Occhi senza faccia – Paura di morire

 

 

Ordine del giorno

 

Uno – Proteggere il proprio cerchio di sopravvivenza: spazio, confine, distanza.

Due – Progetti: una casa con giardino oppure un giardino senza casa, magari con una tenda, comunque, un’area da non condividere.

 

Nuovi valori, necessità impellenti, bisogni di tendenza. Cammini per la strada incrociando altri occhi senza faccia, gli sguardi sono più circospetti: lo conosco? Era quello o era colui?

Forse sì, forse no, forse era solo qualcuno somigliante. Chiamerò per verificare, cambiando voce per gioco: l’altro giorno verso le cinque, eravate voi che uscivate dalla metropolitana? Noi vi teniamo d’occhio, sapevatelo!

E giù risate da morire di stupidi sghignazzi, sperando che il tale non sia passato a miglior vita in assoluta discrezione e tu non stia lasciando un beffardo necrologio sulla sua segreteria.

In realtà, vorresti chiedere: oh, sei ancora vivo? Io sì, suppongo che se sto parlando dovrei esserlo, sempre che respirare significhi essere vivi.

Lo sapevi che non siamo invincibili? Beh, io l’ho capito veramente solo adesso. Viviamo tutti sotto il cielo, si dice così. Ho pensato che in questo momento storico, potrei andarmene facilmente e nessuno s’accorgerebbe, sarei uno dei tanti, in fondo, lo sono ugualmente anche da vivente: chi è che si accorge di noi? Solo la benemerita caramba che ci controlla come una fratello grande.

Hai mai pensato al tuo funerale? Il mondo senza di te sarebbe uno spazio uguale, ma tu pretenderesti un estremo saluto dignitoso. Il tuo segno, insomma, almeno per l’ultima volta. Devi scegliere un brand che ti caratterizzi, un’impronta, una ceppa!

Ci vorrebbe una musica, magari una cosetta rock and roll. Chissà poi che musica ascoltano nell’altra dimensione, sempre che ci sia, un’altra misura di vita con cui confrontarsi, anziché essere soltanto concime per la terra. E un piccolo rinfresco o un rinforzo, non ce lo metti? Ti dico, io gradirei due penne all’arrabbiata e una birretta spinata, che era il pasto quotidiano in trattoria nel periodo in cui facevo il soldato. Perché poi quelli della mia età ricordano con nostalgia un periodo controverso come il servizio militare: lo vedi, che anche da vivi non siamo così sani?

Mi mancherebbero molte cose. Le più stupide, le più banali, quelle che pensi ti spettino di diritto e poi scopri che non lo sono e hai proprio capito male: diritti, qui, non esistono.

Maschere senza identità: Mastro Luigi avrebbe di che scrivere, lui che ha ricevuto il Nobel ed era pratico di queste trame, oggi saprebbe dove andare a parare, consapevole del tempo suo.

Occhi senza faccia, già. Abbiamo fatto tutto, abbiamo ripetuto perché non avevamo più niente da dire, niente da inventare. Abbiamo consumato tutti i dischi, conosciamo le svisate e le alterazioni. I DJ non hanno musichette da suonare, i poeti hanno perso i versi e i medici, le parole.

Visi senza nome lungo la strada, camminano frettolosi nel rigido inverno che si prepara. Una volta ti chiedevano se avevi un euro per la miscela del motorino, oggi: hai un vaccino che ti avanza?

Dovresti inventarti un Natale alternativo, riciclare nuovi significati o scoprirne di vecchi, se tutto andrà bene e se ce la faremo, io prometto che sarò più buono. Mi guardi negli occhi intensamente, dici che siamo ancora qui e siamo sempre quelli di prima, ma dietro la tua maschera, quanta paura di morire.

 

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