Notti tragiche –  Zitti e buoni, non c’è tanto da ridere

 

Notti tragiche

 

Notte. Filtrano rare folate di aria calda dalle finestre lasciate aperte e a tratti neanche quelle: solo afa che ti avvolge in un abbraccio umido, tutto è immobile. Sudore, insonnia e primi cenni di male alle ossa. Dura è fare i conti con gli acciacchi: se dormo troppo, la cervicale mi mette l’anello all’anulare costringendomi di malavoglia a dirgli di sì, ma se dormo poco, la pressione mi massaggia le tempie e mi bacchetta il petto, la mattina successiva. È chiaro che soffro anche di masochismo: che senso ha tenere i climatizzatori spenti, in condizioni come queste? Un presunto e improvviso filo all’ambiente? Fratello climatizzatore e sorella televisione, aiutatemi!

La notte insegue sempre il giorno. È una regola della vita, conosciuta anche come la legge di Jimmy Fontana. Se tanto mi dà tanto, dopo le notti magiche seguono quelle nefaste. La tv è la fedele amica di queste notti tragiche. La disturbo mentre sonnecchia, sfioro delicatamente il telecomando e lei si accende. È più servile di una geisha. Solo telegiornali e film western il sabato notte. Su Cine34 non passano nemmeno la filmografia della Fenech. Ormai, anche chi non c’era all’epoca, la conosce a memoria. Ah, la Divina Fenech: dovrebbero darle, non dico un Oscar o un premio alla carriera, ma almeno una pensione per l’intensa attività umanitaria.

C’è un film francese su Rai3 con i sottotitoli in italiano. Mi lascio prendere dalla storia di un giovane chitarrista in vacanza in Bretagna, il quale, conteso da tre coetanee, alla fine, le molla e torna a Parigi per comprare un registratore professionale rimediato usato. L’arte, innanzitutto.

Nella penombra, guardo le due paia di scarpe prese a saldo da Decathlon. Le indosso e cammino per la casa. Sono larghe, troppo. Infilo i calzini e riprovo. Niente da fare. Sono entrambe numero quarantatré, così apro l’armadio e cerco le vecchie: infatti, erano quarantadue. Non ricordo più i numeri, non conosco più il mio corpo, ma soprattutto: da quanto tempo non compravo un paio di scarpe?

Mentre ci rifletto, mi volto e caccio un urlo. Falso allarme: è solo un ignudo verme allo specchio con indosso un paio di scarpe da tennis, calzini, boxer e uno strato di peluria sulle spalle che avverte della necessità di una nuova rasatura. Dio che ribrezzo, poi dici che le donne sono cattive quando sono sincere.

Sono passate le quattro e mezzo. Metto in carica l’iPod e il contapassi per la mattina… cioè, è già mattina, quindi li carico per quando mi alzerò. Se mi alzerò. Mi aspetta la consueta scarpinata di un’ora, complice una dieta non troppo severa che in due settimane mi ha tolto tre kg sui novantasette cui ero arrivato, quindi, se non mi alzassi sarei perfino giustificato. Ma no, e invece mi alzerò, i principi innanzitutto: mi laverò – forse – il viso, colazione frugale, le nuove scarpe di un numero superiore e andrò incontro all’afa e al caldo, come un pioniere, come un’idealista, come uno stronzo. Beh, non c’è tanto da ridere: zitto, buono e ormai, fuori di testa.

 

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