Renato Nicolini – Il mio sindaco, non ha mai fatto il sindaco

 

Renato Nicolini – Il mio sindaco non ha mai fatto il sindaco

 

Il mio sindaco, non ha mai fatto il sindaco 

 

Ogni volta che viene estate, mi ricordo di Renato Nicolini, padre dell’Estate Romana nel lontano 1977.

Nato sotto il segno dei pesci, il primo di marzo del 1942, sarebbe stato ovvio scrivere di lui il giorno che ci ha lasciati, il quattro agosto del 2012 a settant’anni, perché era un giorno d’estate. Voglio farlo, invece, in un giorno qualunque, in un’estate qualunque.

 

Nel 1977 il paese è colpito da circa duemila attentati terroristici, una trentina e passa di gambizzazioni e più di dieci omicidi. Bombe molotov e tafferugli nelle piazze, alle manifestazioni.

A gennaio, più che nota di colore un triste presagio, finisce la trasmissione di Carosello e iniziano gli spot pubblicitari.

A febbraio in Bergamo, la Banda di Renato Vallanzasca, in uno scontro a fuoco, uccide due agenti della Stradale, Renato D’Andrea e Luigi Balborini, e perde un proprio membro. Il bel Renato è arrestato a Roma una decina di giorni dopo.

Il ricorso contro il segreto di stato sul golpe bianco, presentato dal giudice Violante, è accolto. Luciano Lama, storico segretario CGIL, è duramente contestato alla Sapienza dagli autonomi e deve lasciare la manifestazione.

Un marzo di fuoco: la politica dell’austerity del governo porta all’abrogazione, tra le altre feste, dell’Epifania e della Festa Nazionale del 2 giugno.

I radicali chiedono l’imputazione di Giovanni Leone, Presidente della Repubblica, per lo scandalo Lockheed. Per la prima volta due ministri dello Stato sono messi in stato di accusa per corruzione aggravata.

Bologna è sotto assedio da tre giorni: in seguito a scontri tra Lotta Continua e Comunione e Liberazione, la polizia uccide un militante di Lotta Continua, Francesco Lorusso. Il ministro degli Interni, Cossiga, invia i carri armati.

A Torino, Prima Linea uccide un brigadiere di polizia, Giuseppe Ciotta.

In aprile a Milano, è arrestato il bandito Francis Turatello.

A Roma, nel quartiere San Lorenzo, in seguito a scontro tra gli autonomi e le forze dell’ordine, un agente, Settimio Passamonti, perde la vita. Il ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, vieta ogni manifestazione pubblica fino alla fine di maggio.

A Torino, le Brigate Rosse uccidono Fulvio Croce, incaricato di designare i difensori di Renato Curcio, un capo storico del nucleo armato. Il processo alle Brigate Rosse è rinviato.

In maggio a Roma su Ponte Garibaldi, muore Giorgiana Masi. È colpita da un proiettile sparato dalla polizia in seguito a un sit-in dei radicali che a Piazza Navona festeggiano il referendum sul divorzio del ’74. Manifestazione che, causa del decreto Cossiga, è considerata non autorizzata.

In giugno a Milano, le Brigate Rosse gambizzano il giornalista Indro Montanelli. Stessa sorte a Roma per il direttore del TG1 Emilio Rossi.

A ferragosto a Roma, l’ufficiale nazista Herbert Kappler, responsabile del massacro delle Fosse Ardeatine, fugge dall’ospedale militare del Celio.

A settembre in Marsiglia, è usata per l’ultima volta la ghigliottina.

Muore a Roma una militante di sinistra, Elena Pacinelli, a causa di colpi sparati da un’auto in corsa. Il giorno successivo, in seguito a un volantinaggio di protesta, i neofascisti uccidono il militante di Lotta Continua, Walter Rossi.

Il primo ottobre, a Torino, in seguito a una manifestazione per l’omicidio di Walter Rossi, durante un lancio di bombe molotov, muore lo studente Roberto Crescenzio.

A novembre le Brigate Rosse a Roma, feriscono il democristiano Publio Fiori e a Torino colpiscono il vicedirettore della Stampa Carlo Casalegno che muore, successivamente, in ospedale.

La legge 902 attribuisce alle attuali federazioni sindacali, i patrimoni delle organizzazioni sindacali fasciste.

A Bari, i neofascisti uccidono a coltellate l’operaio comunista Benedetto Petrone.

A dicembre in Torino, Prima Linea gambizza lo psichiatra Giorgio Coda.

Fonte Wikipedia

 

 

È in un clima come questo che Renato Nicolini, architetto, drammaturgo e politico, pensa, progetta e attua l’Estate Romana.

 

L’Estate Romana è una manifestazione culturale organizzata dal Comune di Roma, a partire dal 1977, durante le giunte Argan e Petroselli. Nicolini è assessore alla Cultura e con questa iniziativa si propone di colpire l’immaginazione dei cittadini. Nemmeno lui, che ne è il promotore massimo, può immaginarne gli sviluppi.

Cambia il volto di una capitale impaurita dagli scenari disegnati dal clima di tensione. Le persone, dalle periferie, possono andare nel centro storico e assistere gratuitamente o a prezzi assolutamente accessibili, a spettacoli teatrali, di cabaret, a proiezioni cinematografiche, concerti, balletti e reading di poesie. Tre anni più tardi, nel 1980, l’apertura della linea A della metropolitana, collegherà la città dai piedi dei Castelli Romani, fermata Anagnina, alla fermata Ottaviano, zona San Pietro.

L’arte e la cultura escono dai posti tradizionali adibiti loro e si estendono nelle piazze. La città scopre un’immagine diversa di se stessa, i cittadini si riappropriano di spazi pubblici, sembra proprio di essere tornati ai tempi in cui, alle terme di Caracalla, i romani giocavano a palla.

 

Ho un ricordo personale che mi lega all’Estate Romana. Quando io cominciai a frequentare la manifestazione, il cinema si svolgeva sul Colle del Celio. Da poco tempo avevo trovato un posto di lavoro. La mia coscienza sociale era ancora fragile, partecipavo, per lo più, a riunioni sindacali inerenti la nuova occupazione. Con la tranquillità economica, acquistai una Ford Fiesta color blu notte.

La prima volta che andai sul Colle del Celio – posto tra il Colosseo e le Terme di Caracalla – per assistere alla rassegna cinematografica, restai incantato dalla scenografia naturale del sito. Di solito ci passavo di giorno col tram, ma la notte era una cosa straordinaria.

Restai ipnotizzato dall’atmosfera che si respirava e rimasi a guardare un cortometraggio giapponese, di cui ovviamente non riuscivo a capire niente: ma non importava, tornavo ogni sera, passai a Massenzio tutta l’Estate, senza ferie e senza vacanze. È il regalo della mia città che conservo più gelosamente.

La ricordo come la stagione del cocomeraro, perché di ritorno a casa, a Piazza dei Re di Roma, c’era un chiosco dove assaggiavo il cocomero al limone.

Quelli come me, che venivano dalla periferia, scoprivano un nuovo mondo, in un certo senso era uscire dal ghetto.

Fu una rivoluzione ma non tutti sembrarono accorgersi della sua portata. In genere, il pensiero comune portava a pensare che una volta trovata un’occupazione, quel lavoratore deve pensare soltanto a lavorare. Nessuno si preoccupava che questi avesse necessità di spazi culturali e di aggregazione, tempo libero e riflessione. Di arricchire il proprio animus, di provare a spiccare quel volo del gabbiano Livingston di cui cantava anche Gaber.

Nessuno si era mai preoccupato che eravamo anche persone. Molti la chiamarono la stagione dell’effimero, ma per quelli come me, che potevano spostarsi da una rassegna cinematografica a un concerto jazz, dal teatro a un reading letterario, Nicolini docet, fu il meraviglioso urbano.

 

Nicolini infranse anche quello che era considerato l’establishment organizzativo, affidando gli eventi a realtà emergenti dell’epoca. Questo portò a contrasti e polemiche profonde con le associazioni fino a quel momento preposte alla pianificazione delle manifestazioni. Le accuse erano di vario tipo, come lo sperpero di denaro pubblico e il fine subdolo del consenso elettorale. Dagli ambienti conservatori, partiva l’accusa di blasfemia riguardo a taluni spettacoli anti clericali. Gli intellettuali liquidavano la faccenda come arte spazzatura.

 

In realtà, tanto gli ambienti di destra, tanto quelli di sinistra, provati dal clima sociale dell’epoca, sfiancati dal terrorismo, dal pericolo di uscire da casa, sperimentarono la nuova dimensione dell’incontro. La cultura di massa, com’era definita in senso snobistico, era una proposta che si spostava dall’alto di una classe elitaria, verso il basso, per i ceti fino a quel momento emarginati dalla cultura. Fu la rivoluzione della comunicazione, erano gli anni della nascita delle prime radio libere.

Pier Paolo Pasolini era morto due anni prima, sul litorale romano di Ostia, in una serata di novembre. S’era espresso in modo perentorio, Pasolini, riguardo all’omologazione verso la civiltà dei consumi e verso lo strumento televisivo come medium di massa.

La rivoluzione di Nicolini porta le persone a uscire di casa, a spegnere quell’astro nascente (ahimè, come il futuro ci ha dimostrato, soltanto a rimandarne il processo) che era ed è oggi la televisione, la quale, all’epoca, non rispondeva affatto alle esigenze, soprattutto, del pubblico giovanile.

Proprio sulle dune di Ostia, tanto care a Pier Paolo, teatro dei suoi ultimi e drammatici gemiti, Nicolini organizza l’evento poetico di Castel Porziano, uno dei simboli di quei primi anni dell’Estate Romana.

Parliamoci chiaro, non erano tutti poeti internazionali e riconosciuti, spesso, salivano sul palco personaggi colorati e improbabili che avevano solo l’esigenza di rivendicare al mondo un’identità coatta, figure splendidamente rappresentate, anni più tardi, da Carlo Verdone.

Solo apparentemente leggero, il profilo dell’Estate Romana ha caratterizzato il percorso di tanti cabarettisti provenienti dalle periferie, che hanno fatto di quelle atmosfere prettamente estive, una matrice che diventa tributo.

 

I tempi sono cambiati. Oggi è possibile testimoniarne i ristagni in qualche Villa Romana che nel periodo estivo programma un palinsesto cinematografico. Il resto è roba da televisione e da centro commerciale.

Eppure, per questo povero scribacchino che scrive articoli utopistici e ridanciani, le estati di Renato Nicolini – figura controversa, abbandonata dalla sinistra, e paradossalmente, stimata dalla destra – furono un periodo fecondo per la propria immaginazione.

 

Ciao Renà,

m’hai fatto volà,

m’hai fatto accarezzà la libertà…

 

 

 

 

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