Una foglia

 

 

Una foglia sta cadendo dall’albero. La osservo nella sua leggerezza, oscillare come se fosse a rallentatore. Quella foglia continuerà a cadere con la medesima ciclicità per altre stagioni: non quella foglia, ahimè, ma un’altra e poi un’altra ancora. 

Milioni di altre cose, in altrettanti posti, accadono con la stessa sincronia. Fatti grandi e piccoli, banali e inconsueti.

L’umanità è afflitta da un Alzheimer collettivo del cui peso è ignara. Difficile stabilire l’entità di una memoria storica, ma suppongo che la sua durata sia sempre più breve. Un ricordo, perfino il più tragico, è un onere dal quale si fugge per motivi disparati che vanno dall’opportunismo alla malafede, dalla diffidenza all’indifferenza.

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Figli della scorciatoia e della strada breve, della fenomenalità e della tendenza, profeti della velocità d’esecuzione e del consiglio pratico, la prepotente necessità di un palco dove esibirsi pur senza competenze, è la panacea di un edonismo senza limiti che prevede solo un posto sulla terra che ovviamente è del vincente.

Il cadere discreto della foglia è lì a ricordare i limiti che preferiamo non valutare. La memoria appare pericolosa, il ricordo doloroso. Passeremo e resterà di noi l’anonimato o un busto mai elevato o, seppure fosse, ignoto.

Il sole scalda i colori dell’autunno inoltrato. Dal punto in cui mi trovo, superato con lo sguardo un lungo filare di pini a ombrello, si staglia sul piano ottico il profilo dell’Acquedotto Claudio, anno 38 d.C. Il mio pensare è distratto dai giochi di due Labrador che si rincorrono nell’area adibita ai cani. Sorrido e guardo l’orologio. È ora di tornare.

Lungo il viale alberato, un tappeto di rami secchi. M’incammino, un’altra foglia si stacca e mi pare quasi che prolunghi la sua discesa, come un cenno. Ricambio l’ossequio, la raccolgo e la conservo nella tasca.

 

 

 

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