L’operaia

 

L'operaia

L’operaia e il dolce suono della fine del turno di lavoro

 

Aveva sogni che diventarono rimpianti. A volte, soprattutto in certi giorni, le ritornano in mente. La vita, questa bastarda, le ha imposto un percorso diverso e s’è dovuta adattare. Si occupa di un’attività che non ama e deve tirare avanti.

Eppure, c’è un momento, in ogni sua giornata, in cui il suo animo si rincuora. Nessuno glielo può togliere, nessun capo può defalcarlo. È soltanto suo e non deve dividerlo.

È l’ora che separa l’operaia dalla libertà. Trascorre con lentezza, è l’attimo più atteso, quello in cui pregusta tutte le cose che la attendono fuori e che, probabilmente, nemmeno farà, come cucinare il piatto preferito o andare al parco o qualsiasi altra cosa regali piacere. È la fine del turno di lavoro. Lei ha altre faccende da svolgere, deve correre, ma non importa. È libera, anche se per un giro d’orologio soltanto, perché l’indomani sarà di nuovo sul pezzo ad attendere quella campana che la riporta indietro ai tempi della scuola, quando la primavera portava i primi sussurri al suo cuore.

Nessuno le aveva spiegato che il tempo è un maschio che lascia segni indelebili, ma questo, lei, lo avrebbe capito a sue spese, più in là.

Sogni e speranze svaniti nell’inverno dell’esistenza, resta, appunto, quella campana stonata a regalare l’attimo che si ripete come un conforto. Sono queste le cose per cui vale la pena vivere, pensa ogni volta in cui sta timbrando il cartellino per l’uscita.

S’illude che la vita le appartenga veramente ed è bellissimo. Deve tuffarsi nel traffico che la separa da casa, ma non le interessa perché le sembra proprio di tornare bambina, quando la portavano al mare e lei era impaziente di arrivare, per scoprire oltre l’orizzonte e con la solita meraviglia, la distesa d’acqua e il sole che la accarezzava.

 

 

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