Offerte speciali

 

 

La natura umana sembrava subire un incantesimo: in un unico luogo trovava di tutto. Un tempo erano stati la fiera o il mercato a compiere la stregoneria, poi il centro commerciale.

Chi veniva per svago era la preda più ambita, perché era un potenziale cliente. La percentuale di persone, soprattutto nel fine settimana, che si reca al centro commerciale al solo scopo ludico, è altissima. Quando lavori a contatto col pubblico, avverti la pressione pur non essendone cosciente, perché gli addetti non conoscono le tecniche. Succede nel momento in cui ti documenti. Il valore della merce non esisteva, esisteva il prezzo. Su internet si svolgevano interminabili dibattiti riguardo alle persuasioni che sollecitavano il consumatore. Questi entrava per una cosa sola, e il suo carrello all’uscita era stracolmo. Piazzare un articolo futile all’entrata, faceva scattare nell’individuo la febbre dell’avere. Le insegne erano collocate in modo da far compiere un tragitto lungo per arrivare da un punto a un altro; strategie specifiche inducevano a comprare articoli posti ad arte lungo il percorso e che sarebbero finiti nella spesa. I generi di prima necessità si trovavano in fondo, quando il carrello era già pieno, e anche lo stipendio di un dipendente entrava, in buona parte, nelle casse dell’azienda per la quale lavorava. Comprare causava una dipendenza patologica, e avrebbero dovuto mettere un avviso come nel gioco d’azzardo o sui pacchetti di sigarette, ma non erano certo autolesionisti.

 

Avvisiamo la gentile clientela

INTRO

La nostra società è strutturata per consumare oltre il necessario. Le offerte servono per farti assimilare più di quanto tu abbia bisogno. Risparmi, in effetti, perché il terzo prodotto è in regalo: ma non ti serviva e tu lo consumerai comunque in eccesso. È ancora più evidente se si tratta di prodotti deperibili, perché hanno una scadenza.

 

CONSUMO

Innalzare la soglia del consumo è l’obiettivo, ma i fastidi causati dall’alimentazione possono diventare pericolosi, come lo stress, il fumo, l’alcol, gli eccessi in genere. I ritmi frenetici che la vita impone, producono sull’individuo ansie, tensioni, angosce.

La perdita della consapevolezza sul nostro stile di vita è un rischio che corrono tutti, ma la dipendenza dagli alimenti è meno pericolosa della dipendenza dall’ambiente. Un esempio, è il fumo: quante persone fumano soltanto sul posto di lavoro, magari per guadagnare un minuto di pausa? Accade lo stesso per il caffè o per gli snack.

Il ruolo giocato dalle emozioni non è marginale. Il cibo consola, ma anche, se associato a particolari stati d’animo, innesca una serie di meccanismi psicologici per cui, dopo l’ennesimo caffè, fumiamo l’ennesima sigaretta e, dopo l’ennesima sigaretta, gustiamo l’ennesimo cioccolatino. Le emozioni ci danno degli stimoli che tendiamo ad assecondare o a placare con il fuori pasto. A questo processo, va aggiunto l’aspetto legato alle sostanze presenti negli alimenti, su tutti, zuccheri e caffeina.

Mentre il nostro organismo mastica e assorbe, provando una sensazione piacevole, il nostro cervello e la nostra memoria elaborano i dati, associando l’emozione alla reazione che ci porta a consumare quel prodotto, generando, quindi, l’abitudine. Ne vogliamo sempre, spesso a quella stessa ora o in quella particolare circostanza, evento che capita regolarmente durante la giornata.

 

SOCIETÅ E PRODUTTORI

Un nuovo termine è terreno di conquista da parte dei produttori, degli studiosi e dei ricercatori che vi lavorano. Il termine è iperpalatabilità. Bisogna alimentare il desiderio del prodotto. Si tratta di dilatare la percezione del palato allo scopo che i gusti arricchiti di sali, grassi, zuccheri e caffeina, producano dipendenza. Il paragone con gli oppiacei e con le sigarette arricchite di ammoniaca, non è casuale. Gli effetti sono distruttivi in entrambi i casi.

All’inizio ho fatto riferimenti alla consapevolezza. È lo stesso concetto usato in articoli riguardanti meditazione e yoga, che ritengo pratiche utili per sopravvivere in una società come la nostra. Gli standard di bellezza presentano canoni legati alla magrezza assoluta, mentre la pubblicità induce a consumare proponendo il cibo come un protagonista assoluto. Uno dei rischi maggiori, nei nostri giorni, è che pubblicità e stili di vita indotti, ci facciano perdere la presenza in noi stessi.

Nello specifico, per quel che concerne le offerte, tendiamo ad aver bisogno di tutto. In trent’anni passati nella Grande Distribuzione Organizzata, la frase ricorrente del cliente è: dovevo prendere solo una cosa, ma il mio carrello ora è pieno.

Solo un caso?

 

Dice il saggio: non prendere carrello, finirai per riempirlo.

 

 

Enrico Mattioli Enrico Mattioli, Avvisiamo la gentile clientela

Perché un soprannome è più indicativo del nostro nome? Le generalità sono il frutto della scelta di altri, presto o tardi, quando entreremo nel mondo del lavoro, quelle lettere diventeranno numeri. Un nomignolo, invece, è legato a un fatto realmente accaduto o a una caratteristica personale e in qualche maniera rivela la nostra reale identità.
Nella società dei consumi, dove tutti gli echi sono adulterati - Karl Marx è quello della cioccolata con lo strato di caramello e Che Guevara ha ucciso l’Uomo Ragno - l’identità diventa un tema centrale. Mantenerla ed essere coinvolti il meno possibile dall’ossessione di dover comprare, è una faccenda primaria.
Leopoldo Canapone, protagonista di Avvisiamo la gentile clientela, assiste quotidianamente alla processione di clienti infatuati dagli spot e dalle offerte promozionali. È anche uno che di soprannomi se ne intende, soprattutto, aveva un’identità. Aspirante attore, era sicuro che alla fine, sarebbe entrato negli Studi di Cinecittà. Sbagliò di poche centinaia di metri: anni dopo, timbrava il cartellino nel supermercato adiacente agli stabilimenti cinematografici, ma in fondo, era arte anche quella perché come addetto vendite, doveva indossare una maschera e sorridere al pubblico.   


“Il cliente è un cliente fottuto e non un fottuto cliente” - Leopoldo Canapone.



Enrico Mattioli Enrico Mattioli, La città senza uscita

Che cos’è una città senza uscita e chi c’è dietro una sigla aziendale?
La città senza uscita è un centro commerciale che ha soppiantato la vecchia metropoli, in un tempo indefinito. Attraverso le vicende di Leopoldo Canapone, il dipendente col più alto numero di provvedimenti disciplinari, emerge il profilo dell’addetto vendite, una figura che, oltre la lealtà verso l’impresa per cui opera, è una persona come tutte, compreso il cliente con il quale entra in contrasto. Canapone, idealista stanco e presuntuoso, terrorizza la clientela suggestionandola con la cattiva qualità dei prodotti, inducendola a non tornare. Il suo atteggiamento va a minare il marchio, che è cosa sacra.
È soprattutto la storia di una persona che per ragioni di sopravvivenza coesiste con un lavoro che non ama. Questo conflitto si snoda lungo una narrazione amara e beffarda, dove tecniche di vendita e slogan stordiscono il dipendente, minando la sua identità personale in nome della fedeltà a un gruppo commerciale.
Quando il caso regala a Leopoldo una sterile notorietà, i superiori scoprono che le sue provocazioni fungono da veicolo promozionale. Canappa, come lo chiamano i colleghi, si trova inserito in un sistema da dove è impossibile fuggire perché il consenso non si può combattere. Il suo momento di celebrità, però, volgerà presto al termine e le vicende lavorative resteranno sospese. Come la vita.



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