La città senza uscita

 

Che cos’è una città senza uscita e chi c’è dietro una sigla aziendale?

La città senza uscita è un centro commerciale che ha soppiantato la vecchia metropoli, in un tempo indefinito.

Attraverso le vicende di Leopoldo Canapone, il dipendente col più alto numero di provvedimenti disciplinari, emerge il profilo dell’addetto vendite, una figura che, oltre la lealtà verso l’impresa per cui opera, è una persona come tutte, compreso il cliente con il quale entra in contrasto.

Canapone, idealista stanco e presuntuoso, terrorizza la clientela suggestionandola con la cattiva qualità dei prodotti, inducendola a non tornare. Il suo atteggiamento va a minare il marchio, che è cosa sacra.

È soprattutto la storia di una persona che per ragioni di sopravvivenza coesiste con un lavoro che non ama. Questo conflitto si snoda lungo una narrazione amara e beffarda, dove tecniche di vendita e slogan stordiscono il dipendente, minando la sua identità personale in nome della fedeltà a un gruppo commerciale.

Quando il caso regala a Leopoldo una sterile notorietà, i superiori scoprono che le sue provocazioni fungono da veicolo promozionale. Canappa, come lo chiamano i colleghi, si trova inserito in un sistema da dove è impossibile fuggire perché il consenso non si può combattere.

Il suo momento di celebrità, però, volgerà presto al termine e le vicende lavorative resteranno sospese. Come la vita.

 

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Avvisiamo la gentile clientela

 

Perché un soprannome è più indicativo del nostro nome?

Le generalità sono il frutto della scelta di altri, presto o tardi, quando entreremo nel mondo del lavoro, quelle lettere diventeranno numeri. Un nomignolo, invece, è legato a un fatto realmente accaduto o a una caratteristica personale e in qualche maniera rivela la nostra reale identità.

Nella società dei consumi, dove tutti gli echi sono adulterati - Karl Marx è quello della cioccolata con lo strato di caramello e Che Guevara ha ucciso l’Uomo Ragno - l’identità diventa un tema centrale. Mantenerla ed essere coinvolti il meno possibile dall’ossessione di dover comprare, è una faccenda primaria.

Leopoldo Canapone, protagonista di Avvisiamo la gentile clientela, assiste quotidianamente alla processione di clienti infatuati dagli spot e dalle offerte promozionali. È anche uno che di soprannomi se ne intende, soprattutto, aveva un’identità. Aspirante attore, era sicuro che alla fine, sarebbe entrato negli Studi di Cinecittà. Sbagliò di poche centinaia di metri: anni dopo, timbrava il cartellino nel supermercato adiacente agli stabilimenti cinematografici, ma in fondo, era arte anche quella perché come addetto vendite, doveva indossare una maschera e sorridere al pubblico.

“Il cliente è un cliente fottuto e non un fottuto cliente”

Leopoldo Canapone

 

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Gabbie

Siamo davvero liberi oppure restiamo prigionieri di noi stessi?

Leggendo le riflessioni di Omar Mumba, il protagonista di questa storia, viviamo reclusi nelle nostre restrizioni mentali e ci rimaniamo per buona parte dell’esistenza, imparando a muoverci negli spazi ridotti di quelle stesse sbarre.

In ogni tipo di sistema proliferano contraddizioni che diventano tradizioni da rispettare. La società in cui viviamo ha applicato la norma per cui possiamo essere felici, anche se gli altri non lo sono: tutto quello che devi fare, è di non essere tra quegli altri.

È un’equazione semplice, in fondo, eppure Omar sembra non imparare. Mantiene un singolare passatempo, se così si può chiamarlo: conservare dentro una grande busta, tutte le lettere provenienti da quelle strutture e associazioni presenti in luoghi dimenticati, dove ogni bisogno è assoluto.

Le legge continuamente, anche quando è in servizio nell’albergo presso il quale lavora e per questa ragione è sbeffeggiato da colleghi e superiori.

L’attitudine nei confronti del prossimo in difficoltà, lo rende intransigente ma soprattutto lo lascia solo. Le sue giornate passano tra l’ascolto della musica degli U2 e le faccende di casa, il lavoro e un’accusa ricorrente: chi è che buca le gomme alla macchina del suo capo?

 

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Storie di qualunquisti anonimi

Storie di qualunquisti anonimi

Qual è l’attività principale nell’esistenza? Crescere? Affermarsi nella società? Trovare una strada propria?

Qualunque sia questo compito, Emilio Santini - il protagonista della storia - e i suoi amici, non vogliono saperne di andare avanti. Tengono duro, l’unica strada da loro conosciuta è quella del portone di casa, dove vivono fin dagli anni ’70, quando erano ragazzini, in un quartiere periferico di Roma.

Sullo sfondo del clima segnato dalle tensioni sociali, essi osservano scorrere la vita con indifferenza, convinti che darsi da fare non serva in questo sistema perché niente potrà cambiare. Hanno motivazioni sterili, hanno giustificazioni puerili, la vita gli va bene com’è, nel grigiore quotidiano si sono accomodati in prima fila per assistere al cambio delle stagioni.

Nella cronaca disordinata di eventi riportati che conducono al passaggio tra la prima e la seconda repubblica in Italia, Emilio e gli amici di sempre, si apprestano a vivere il nuovo corso appoggiando l’ascesa di un politico rampante. Il calcio e la musica rock sono le loro uniche ragioni di vita, ma credono di trovare nell’onorevole Andrea Franzoni, loro caro, vecchio amico, una scorciatoia alle difficoltà dell’umano vivere.

Emilio - un appassionato dei Beatles - guadagna pochi soldi come insegnante di chitarra, il Taciturno lavora quando ha voglia distribuendo volantini pubblicitari, il Bestemmia opera nella salumeria di un parente dopo le dieci e mai oltre le tredici, il Cobra si arrangia come autista in lavoretti poco leciti e Rigatone è un fotografo di musica rock.

C’è un conto in sospeso, però, che tutti hanno con l’uomo politico e questo li desterà dal lungo sonno regalando un assist per la rivalsa e arginare il cinismo maturato.

Storia di una generazione afflitta dal morbo di Pete Best.

“ Nessuno potrebbe essere John, Paul, George o Ringo, ma tutti siamo Pete Best e in una maniera o nell’altra ci siamo dovuti adattare con quel che era rimasto ”.

Emilio Santini

 

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Stelle di polvere

 

Siamo noi gli artefici del nostro destino oppure le sue trame ci sfuggono e restiamo impotenti di fronte al fato?

Talvolta accade che nonostante un impegno feroce, i risultati non siano quelli sperati. Nel tentativo di non avere rimpianti si può sacrificare tutta la vita per accorgersi che il tempo non è buon amico di nessuno.

Riccardo Nola, il protagonista di Stelle di polvere, dopo un’infanzia crudele, scopre da adolescente che la recitazione può avere effetti terapeutici. Il sottobosco dello spettacolo, però, si rivela una selva oscura, dove non è facile orientarsi. Rick ha un talento naturale nello sbagliare la scelta di soci e compagni di lavoro. Questa dote lo accompagna nel percorso della sua carriera artistica.

Attore diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, il suo cruccio è di lavorare solo con gli spot pubblicitari, grazie ai pessimi uffici di un impresario dal nome nefasto: Al Sapone. Eppure, i suoi amici lo adorano, lo invidiano, scambiano la sua precarietà per avventura. In seguito a esperienze artistiche di poco conto, Riccardo è costretto a vivacchiare lavorando al mercato rionale, ma al cuor non si comanda: annoiato, si fa affabulare da un vago progetto del suo amico e collega Thomas Albergari di Polonghera, origini nobiliari e famiglia facoltosa.

Il piano consiste nel portare in scena (in realtà sulla strada, sui mezzi pubblici o nelle piazze), dei monologhi tratti da un libro sull’impresa dei Mille di Garibaldi, che li condurrà dalla capitale fino in Sicilia.

Mentre il Generale riuscì nell’intento di unificare il paese, però, le strade di Thomas e Riccardo prenderanno direzioni diverse.

 

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Il bamboccione

Quante volte oltre a essere danneggiati abbiamo subito anche lo sberleffo?

La pubblica berlina, espressione di origine barbarica, consisteva nell’esporre un colpevole alla derisione generale. Era usata soprattutto nel medioevo ma, ahimè, non solo: Renato Calloni, protagonista di questa storia, è Il bamboccione. Ha l’unica responsabilità di aver perso il lavoro per colpe non sue e si ritrova a sopportare l’ulteriore peso di questo termine canzonatorio con implicite accuse di opportunismo.

Dura la vita di Renato: una sorella detestabile, dei lavori provvisori, due genitori che lo sopportano sempre di meno. Le giornate del precario Calloni, sono segnate dall’effetto devastante della svastica, com’era chiamata senza precisi motivi la polvere bianca nel suo ambiente. Lui mantiene dignità e rettitudine, ma facilmente raggirato, è coinvolto in un traffico che gli fa perdere l’occupazione, patendo i morsi di una società senza scrupoli.

Ricomincia con lavoretti di breve durata e orari che sconvolgono le sue giornate. La precarietà è una condizione in cui le speranze abortiscono prima ancora di essere concepite. Per usare le parole di Renato, ti guardi, ti annusi, decidi che non è nemmeno il caso di provare.
Nonostante la situazione lo costringa ai margini, lui riesce ad allargare i parametri della sua esistenza, dove aggiungere ancora degli spazi.

 

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La rivoluzione che non c'è

E se noi provassimo a esulare personaggi dal contesto in cui vissero, catapultandoli nell’oggi? Che cosa succederebbe se gli equilibri come il tempo e lo spazio saltassero, e le leggende popolari s’intrecciassero con fatti accaduti?

Accadrebbe che personaggi, già incontratesi nella realtà si ritroverebbero per scriverne un’altra che, ovviamente, avrebbe un finale diverso. Se a questi personaggi ne aggiungessimo alcuni di fantasia, sarebbe La Rivoluzione che non c’è.

Nick La Puzza, attraverso una trama di miti universali e aneddoti personali, narra una storia improbabile in cui Ernesto Guevara, avendo letto un libro di Luciano Bianciardi (Ai miei cari compagni), risorge nel nuovo millennio per correggere degli errori tattici che lo scrittore gli aveva imputato.

Nell’anno 2012, il Che - sotto il nome di Ramon Benitez – giunge nel quartiere popolare dove vive Nick La Puzza. Guevara sceglie proprio quel sobborgo perché a causa del decentramento sta per essere demolito per far posto alla nuova zona finanziaria.

Gli abitanti del luogo, allo scopo di bloccare il progetto, hanno occupato gli alloggi destinati ai bancari e sotto la guida del Che e di altri personaggi, in parte storici, intendono oscurare il segnale televisivo e impadronirsi delle banche, come indicato dal Bianciardi, eletto teorico di questa ipotetica, sgangherata e allegra rivoluzione.

 

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