Pomeriggi al parco – Un sabato ai tempi del Covid

 

Pomeriggi al parco

La colazione dei canottieri – Pierre-Auguste Renoir

 

Pomeriggi di Aprile. C’è solo qualche rara nuvola a completare con forme surreali l’allestimento del cielo aperto, quasi fossero schizzi di avanguardie artistiche di tendenza. L’aria è frizzante e ricorda primavere distanti, quando anche le cose più semplici erano a portata di ognuno e consideravi la libertà di una camminata tra il verde della pineta, una faccenda banale, sintomo di noia quotidiana che mai avresti pensato sarebbe venuto a mancare. Pomeriggi

Oggi pomeriggio il Parco degli Acquedotti era come la spiaggia di Capocotta a ferragosto. L’area adibita ai cani era strapiena di quadrupedi che si rincorrevano frustrati. Nulla contro le norme di sicurezza e i guinzagli, ma portare a spasso l’amico fedele per rinchiuderlo in un recinto è un’assurdità. Fossi un cane, rivedrei il concetto di amicizia; ma no, in fondo c’è solo da imparare dagli animali, altro che divi e influencers della tv o del social network: basterebbe osservare le bestie, pensare a come ci vedono loro, riflettere su cosa pensano di noi.

Pomeriggi

Il mare d’erba, ricoperto dai plaid della fauna fine settimanale, risplende di colori artificiali. Zona rossa, arancione, gialla o verde, ormai sono le tinte della macedonia dell’esistenza. Le persone fanno merenda e bevono, altre giocano a carte e a palla; chi legge o ascolta musica e chi, armato di casse portatili, pretende che la propria musica la debbano ascoltare tutti, in una gara a colpi di volume che stona in un posto dove dovrebbe regnare il silenzio. O forse, semplicemente, sono prodighe a condividere le passioni, mentre io, resto un animale inacidito. Mi sciolgo, ma solo un po’, alla vista di due bambine che tengono tra le mani i fili di un aquilone e restano meravigliate a fissare verso l’alto. Pomeriggi

Sembra, vagamente, una ristampa moderna de La colazione dei canottieri di Renoir, dove un gruppo di canottieri è ritratto in un locale all’aperto mangiando pasti e chiacchierando; ma anche, e forse più attinente, è Una domenica pomeriggio all’isola della Grande-Jatte di Jean Pierre Seurat, in cui un gruppo di dame e gentiluomini prende il sole distesa al prato, davanti a uno spicchio d’acqua.

Pomeriggi al Parco

Una domenica pomeriggio all’isola della Grande-Jatte – Jean Pierre Seurat

È così affollato che preferisco uscire prima possibile. Imbocco Viale Appio Claudio, la strada signorile che conduce fino alla consolare Tuscolana. C’è una fila cospicua davanti alla gelateria. Nell’isola pedonale, il pomeriggio è caratterizzato dalla voce di una ragazza che intrattiene cantando E la luna bussò, accompagnata da un chitarrista. Fuori da un pub, capannelli di gente che consuma l’aperitivo, come se bevesse per dimenticare un presente esasperato. Ognuno sembra tenere dentro il buco del culo, un termometro che misura il livello della propria serenità. È solo un sabato ai tempi del virus.

Pomeriggi

La gente ha bisogno di uscire, di divertirsi, di stare insieme. C’è necessità di positività e ottimismo. C’è voglia di vivere quella stessa vita precedente, quando anziché ascoltare i versi dell’ambiente o dell’animale, si continuava a parlarsi addosso come se non esistessero altri che se stessi. Era simile a una volgare battaglia per esibirsi lungo le strade di un centro gravitazionale consumando un’esistenza frenetica che, quando sei giovane, sembra essere una lunga lista di diritti e crediti che ti spettano di legge, mentre da grande, assomiglia a un bilancio – spesso poco interessante – delle cose che ti hanno stancato e di cui, una volta completata la lista, conosci bene il finale.

 

Dopotutto, devi sempre tenere d’occhio il tuo grado di stanchezza esistenziale che, per sua natura, è destinato a crescere fino a esaurirti. Che cosa resta, in fondo, del misero esistere umano, se non lo impreziosisci con un’espressione artistica o con la forma surreale di una nuvola nel cielo?

 

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