Termini geneticamente modificati dalla pubblicità

 

Termini geneticamente modificati dalla pubblicità

Termini geneticamente modificati dalla pubblicità

 

Tempo fa un collega di lavoro mi raccontò una storia. La figlia gli chiedeva dei soldi per l’acquisto di un nuovo cellulare. La ragazza rassicurava il padre che li avrebbe restituiti in sei comode rate. Ridemmo, io e lui, per quell’uscita: sei comode rate. Chi è che parla così?

I ragazzi definiscono delle rate comode perché, nella maggioranza dei casi, non sono loro a sottoscriverle. Quando ero più giovane guardavo a questo genere di cose come si guarda uno scaffale pericolante. Prima o dopo cadrà sulla testa di qualcuno o ancora peggio, avrà un effetto domino sull’esistenza.

Umorismo a parte, il linguaggio pubblicitario con luce distorta indica la direzione, ti perseguita su internet o per posta. È la vecchia finanziaria che continua a scriverti dopo anni che hai esaurito il debito e ora vuole premiarti perché sei stato un ottimo pagatore. Sono i termini geneticamente modificati, svuotati della propria etimologia e farciti di altri significati. Se la ragazza che parla di sei comode rate da restituire al padre, parlerà di comode rate anche quando sarà una madre di famiglia, ben sapendo che le rate non sono certo comode, vorrà dire che lei avrà assimilato un’alterazione impropria del termine che condurrà a una miopia di massa e all’olocausto linguistico.

La pubblicità da una parte è l’anima del commercio, dall’altra è un’infezione che attacca un organismo debilitato come la nostra comunità. Si insinua come un virus, anzi è un trojan killer, un’applicazione apparentemente innocua che nasconde un morbo. Noialtri lo abbiamo contratto da ragazzini, si chiamava Carosello e ancora oggi lo ricordiamo con nostalgia. Se siamo ancora qui, è solo perché siamo abituati a tutto e i nostri pensieri sono anestetizzati, le nostre anime sono simili a quelle dei ratti che mangiano di tutto perché il proprio organismo, ormai, è impermeabile a qualsiasi veleno.

 


Fratello grande

Stanche giornate di primavera. Le vacanze ancora lontane. L’instabilità del tempo.

Le serrande di molti negozi sono state sostituite da portoncini di abitazioni. Gli sfrattati hanno profittato del fallimento degli esercizi commerciali e adesso ci vivono dentro. Una ragazzina sgrulla la tovaglia  sul marciapiede. Un uomo sorseggia la tazzina di caffè dalla finestrella che dà sul viale, un altro legge il giornale su una poltrona in strada.

I passanti non esistono e non devi preoccupartene se vuoi restare sano di mente. Ti disprezzano con sarcasmo e gentilmente ti evitano. Usano i loro pensieri per sottolineare una tua predisposizione al disagio. Non avevo mai riflettuto su quanto vivere in bilico potesse essere così fastidioso agli occhi altrui. L’indecoroso cerimoniale di una vita agra fa ombra perfino ai cartelloni pubblicitari.

Credi sia ingiusto tutto questo, ma è solo sbagliato farsi vedere. Eppure, quando penserai di averci fatto l’abitudine, ti accorgerai di aver comprato a rate una fetta di dignità. La dignità. Già, quella considerazione che molti pensano di contenere.

Una signora, seduta sulla macchina parcheggiata davanti alla porta di casa, attende che si asciughi lo smalto sulle unghie. Urla in dialetto napoletano al figlio di non giocare a palla in mezzo alla strada perché comincia a piovigginare: – Guaglìò, stattè accuort’, schizzecheà!

È tutto aperto, senza nient’altro nei cassetti, se non la stanchezza di un respiro. Sembra una rappresentazione di Brutti sporchi e cattivi, ma non lo è. Dalla finestra filtra il sonoro della tv. Qualcuno sta guardando il Grande Fratello. Mi viene da sorridere amaramente. Davanti a me, un Fratello Grande più di quello televisivo, ma non fa alcun ascolto.

 


Ci mancherai da morire - Il funerale in televisione

Carenza di creatività. Idee di pessimo gusto. Il buon senso che latita. In televisione va in onda ogni tipo di reality. Tra un po’ di tempo assisteremo anche alle esequie. Tutto sarà perfetto. Le testimonianze delle amicizie d’infanzia e di quelle dell’adolescenza. Il primo bacio. Gli aneddoti. I familiari. Il percorso scolastico e quello professionale. Le profezie, i pregi, i difetti del de cuius. L’agenzia finanziaria che ha concesso il primo prestito e che, già che si trova in tv, sponsorizza la puntata. E ancora, la banca presso di cui il caro estinto accreditava lo stipendio e che, già che si trova in tv, è il secondo sponsor della puntata. I vicini di casa. Il cantante preferito che ovviamente curerà la colonna sonora e che, già che si trova in tv, parlerà anche dei suoi nuovi progetti. Ad aggiungere del pepe spunterà un presunto amante. Per aumentare la suspense, emergerà un fatto misterioso che nessuno dei congiunti conosceva. Molto utili sarebbero dei filmati attraverso i quali il defunto si raccontava. Insomma, sarà un vero show!

Solo uno scherzo?

Tranquilli, sto scherzando: manca ancora il format sull’estremo saluto… cioè, manca poco. Non sono un consumatore dei reality. Non sono neanche contro. Resto indifferente. Qualche volta ne fruisco quando m’impazzisce lo zapping.

L’altra sera assistevo a un format sul matrimonio al buio. Non ricordo il titolo esatto: gli sposi non si conoscono, si vedono per la prima volta davanti all’altare e devono sposarsi. Colpisce la presentazione dell’una all’altro tra imbarazzo e curiosità.

Ci sono tutti gli ingredienti. Sarebbe anche divertente, se fosse una trasmissione fasulla. Ignoro le statistiche riguardanti le unioni di coppia, non so dire se siano in calo e in questo caso, potrebbe essere una trovata per incrementarle.

Matrimonio

I tempi sarebbero maturi per abolirlo, al matrimonio. Amarsi sempre, sposarsi mai, ripetono i divorziati. Qualunque sia la posizione di ognuno, credo che l’idea di sposarsi senza conoscere il proprio compagno o la propria compagna, in realtà, sia datata: c’era un tempo in cui a decidere un’unione non erano i diretti interessati, ma le famiglie. Le donne subivano la scelta, in qualche parte del mondo è ancora così e ci appare come una cosa aberrante.

Ora, a suggellare tutto questo, c’è la televisione. Capisco: è la legge dello spettacolo, a molti piace emozionarsi, piangere davanti allo schermo e quale migliore occasione se non un matrimonio? E poi, la ragione è di chi fa ascolti.

La televisione

Non intendo criminalizzare la tv. Sto rimarcando una mancanza d’idee (questa del matrimonio è un vintage pericoloso). Mi dispiace scadere nel moralismo, ma scrivere che sposarsi non è un gioco televisivo, è fare dietrologia? Se è così, me ne dolgo; così come prendo atto di quanto sia diventato sottile il margine tra la predica e il buon gusto. Ed è su questo che gioca il creativo della televisione.

Non sarei in grado di insegnare la vita a nessuno, ma certe trasmissioni sono figlie del fondamento per cui tutto fa spettacolo, come il selfie davanti a un incidente o sopra le macerie di un crollo. Basta navigare in rete per trovare testimonianze del genere.

Ecco perché, amaramente, annuncio l’arrivo del nuovo format. Magari sarà con un altro titolo e con parametri consoni, ma sono convinto che i tempi saranno presto maturi per Ci mancherai da morireIl funerale in televisione. (Non) Mancate!

 


Ristorazione e televisione: i format della gastronomia

Non sempre andare in televisione fa bene all’immagine. Da qualche anno, in tv è scoppiata la mania del ristorante e delle sue declinazioni: pub, osteria, bettola, trattoria, cucina domestica, pizzeria. Osti, gestori, cuochi, responsabili di sala, chef o presunti tali, si sfidano a colpi di sapienza culinaria.

Si tratta di format importati dall’estero, aspetto paradossale giacché l’Italia trionfa da sempre in cucina o almeno così pensiamo noi italiani. La fortuna di un programma si misura dal fatto che la gente comincia a esprimersi con i termini che ascolta. Sorrido quando parlo con qualcuno che mi trattiene per un quarto d’ora con il concetto di sapidità del pecorino per poi uccidermi con deglassare o dressare. Mi ricorda i tempi gloriosi della vela in Italia, quando tutti si alzavano alle quattro del mattino per vedere Azzurra o Luna Rossa, come se fossero stati da sempre amatori di questo sport. Parlavano di alaggioabbrivio, bolinagalocciaranda e sassola. Ridevo di loro perché a me ricordava gli epici cazzia la randa di fantozziana memoria.

La ricchezza del nostro paese è la cucina regionale, ovviamente diversa l’una dall’altra ma ricca in modo uguale. Venti regioni per venti proposte culinarie di livello. Se poi aggiungiamo che le differenze esistono anche in ambito di una stessa regione, la media si alza notevolmente.

La televisione tutto questo lo mostra. Fa discutere che ormai non esista una proposta televisiva originale italiana, ma questo è un altro discorso. L’idea è molto buona. Funziona, gli ascolti sono alti, gli chef conduttori mostrano una preparazione e una padronanza assolute. A loro va il merito di portare il dietro le quinte del mestiere alla conoscenza delle masse.

L’aspetto che mi colpisce, però, è il profilo del ristoratore italico: emerge una figura presuntuosa, permalosa, spesso in malafede perché, se nell’ambito della trasmissione criticare la concorrenza è chiamato fare tattica, ciò che arriva dallo schermo è la slealtà. Come chiamereste voi, un discorso del tipo: sì, questo è buono, mi allieta il palato ma (arrampicata sugli specchi), il mio voto è quattro?

Da queste gare, risulta quanto gli addetti del settore siano assolutamente rigidi e inflessibili con i competitori, ma molto elastici e clementi con se stessi e quando non possono fare a meno di ammettere una mancanza la imputano al proprio staff. Ogni appunto che arriva alla cucina, è accolto di solito con sarcasmo dal cuoco di turno. Definire acide le reazioni degli chef sul proprio lavoro, è puro eufemismo.

Non è un dato da sottovalutare quello della simpatia e quel che arriva del ristoratore a chi è davanti a uno schermo. Spesso ho pensato: io da lui non andrei mai. Apparire, in questi casi, è controproducente.

Un altro aspetto su cui vorrei soffermarmi è quello degli alimenti. Stiamo parlando di un lavoro particolare e gli affari sono affari. Un ristoratore considera gli alimenti come una merce con cui deve fare il business. Sentirli parlare, ascoltare lo chef che dice: in cucina non si butta via niente, a me telespettatore e cliente, non piace. Posso interpretarlo in modo diverso: quello che dovresti buttare, lo fai mangiare a me.

È un concetto che va bene a casa propria, non per un negozio. Ricordo la volta in cui ordinai una pizza capricciosa da asporto. Il forno era a vista. Il pizzaiolo teneva gli ingredienti davanti al fuoco per praticità. Quando mise il prosciutto sulla pizza, contenuto in una vaschetta di plastica, si vedeva da distante che non aveva un bel colore. Arrivato a casa, la pizza puzzava del rancido del prosciutto. Non ordinai più per due anni in quel posto.

Il senso degli affari è anche considerare questi aspetti. Perdere clienti costa molto di più che eliminare un alimento.

Chi lo dice che in cucina non si butta via niente? La tv è un’arma a doppio taglio, gente. Fate attenzione alla punta del coltello, quando si rivolta.

 

 

 

 

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