Sua Maestà il denaro

Sua Maestà

Sua Maestà il denaro

Introduzione

Dio è il concetto con cui noi misuriamo il nostro dolore, cantava John Lennon in God nel 1970. Anni d’idealismo, ingenuità, contestazioni, ma anche ipocrisia. Oggi, sotto i ponti dell’esistenza è passato di tutto e io formatterei quel vecchio adagio togliendo Dio e inserendo Denaro, oppure aggiungerei Denaro subito dopo Dio. A ogni modo, il prodotto non cambierebbe: Denaro è il concetto con cui noi misuriamo il nostro dolore.

Tempi

Il segno dei tempi? Probabilmente no, il denaro, detto anche il vile e lo sporco, è sempre stato un cardine su cui poggia ogni società e adesso noi abbiamo una percezione più forte rispetto al passato. Siamo figli delle Stelle e pronipoti di Sua Maestà il denaro, sussurrava per l’appunto Franco Battiato. Prerogativa della musica leggera è di condurre qualche banalità accantonata con troppa fretta, di lasciare ai posteri un epitaffio.

Utopia

So bene che ogni utopia è puerile e figlia dell’ingenuità. Porta con sé dosi massicce di incoscienza. Si diceva lo stesso anche per l’energia rinnovabile e la macchina elettrica, prima che qualcuno le ipotizzasse. Il mio augurio è che le nuove generazioni di economisti, riflettano sull’uso del denaro e sul fatto che se non esistesse, non bisognerebbe affrettarsi a concepirlo. Ciò non tanto perché toglie il sonno e genera affanni, quanto perché l’accumulo produce disastri in serie come i conflitti. Non a caso, un detto popolare recita: ha tanti soldi che può fare una guerra. Ovviamente al centro c’è sempre la follia dell’uomo e la brama di potere. Sembra che il denaro crei demenza e squilibrio mentale. Questo accade non all’inventore di un medicinale o di un oggetto d’uso comune, non certo a Michelangelo o al Bernini che io sappia, ma sempre al tizio nella stanza dei bottoni.

Effetti

Una fede – così come un ideale o una passione – lascia il posto a quel che realmente determina le nostre vite: come cambierebbero queste, con flussi maggiori di soldi nelle tasche oppure senza il minimo cui siamo abituati? Le nostre esistenze, segnate da scadenze di rate e di bollette, puntuali come le feste comandate – per non citare le cartelle esattoriali – subirebbero dei contraccolpi di natura diversa, secondo le due opposte eventualità.

Il povero papà, risparmiatore per caso, noto nella cerchia dei parenti per la parsimonia che derivava dal non aver posseduto mai niente, ripeteva, sospirando con l’ovvietà tipica di scopre l’acqua calda, che ” … eh, i soldi non te li regala nessuno… “, come se dopotutto si aspettasse un giorno, non un dono, ma almeno un tredici al totocalcio, che ai tempi era l’aspirazione della classe piccolo borghese.

L’artista stesso, ammansito dal benessere in giacenza nei propri conti, chissà se avrebbe scelto la medesima strada, nell’ipotesi che non ci fosse il denaro a determinarne lo spessore. Come lui, lo sportivo o il personaggio di successo del quale non abbiamo ancora capito le competenze cui, però, un tipo di società oggi predominante garantisce molto più che i famosi quindici minuti di notorietà millantati da Andy Warhol. È una società che educa, in primis, ad avere il culto e – in modo ipocrita – il rispetto del denaro che poi genera la scorta. La solidarietà, in questi casi, appare come una purificazione, il lavarsi dal peccato dell’accumulo.

La lista sarebbe infinita, per ammiccare facilmente una platea basterebbe aggiungere politici, affaristi e imprenditori.

Definizione

Un’accademia letteraria interverrebbe presto o tardi a definire la differenza tra valore e prezzo, senza dubbio necessaria ma, ahimè, soltanto consolatoria e con un retrogusto dal sapore di aglio perché pochi, tra chi sente – o crede – di aver un valore, vivono la propria condizione appagati dal profumo della gloria, rischiando, col passare del tempo, di trasformarsi in grigi archivisti delle proprie frustrazioni.

Non corre questo pericolo chi sceglie e agisce basandosi sul prezzo di un’offerta ricevuta. In un certo senso, quindi, si tratta di ognuno di noi, se è vero che ogni essere umano ha un prezzo. Capacità illimitata di adattarsi alle circostanze, praticità, esente per sua natura da scrupoli che definisce masturbazioni mentali, lui ha un perenne sorriso stampato sul viso, e sarebbe strano il contrario. I vizi son virtù di cui si compiace. Si circonda di simili che lo adulano e dei quali fa incetta scegliendoli nel cesto delle offerte promozionali del grande mercato esistenziale che la vita è. E col benessere raggiunto può dir quello che vuole, anche di essere un creativo e forse ancor di più: Dio stesso, tanto nessuno si permetterebbe di contraddirlo.

Celebrazione

Torniamo, così, ai versi di Lennon: Dio è un concetto attraverso cui misuriamo la vita. È un dio diverso, adesso, lo dice Vasco onestamente: conta sì il denaro, altroché… altro che chiacchiere. Noi lo veneriamo e lo celebriamo, ma non lo facciamo certo per passione, come la Bocca di rosa di De André, e non mettiamo l’amore sopra ogni cosa: noi siamo le zoccole che sgomitano per diventare escort, sognando, un giorno, di salire a bordo di uno yacht e partire per una meta esotica a rifarsi una verginità. Già, perché alla fine, il peso dell’integrità morale si sente. Nessuno ammette di aver fatto marchette soprattutto tra chi ne fa per sopravvivere. Diverso il discorso su chi si sputtana perché ha una propensione ad aggirare ostacoli. Lui ha disconosciuto scrupoli, rimpianti e rimorsi.

Epilogo

Il problema fondamentale che segna l’esistenza, semmai, è che ai comuni mortali non li compra nessuno, se non hanno qualcosa che farà arricchire qualcun altro. Il paradiso cui ambisce il credente non è di questa vita, ma se c’è, sarà forse una condizione mentale. È l’unico posto dove il denaro non serve. La mia immaginazione non arriva a tanto. Questo è un limite, non una colpa. Sono quei pensieri che ti attraversano mentre ti accorgi che gli anni cominciano a correre, si sommano e legittimamente, saranno sempre di meno. L’ora fatale probabilmente è ancora lontana, ma tu non hai più i nonni da un bel pezzo e nè i genitori, gli zii son rimasti in quattro, il numero di parenti e amici comincia ad assottigliarsi. Dovresti prepararti e non ci hai mai pensato. Sosteneva Epicuro nella Lettera a Meceneo, conosciuta come Lettera sulla felicità, che quando ci siamo noi, non c’è la morte, e quando ci sarà la morte, non ci saremo noi: quindi, perché affannarsi?

Eppure, in quello che sembra un viaggio musicale, viste le citazioni, s’insinua il brano di Brunori Sas e io mi ci specchio dentro, anzi, mi tuffo, pure se non so nuotare.

 

La verità, è che ti fa paura, l’idea di scomparire,

l’idea che tutto quello a cui ti aggrappi, prima o poi, dovrà finire…

 

 

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