Veri uomini: domande senza risposta

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A volte mi capita di rimanere incastrato in vecchie domande senza risposta, interrogativi datati che probabilmente mi hanno soltanto complicato la vita, ma in fondo tutti noi siamo anche e soprattutto questo: complicati, e dobbiamo convivere.
Oggi è il turno del vecchio Bob, colui il quale John Winston Ono Lennon, mio mentore, chiamava col vero nome e senza confidenza, Zimmerman, a evidenziare la distanza identitaria tra mito e persona: quante strade deve percorrere un uomo, prima che si possa chiamare uomo? – chiedeva in versi il poeta di Duluth, rispondendo all’interrogativo in maniera che adesso mi appare furbesca: la risposta sta soffiando nel vento. Te la sei cavata facile, vecchio bastardo, lasciandoci a distanza di cinquant’anni e più, con gli stessi punti in sospeso.
Mentre scrivo, il brano è in sottofondo, ma non mi aiuta e così devo scavare e scavare e scavare. I raggi del sole filtrano dalla finestra, rinnovando il ricordo di vecchie ottobrate autunnali e l’atto di portare alla luce una rimembranza, come un contadino che lavora la terra con la vanga e con la pala, può sembrare ridondante, retorico come la risposta di Zimmerman.
L’essere umano, per rifuggire l’improbabile e dolorosa ricerca di se stesso, si rifugia nel gruppo, nella maggioranza, negli interessi comuni, nelle abitudini. Le minoranze, anche, sono gruppi che qualora superino un numero imprecisato, diventano esse stesse numerose. Voglio dire che, a ben vedere, non esistono maggioranze o minoranze, ma solo schieramenti. Questa precisazione, però, non è fondamentale.

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In ogni schieramento, c’è sempre una classifica sottile, in cui il meno uguale agli altri, quello che s’è dovuto per forza di cose mettere in quel posto perché un posto adatto a lui non c’era, costui, insomma, è tenuto in disparte o in casi più gravi, preso di mira.
Potrebbe trattarsi di emarginazione quando in realtà, quest’ultimo è il vero emancipato perché ha cercato se stesso, s’è accettato, vive la propria condizione con serenità.
È la maggioranza – quella che passa il tempo a parlare di lui – a veder minate le proprie certezze e assiste al vacillare dei propri equilibri.

Quando lavoravo al supermercato, anche se sarebbe meglio scrivere quando mi recavo sul posto di lavoro, c’era tra i miei colleghi una persona omosessuale. Grazie al suo carattere gioviale ed estroverso, non se la prendeva mai per il nostro ridere di lui. Anzi, sembrava compiaciuto e quasi lo alimentava regalandoci ogni giorno nuovi spunti. Noi… eravamo saccenti, convinti della nostra superiorità e virilità, confortati in questo da una tolleranza ipocrita e dai numeri schiaccianti: tutti contro uno.
Tutti, e quando scrivo tutti, non mi riferisco alla maggioranza, ma all’assoluto: non c’era uno di noi che non parlasse col suo tono effeminato, col suo intercalare costituito dai versucci e dall’inconfondibile risatina di cui non trovavo altra definizione che frocesca.
Quando tardava, lo aspettavamo. Quando restava in silenzio, lo andavamo a provocare, certi che ci avrebbe regalato una riflessione o un doppio senso che ci avrebbe permesso di tirare avanti un’intera giornata.
Non potevamo più fare a meno di lui e non ce ne rendevamo conto. Era davvero una febbre. Parlavamo in continuazione con la sua voce, soprattutto quando lui non era presente, davanti ad astanti e clienti abituali del supermercato. Perfino le ragazze ridevano, quando ci ascoltavano o ci rivolgevamo a loro con quel tono femmineo che non riuscivamo più a dominare. Ci veniva spontaneo e credo che nel quartiere molti pensassero ormai che la caratteristica di quel negozio fosse di assumere personale omosessuale.
Aveva preso il sopravvento ed era incredibile come una persona sola riuscisse a sovvertire un ordine così inflessibile. C’è da aggiungere che noialtri eravamo solo delle macchiette perché consideravamo gli omosessuali parlare in quel modo. Il nodo del post, non è l’omosessuale, ma l’uomo.
Quindi, per tornare a Dylan e a quanta distanza deve percorrere un uomo per definirsi tale, oggi posso dire che la risposta è in un’altra domanda, quella di Joe Jackson: cos’è un vero uomo?

 

                                           

I veri uomini

 

Riporta la mente indietro, non ricordo di preciso a quando
ad un periodo in cui sembrava sempre
che fossimo solo noi e loro
ragazze che si vestivano di rosa
e ragazzi che si vestivano di azzurro
ragazzi che sono diventati uomini migliori
di me e te

Cos’è un uomo oggi, cosa significa uomo?
E’ rude e brusco?
E’ colto e pulito?
Oggi tutto cambia e deve cambiare ancora di più
perché pensiamo di stare migliorando
ma nessuno ne è davvero sicuro

E va così, va e viene
Ma ogni tanto ci chiediamo chi siano i veri uomini

Vediamo ragazzi carini ballare a coppie
Orecchino dorato, abbronzatura dorata
Capelli cotonati
Sono tutti etero, sicuramente
Tutti i gay sono dei macho
Non vedi i loro vestiti di pelle come sono lucidi?

Non vuoi sembrare stupido, non vuoi offendere
perciò non chiamarmi frocio
a meno che tu non sia un amico
allora se sei alto, bello e forte
puoi indossare l’uniforme e giocare con me

E va così, va e viene
Ma ogni tanto ci chiediamo chi siano i veri uomini

E’ il momento di aver paura, il momento di cambiare piano
non so come trattare una ragazza
non so come essere un uomo
Il momento di ammettere, ciò che tu chiami sconfitta
perché ci sono donne che ti superano ora
e tu ti stai trascinando

Un uomo costruisce un fucile, un uomo va in guerra
un uomo sa uccidere e un uomo sa bere
e andare a puttane
Uccidi tutti i neri, uccidi tutti i rossi
e se ci sarà una guerra tra i sessi
non resterà più nessuno

E va così, va e viene
Ma ogni tanto ci chiediamo chi siano i veri uomini

 

Joe JacksonReal men – 1982 – Night and day

 

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