì. E completare quello spazio con le cose che si sembrano belle, una passione, un vezzo, ma anche… una birra, casomai. Fare in modo che la propria esistenza assomigli a un’opera d’arte.

Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire.

La morte, il più atroce di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla, né per i vivi, né per i morti.

Epicuro – Lettera sulla felicità 

 


Dove sta la felicità

Sono un uomo tranquillo. Me ne starei beatamente nel mio quartiere incontrando quei tre o quattro amici che ancora conservo, ma non per questo sono chiuso, anzi, adoro uscire dal guscio, pure se non sembra. Non ho un gran senso della difensiva e come tutte le persone pacifiche, posso capovolgere il mio stato se si turba la mia quiete. Insomma, uno per i soldi, due per lo spettacolo, tre per essere pronto: non calpestate le mie scarpe di camoscio blu.

Una volta, osservando mio padre, sorridevo delle giornate dei pensionati. Da quando lui è mancato, i ricordi riaffiorano sotto una luce diversa. Rammento le passeggiate insieme, ricordo il sabato quando lo accompagnavo in campagna a prendere il vino dal vinaio, oppure l’acqua alla fonte. Era forse un sistema primitivo di esistenza perché molti aspetti giravano intorno al procacciarsi da mangiare e da bere. Ripensandoci, non era così male e non lo sarebbe nemmeno ora. Sono felice quando ritrovo i ritmi di un tempo e riesco ad allontanare la frenesia che mi strozza.

A quei ricordi si frappone la vita com’è adesso. Un lavoro è alla base dell’esistenza di una persona, eppure gli leva anche tanto. Se da una parte la distrae dagli ostacoli che la vita pone, dall’altra la distoglie dalla felicità, perché perseguire pedissequamente obiettivi di altri, toglie il fiato e la gioia di vivere, attenta all’armonia di cui si ha bisogno. Sono davvero pochi quelli che svolgono una professione o un mestiere che amano, ed è un grande privilegio.

 

Ci è stato insegnato solo a produrre, anche tu, proprio tu nel tuo piccolo, devi fare la tua parte per sentirti integrato. Ti servono soldi per campare perché vivere costa sempre di più. Non è previsto un mondo senza stress, anzi, lo stress è il motore primario: ti scuote, ti muove, ti consuma, anche se ti senti a posto proprio perché lavori. In realtà bruci come la carta.

Nel corso delle mie passeggiate, ho incontrato due vecchi amici. In altri tempi ci saremmo persi in discussioni riguardo al prossimo referendum oppure avremmo parlato della morte di Fidel, a prescindere dalle valutazioni personali; o avremmo parlato del derby di calcio: invece, abbiamo discusso delle nostre miserie, della vita che ti assorbe e ti risucchia nei suoi ingranaggi, di aziende che ti opprimono togliendo quei pochi momenti di respiro, di convivialità.

Quando pensi a dove risiedano la serenità e la felicità, ti senti così stupido, così puerile. Ti perdi nelle rincorse, non ti puoi fermare se vuoi restare in piedi. Non consideri che presto o tardi, invece, finirai a terra.

Recentemente, stavo leggendo La casa sulla collina di Cesare Pavese. Un testo che, chissà per quale motivo, mi era sfuggito. Alzarmi mentre tutti dormono è cosa che ancora mi regala un brivido e così ho preso l’abitudine di leggerlo a notte fonda, quando i rumori sensibili diventano netti. Pavese racconta storie di guerra, di civili che scappano o si rifugiano, di come un conflitto ti toglie le poche certezze, i rari agi. Sfiora l’attesa della morte che – in fondo – ti solleva da una situazione invivibile. È molto attuale o almeno, io l’ho sentito così. Ho pensato ai lavoratori braccati e alla mercé di contratti sempre più restrittivi, spazi di esistenze che svaniscono perché il loro tempo appartiene al padrone – uso ancora questo termine retorico – che li paga. È guerra anche questa, diversa, ma lo è.

Ti accorgi – bella scoperta, eh? – che non sei più quello di qualche anno addietro. I giovani ti sfottono, i tuoi superiori ti farebbero fuori elegantemente, dopotutto ti disprezzano. Ti guardi e ti vedi proprio uguale a tuo padre, che non c’è più. Fissi quell’immagine e ripeti: dov’è la felicità? Sono certo che esista, ma devi andare a prenderla, nessuno te la regala, anzi, è spacciata per qualcos’altro. Questo presume una lotta che può durare tutta la vita, senza tuttavia raggiungerla.

Sento parlare, quasi sempre a sproposito, di rivoluzione. Una rivoluzione presuppone il sovvertimento di un ordine costituito, e allora vorrei dire a un giovane rivoluzionario, di inventare un mondo che contempli l’esercizio di non lavorare e che riesca ad andare avanti lo stesso. La chiameranno utopia adolescenziale, ma tutti l’abbraccerebbero, passato il giro di boa.