Andy Warhol nella società dei consumi

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Una Coca Cola è sempre una Coca Cola e non c'è quantità di denaro che possa farti comprare una Coca Cola più buona di quella che l'ultimo dei poveracci si sta bevendo sul marciapiede sotto casa tua. Tutte le Coca Cola sono sempre uguali e tutte le Coca Cola sono buone. Lo sa Liz Taylor, lo sa il Presidente degli Stati Uniti, lo sa il barbone e lo sai anche tu.

Andy Warhol

 

 

In fondo, Andy Warhol, una statua in un Centro Commerciale, la meriterebbe. Ogni spazio in cui le merci trionfano, è un tributo all’artista di Pittsburgh. Incarnare il tempo in cui si vive, anticipandone le esasperazioni, significa elevarsi all’altare del futuro.

Apparenza, forma, merce, simbolismo. Effimero svuotato di contenuto. Riproduzione in serie. Esposizione di marchi.

Queste, le attività che si svolgono nei supermercati. Chi lavora nel settore vendite, dovrebbe approfondire l’opera di Warhol, come chiunque intenda comprendere il senso del nostro tempo, dovrebbe partire dalla sua arte.

Il supermercato e il centro commerciale, sono spazi multimediali in cui musica, immagine, etichetta, si fondono con gli slogan, e i contenuti hanno l’unica funzione di servire a logiche di commercio come a legittimare la società dei consumi. Come il fascino discreto che suscita un volantino per la spesa. Lo sfondo è un sipario teatrale. In primo piano, la scritta Grandi Marche. Poi, il sottotitolo: Prezzi Imbattibili. Immancabile il pacco doppio di Coca Cola. Seguono olio e caffè delle sigle più in voga. Sfogliandolo, troviamo una serie terrificante di induzioni al consumo: il gusto delle nostre carni; il pesce fresco tutti i giorni; frutta e verdura di stagione; gastronomia di qualità.

Termini, non casuali: gusto, freschezza, stagionalità, qualità. C’è, ovviamente, la parola magica: prezzi imbattibili. Infine, l’aggiunta di un menù. E ancora, collezioni di premi (presunti), che distinguono una catena dall’altra.

L’arte di Warhol ci propone l’icona del divo che è fine a se stessa, non risolve alcun dubbio e ha come necessità l’apparire: e questo è possibile per tutti noi, almeno per quindici minuti nella nostra vita (secondo l’aforisma che gli è stato attribuito e che forse non è neanche suo), ma dobbiamo ottimizzare e far fruttare quel breve lasso temporale di fronte all’eternità. Quello di Warhol è un soggetto oggetto, siamo noi, siamo la merce stessa.

Si tratta di un meccanismo che non si può fermare un solo giorno perché l’essere umano è concepito dalla società stessa, solo come consumatore. Warhol ci mostra l’uomo muoversi nel meraviglioso circolo della cultura di massa, in cui si riducono non solo le distanze sociali, ma anche le personalità individuali, già mortificate dall’esistenza, per trovare rifugio nell’apparenza, nella conformità e nell’artificio: un essere in balia perpetua della pubblicità.

Il centro commerciale rappresenta il ventre della società dei consumi ed è qui che noi ritroviamo il messaggio di Andy Warhol.

 

Enrico Mattioli Enrico Mattioli, Avvisiamo la gentile clientela

Perché un soprannome è più indicativo del nostro nome? Le generalità sono il frutto della scelta di altri, presto o tardi, quando entreremo nel mondo del lavoro, quelle lettere diventeranno numeri. Un nomignolo, invece, è legato a un fatto realmente accaduto o a una caratteristica personale e in qualche maniera rivela la nostra reale identità.
Nella società dei consumi, dove tutti gli echi sono adulterati - Karl Marx è quello della cioccolata con lo strato di caramello e Che Guevara ha ucciso l’Uomo Ragno - l’identità diventa un tema centrale. Mantenerla ed essere coinvolti il meno possibile dall’ossessione di dover comprare, è una faccenda primaria.
Leopoldo Canapone, protagonista di Avvisiamo la gentile clientela, assiste quotidianamente alla processione di clienti infatuati dagli spot e dalle offerte promozionali. È anche uno che di soprannomi se ne intende, soprattutto, aveva un’identità. Aspirante attore, era sicuro che alla fine, sarebbe entrato negli Studi di Cinecittà. Sbagliò di poche centinaia di metri: anni dopo, timbrava il cartellino nel supermercato adiacente agli stabilimenti cinematografici, ma in fondo, era arte anche quella perché come addetto vendite, doveva indossare una maschera e sorridere al pubblico.   


“Il cliente è un cliente fottuto e non un fottuto cliente” - Leopoldo Canapone.



Enrico Mattioli Enrico Mattioli, La città senza uscita

Che cos’è una città senza uscita e chi c’è dietro una sigla aziendale?
La città senza uscita è un centro commerciale che ha soppiantato la vecchia metropoli, in un tempo indefinito. Attraverso le vicende di Leopoldo Canapone, il dipendente col più alto numero di provvedimenti disciplinari, emerge il profilo dell’addetto vendite, una figura che, oltre la lealtà verso l’impresa per cui opera, è una persona come tutte, compreso il cliente con il quale entra in contrasto. Canapone, idealista stanco e presuntuoso, terrorizza la clientela suggestionandola con la cattiva qualità dei prodotti, inducendola a non tornare. Il suo atteggiamento va a minare il marchio, che è cosa sacra.
È soprattutto la storia di una persona che per ragioni di sopravvivenza coesiste con un lavoro che non ama. Questo conflitto si snoda lungo una narrazione amara e beffarda, dove tecniche di vendita e slogan stordiscono il dipendente, minando la sua identità personale in nome della fedeltà a un gruppo commerciale.
Quando il caso regala a Leopoldo una sterile notorietà, i superiori scoprono che le sue provocazioni fungono da veicolo promozionale. Canappa, come lo chiamano i colleghi, si trova inserito in un sistema da dove è impossibile fuggire perché il consenso non si può combattere. Il suo momento di celebrità, però, volgerà presto al termine e le vicende lavorative resteranno sospese. Come la vita.



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