Prezzo e valore

 

 

I ricchi investono i loro soldi e spendono ciò che rimane.
I poveri spendono i loro soldi e investono ciò che rimane.

Robert Kiyosaky

Prezzo e valore

Mercato e scambio, consumatori e imprese, costi di produzione e margini di profitto: a prescindere dagli infiniti fattori che lo definiscono, le variazioni soggette a curve di domanda e offerta, tipologia e tempo, il prezzo è una somma che si paga per avere un bene o un servizio. Possiamo intendere come valore, invece, la proiezione che questo bene o servizio avrà per noi ed è in genere più complicato stabilirlo.

Il prezzo è la somma che mi costerà un furgone per le consegne. Il suo valore è il lavoro che il suo acquisto mi permetterà di trovare.

Quello di Robert Kiyosaky riportato all’inizio, più che un aforisma sul ricco e sul povero, è un’equazione che adattata al nostro concetto, diventa: l’imprenditore investe e fa circolare soldi. Il dipendente risparmia per la sua sussistenza e fa circolare quello che può.

L’imprenditore e il dipendente usano concezioni diverse del denaro. Se decidessimo di invertire i ruoli, non potremmo evitare formazione e riprogrammazione mentale, portando, quindi, la mente in posizione d’induzione. È solo il primo passo ed è il più complicato perché senza adeguata disposizione gli sforzi sarebbero vani: avete mai provato a fare qualsiasi cosa quando la mente non ne vuol sapere di collaborare?

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Ciò nonostante, un lavoratore dipendente è da considerarsi come una piccola impresa perché anche lui deve gestire spese e ricavi. Il suo problema è che lo stipendio percepito non tiene il passo di un elevato costo della vita. Dal canto loro, gli imprenditori lamentano un’esagerata pressione fiscale che nei casi limite – causa ma non giustificazione – porta all’evasione. Insomma nel nostro sistema, tutto quello che gira intorno a soldi, finanza, prezzo e valore, fa venire da piangere.

Non ho certo cambiato i temi del sito. Non mi occupo di economia. Il mio resta uno spazio dedicato alla narrativa e agli esseri umani.

E, appunto, quando un uomo si vende, per ragioni che vanno dal ruolo sociale a motivi di dominio, dall’opportunismo alla necessità, a quale tariffa si offre e quanto, invece, gli costa, se gli pesa veramente? Quale valore si dà nel mercato dell’esistenza, costui?

Qual è il profilo migliore dello spirito in malafede, quando continua a nascondersi dietro quella stessa tana a forma di spalle? È una dottrina praticabile sia da soli che in gruppo – usando accortezze diverse – ma richiede il grado d’introspezione zero oltre a un’attitudine all’infedeltà. Nella guerra dei miserabili, c’è chi si vende per trenta denari ma anche chi si prostituisce per niente, trovando gratificazione nella rovina altrui, un fattore, questo, che fa percepire meno intensa la propria miseria. E che dire di chi s’inginocchia per moda, per militanza, e deve disperatamente farsi vedere?

Nel grande bazar delle anime in vendita è impossibile stabilire, invece, il valore di chi compra – di chi è in grado di comprare – e di chi ha creato e gestisce quel mercato, dove tutto è possibile e raggiungibile, in cui non v’è più differenza tra fine, mezzi ed etica, e se differenza v’è, è soltanto nel prezzo.

Qual è, quindi, il prezzo finale di un essere in vendita? E il suo valore? Il prezzo di una vita intera?

 

 


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