Storie di calcio

 

 

Storie

Storie di calcio

 

 

Beh, la nostra era un’armata Brancaleone. Dovevamo sfogare gli impeti adolescenziali e avevamo bisogno di sognare. Il calcio, prima delle ragazze o della musica, era una misurazione di quello che sapevamo fare di buono. Un parametro traditore, come conferma la vita.

L’età adulta avrebbe sovvertito quell’ordine o in qualche caso lo avrebbe acclarato, ma a quell’epoca non se ne preoccupava nessuno. Chi non ha passato tutto il tempo per strada a giocare o a litigare?

Era la libertà, quella che poi viene negata o a cui rinunci inconsapevolmente per diventare chissà che cosa: niente, in fondo. No, non rimane proprio niente. A che cosa serve essere il primo degli ultimi?

Per quanto mi riguarda, ho imparato a bucare senza vergogna. E per paura di soffrire ti allontani dalle cose. Tutti i falliti cercano un successo che li riscatti.

 

 

 

Giocavamo un 4-4-2 prima ancora dell’era sacchiana, più per la necessità di non seguire l’avversario che per consapevolezza. Uno schema che in mezzo al campo poteva essere in linea, ma anche disposto a rombo. Questa era la nostra formazione.

 

Portiere: Tony il foggiano. Un fascio di muscoli che guidavano la difesa con potenti rigurgiti. Poco sicuro tra i pali, ma con una grande forza nelle braccia che lui manifestava alzandosi sulla traversa, distraendo avversari ma soprattutto i nostri difensori. Quando la sua capoccia, tesa per lo sforzo, lentamente sbucava oltre l’estremità della porta, emetteva un’eruttazione che era insieme grido di battaglia e… rabbia sociale. Un leader poco silenzioso. Se devo paragonarlo a qualcuno, almeno per la pazzia, direi che ricordava Massimo Cacciatori, il portiere di Sampdoria e Lazio.

Laterale destro: Gennaro il foggiano, cugino di Tony. Aveva un fisico roccioso ed era lento sullo spazio breve come anche sul lungo. Il suo era un piede maleducato ma pericoloso: o gamba o palla o aria, le tre scelte su cui scommettere. Carattere impavido, temperamento utile in risse e nelle situazioni in cui c’era da farsi rispettare. Grande sintonia con il parente: dopo un pranzo di caponata, con le proprie bocche di fuoco, riuscivano a sgomberare la nostra area di rigore dalle incursioni avversarie. Quando le basi mancavano, ci si arrangiava con maniere alternative. Un paragone? Pasquale Bruno.

Laterale sinistro: Gramsci, l’intellettuale. Origini baresi, era il bello della squadra, nonostante un quarantasette di piede gli impedisse un normale rapporto con la pelota. Alto e legnoso, riusciva a correre solo in avanti ma non in diagonale, perciò poteva limitare i danni giostrando sulla fascia, perché almeno da quella parte, oltre la rete di recinzione non poteva andare. Lo mettevamo in formazione soprattutto per il pubblico femminile, incoraggiandolo a indossare le scarpe strette, che per lui corrispondevano a un comodo quarantaquattro. Non paragonabile a nessuno per qualità tecniche, ma per la bellezza direi il Bell’Antonio Cabrini.

Libero: il Bestemmia. Difensore statico, ma con un buon senso della posizione, era in possesso anche di una gran botta dalla distanza. Nel corso della partita – come della vita, del resto – era solito appellarsi a Santi e Beati, una lista di cui era soprattutto autore. Le sue citazioni erano originali e adatte a ogni circostanza della gara. Nel suo modo di giocare ricordava un po’ il capitano romanista Agostino Di Bartolomei (pure se il Bestemmia teneva per la Lazio) e un po’ il tedesco Uli Stielike: insomma, eleganza e blasfema determinazione. Gli lasciavamo tirare le punizioni centrali, che lui risolveva dopo una rincorsa rabbiosa di quaranta metri, tracciando solchi sul terreno di gioco e dichiarando il Santo del giorno.

Centrale: un solo nome, Nando, detto anche Piede amaro, come il personaggio dei Soliti Ignoti, per via della scarsa sensibilità nel calcio. Fisico asciutto ed elasticità, era dotato di grande recupero, ma soprattutto, di una feroce ignoranza nel piede. A differenza di Gennaro, Nando non aveva dubbi: o palla o caviglia. Molto spesso, si trattava della seconda, ma nelle nostre partite non era previsto alcun provvedimento disciplinare e poi Nando era un tipo che si scusava volentieri per poi tornare a picchiare e frignare come se fosse lui a subire fallo. Un osso duro, insomma, non solo in senso metaforico. Aveva un piede piatto e l’altro dritto, perciò quando correva sembrava tenere una falciatrice nelle gambe. A me, nonostante tutto, ricordava Claudio Gentile.

Bene. Questa, la nostra difesa. Il centrocampo non era da meno.

Il vertice basso era il Ragioniere. Nato difensore, per quegli aspetti legati alla crescita personale e alla carriera, pretendeva di fare il regista e di guidare la squadra. Fisico traccagnotto, presagio di un futuro ingresso al Ministero del Tesoro, era anche miope e indossava gli occhiali in partita, le cui lenti lui sosteneva si appannassero per il sudore, giustificando così, una scarsissima visione di gioco. Avesse mai indovinato un passaggio, me lo ricorderei e se proprio, con molto impegno, devo paragonarlo a qualcuno, azzarderei a scomodare un Eraldo Pecci più scarso. Molto più scarso.

Alla sua destra, prendeva posto il Taciturno. Riservato e discreto, tendeva a nascondersi in campo, e a volte non ti accorgevi nemmeno se era arrivato negli spogliatoi. Lui era spesso avulso dal gioco e non chiamava mai la palla, complice un immotivato orgoglio che lo spingeva a non voler mai chiedere niente a nessuno; noi sospettando di giocare in dieci, dovevamo interrompere la partita per la conta. Modello Filini, il nostro Ragioniere pretendeva occuparsi anche delle faccende legate alla gestione, ma lui era praticamente cieco e il Taciturno era praticamente muto, così riuscivamo a trovarlo soltanto quando il Ragioniere si grattava la testa chiedendo, dov’è finito ‘sto scemo, e il Taciturno, permaloso, gli toccava la spalla in modo perentorio e minaccioso. In seguito, imparammo che bastava urlare allo scemo per far resuscitare il Taciturno. A me ricordava Pasinato, un mediano che si era fatto strada prima nell’Ascoli dei miracoli e poi approdò all’Ambrosiana Inter.

A sinistra si schierava Ricky, il nervoso. Un percorso scolastico da ergastolo – i nostri non erano troppo migliori – gli impediva talvolta di scendere in campo a causa delle punizioni inflitte dalla famiglia. Era un laterale veloce dal fisico minuto ma definito, che sulla sinistra faceva furore coprendo la fascia anche per Gramsci, obiettivamente meno dotato dal punto di vista atletico e del movimento. Aveva un problema di postura, per cui, lanciato in velocità, spesso cadeva da solo, in modo scomposto e spettacolare. Gli chiedevamo di entrare in area avversaria per procurarsi i rigori. Non ho mai capito, dove trovasse tutto quel fiato, poiché fumava anche durante la partita, conservando le sigarette e l’accendino nel pacco delle mutande. Nessuno di noi accettava sigarette offerte da lui. Per dinamismo ricordava il biondo Pavel Nedved, pure se Ricky aveva i capelli bruni e teneva per la Roma.

Il vertice alto del centrocampo era Geggè lo schizzato. Una rara specie di foca ammaestrata che in campo si trasformava in un molleggiato che danzava sopra la palla, sotto la palla, dietro la palla, mentre questa, suo malgrado, rimaneva ferma. Lui sosteneva che la sua, fosse una giocata che doveva disorientare l’avversario, il quale, non si disorientava per nulla, anzi, nel mentre che Geggè era impegnato nella danza, il più scaltro, pressandolo, gli sottraeva la sfera per cominciare un’azione di rimessa. Alla fine, noialtri imparammo che sarebbe stato meglio togliergli la palla con le buone o con le cattive, qualora, per un caso remoto, ne fosse mai venuto in possesso.

A quel punto lui si estraniava offeso e meditava vendetta, come la volta che se ne andò via con la sua macchina, lasciandoci in campo con uno di meno. Sembra incredibile ricordarlo, ma tornammo tutti con il Bestemmia dentro il vecchio Fiat ‘600 preso in prestito al padre: dieci ragazzi pressati in un piccolo abitacolo, i cugini di Foggia che ruttavano veleno e il discreto Taciturno insolitamente loquace che iniziò a maledire Geggè. Il Bestemmia nella confusione, sbagliò uscita all’altezza del bivio per Settebagni e fummo costretti a fare inversione sull’autostrada per non finire a Orte. L’autista, nella fattispecie, tirò giù tutti i Santi del Paradiso e senza dubbio, lassù qualcuno ascoltò le sue imprecazioni perché non trovammo controlli né procurammo incidenti. Ancora oggi non saprei a chi paragonare Geggè, forse soltanto ad Adriano Celentano.

In attacco, eravamo io e il timido Othello, prima che la musica ci rapisse per quasi il resto dell’adolescenza. Othello aveva una tecnica discreta, ma anche un grave difetto: era capace di reti straordinarie e impossibili, mentre mancava irrimediabilmente le occasioni semplici. Se fosse riuscito a invertire la tendenza, sarebbe stato un marcatore inesorabile. Anche lui, come Nando, era dotato di grande corsa. Spesso andavamo al parco ad allenarci e sulla progressione, mi lasciava sempre dietro a mangiare la polvere. In campo ricordava il generoso Ciccio Graziani, ma Othello sapeva essere più tecnico. Generosità e classe al servizio del collettivo, insomma, pure se peccava di freddezza. Per questo, si rifiutava di battere i rigori, negando di aver subito fallo solo per scongiurare l’eventualità che lo avessimo fatto tirare a lui.

A mio riguardo, non ero che un disperato, pure se lo mascheravo bene. Sfiduciato, insicuro, privo di anticorpi morali, vile e cialtrone, riuscivo a dimostrare il contrario o almeno, gli altri sembravano crederci e io m’accontentavo.

Se ne I qualunquisti mi sono raffigurato in Emilio Santini, quello chiamato Santillana, in realtà mi chiamavano Mandrake, come in Febbre da cavallo, perché, effettivamente, quel film fu l’iniziazione al gioco. Avevamo scovato una grande sala corse in zona Appio Claudio e dopo una forte vincita, passavamo in quel posto gran parte del nostro tempo. Quando finirono i soldi, cominciarono i furti in casa, diciamo così. Era effettivamente una febbre.

Riguardo al calcio, vivevo di gloria passata e riuscivo a ottimizzare. Il mio cruccio era di non riuscire mai a dimostrare il mio valore quando andavo in villeggiatura al paese di mio padre. Non mi trovavo, ero fuori dal guscio, ma nel mio recinto per qualche tempo feci faville. Avevo giocato per circa quattro anni nei campionati minori. Conoscevo i movimenti, mi ero allenato e avevo un fisico resistente al gioco e ai colpi. Così, per un paio d’anni successivi, campai di rendita. Sognavo di essere Bruno Giordano e non lo ero; secondo me, ricordavo Paolino Pulici del grande Toro. Fino a un certo punto, avevo segnato regolarmente e in qualche modo gli avversari si preoccupavano.

Il tempo, però, passava ed era inclemente. Mi accorgevo, negli allenamenti condotti con Othello, che fisicamente, se non stavo cedendo, la mia forma regrediva. Ero ormai simile a Margheritoni, l’appesantito centroattacco della Marchigiana del film Mezzo destro, mezzo sinistro, calciatori senza pallone, con Gigi e Andrea.

Eh, sì, proprio come ne I qualunquisti, alla fine andavamo alla Tavola Tiepida, da Elvezio, per consolarci con i supplì intiepiditi e il chinotto ghiacciato.

Eravamo una squadra pericolosa soprattutto per se stessa e io potevo risplendere soltanto in mezzo a quegli undici. Oggi sembra una foto impietosa, certo, è la dura legge dell’esistenza, ma oh: per qualche anno fu il nostro intrattenimento.

 

 

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