Liverpool, prossima fermata

Storie di qualunquisti anonimi

In regalo per te i primi capitoli de Il bamboccione

 

Emilio Santini, detto anche Santillana, è il narratore di Storie di qualunquisti anonimi. Nel precedente post ho inaugurato delle appendici, la possibilità, cioè, che questi miei personaggi raccontino “ancora” un’altra storia. 

Santillana è un insegnante di chitarra e offre lezioni su come affrontare il palco. Emilio è anche e soprattutto un fan dei Beatles. Ricorda con nostalgia un viaggio a Liverpool con Ursula, sua vecchia fiamma. La morte di John Lennon e il ricordo di Ursula sono tormenti da cui non riesce a liberarsi. Prende la vita di Pete Best come una metafora universale che accomuna la vita di ognuno. È il fato, camuffato in una figura qualunque, che può decidere chi sì e chi no. 

di Emilio Santini

Un romanzo infinito

Una vicenda che ha segnato la vita di milioni di appassionati. Una storia di quelle già scritte in cui il destino, più che in altre circostanze, sembra avere autonomia assoluta. L’uomo non può sottrarsi a quel volere.

Una città di poche prospettive. La guerra. L’infanzia e l’adolescenza complicate. Dei ragazzini che s’incontrano in modo fortuito. Percorsi accidentali e inevitabili. E i sogni di rock and roll. Non sono rose e fiori, però. Dal treno si sale e si scende.

Stu Sutcliffe, il primo bassista, muore un anno prima del grande successo, dopo aver abbandonato il gruppo per seguire la sua vera passione: la pittura. E poi Pete Best, il penultimo batterista, costretto a lasciare alla vigilia dell’esordio, in favore di Richard Starkey, alias Ringo Starr. È la favola dei Beatles, la vicenda del gruppo che ha segnato la musica popolare.

Il destino si era già palesato in modo ineluttabile con l’avvento del manager Brian Epstein, proprietario di un negozio di dischi ed elettrodomestici. Un fan chiede il disco di un gruppo sconosciuto. Quel pezzo è stato registrato in Germania, ad Amburgo, e s’intitola My Bonnie. In realtà il gruppo, che nel disco si chiama Beat Brothers, fa da spalla al cantante Tony Sheridan. Il commesso non ha mai sentito parlare del complesso. Il cliente risponde che è davvero strano. Quel gruppo che in realtà si chiama Beatles, suona a pochi metri dal negozio, precisamente al Cavern Club, in Mathew Street.

Epstein è un dinamico commerciante, sempre attento ai bisogni della clientela. Decide di recarsi di persona nel locale per parlare direttamente con loro. È l’ottobre 1961. Due mesi più tardi, gennaio ’62, i ragazzi firmano il contratto che li lega a Brian Epstein.

Dopo tanto girovagare per le case discografiche londinesi, Epstein trova loro il primo contratto con la EMI. Il tramite è George Martin, colui che diventerà il produttore dei Fab Four. Brian plagia la loro immagine, George sviluppa il loro stile grezzo. È Martin a consigliare di sostituire Pete Best: – Se decidiamo di fare un disco – dice a Brian – questa batteria non è quello che io voglio.

In un caldo pomeriggio di luglio

Estate del ’57. Uno studentello mancino si fa convincere dall’amico Ivan Vaughan ad accompagnarlo alla festa annuale della parrocchia di St. Peter. Dopo l’esibizione di un gruppo di skiffle, i Quarrymen, Ivan presenta il suo amico al capo del complesso. Le presentazioni sono formali e non lasciano presagire granché: – Hi John, this is Paul.

Qualche mese dopo l’ingresso di Paul nei Quarryman, questi presentò a John un ragazzino. Costui era solito salire sul medesimo autobus di Paul per andare a scuola. Il padre stesso era un autista di bus. Anche il provino per ammettere George nel gruppo, si tenne su un autobus. Fin qui, in sintesi, la cronaca del loro trovarsi che culminò – come detto – nel ’62 con l’ingresso di Ringo.

Ha senso scrivere oggi sui favolosi quattro?

Cos’altro si può aggiungere che già non sia di pubblico dominio? I Beatles sono stati uno dei fenomeni culturali e musicali che ha segnato il secolo. Possono piacere oppure no, ma i vostri gruppi preferiti ascoltavano i Fab Four.

La lunga e tortuosa strada

La Grande Guerra iniziò nel ’39 con l’invasione della Polonia da parte delle forze tedesche. Terminò in Europa nel maggio del ’45 e in Asia nel settembre dello stesso anno, dopo i bombardamenti atomici.

Seguirono ricostruzioni e nuovi equilibri internazionali. La guerra fredda tra USA e URSS condizionò e indirizzò i nuovi atteggiamenti. Questo era scenario prima dell’avvento dei quattro di Liverpool.

I Beatles affinarono il loro stile ad Amburgo. La prima volta che si recarono nella città tedesca fu nell’agosto del ’60. Furono espulsi tre mesi dopo e tornarono nell’aprile del ’61 avendo risolto i problemi relativi all’espulsione. In quell’anno, mentre i ragazzi ci davano dentro ad Amburgo, a Berlino, il 13 agosto, il governo della Germania Est faceva erigere il Muro che divise la città per ventotto anni. Era il simbolo della guerra fredda tra Russia e Stati Uniti.

Tra la fine del conflitto bellico – 1945 – e il primo disco dei Beatles – Love me do, 5 ottobre 1962 – passarono diciassette anni. Nello stesso giorno di ottobre uscì nelle sale cinematografiche il primo film della serie 007. Dieci giorni più tardi, fu il momento della crisi dei missili a Cuba che portò il mondo sull’orlo di una terza guerra mondiale. L’episodio fu la conseguenza del tentativo di invadere l’isola caraibica l’anno precedente, da parte di esuli e mercenari addestrati dalla CIA, fatto passato alla storia come La baia dei porci.

La mania

Tra l’assassinio del presidente Kennedy – novembre ’63 – e il primo tour americano dei Beatles – febbraio ’64 – passarono appena tre mesi. Gli USA che i quattro di Liverpool trovarono, erano un paese in stato di confusione. Molti sostengono come il loro primo singolo in cime alle classifiche americane, I want to hold your hand (voglio tenerti per mano), diventò, nell’immaginario collettivo, un messaggio di comunione verso una popolazione ancora scossa dalla morte di John Fitzgerald Kennedy.

I want to hold your hand segna l’inizio della beatlesmania negli Stati Uniti e la definitiva consacrazione del gruppo.

L’epopea dei ragazzi inglesi s’inserisce in questo panorama internazionale.

Molte dinamiche, nella storia dei Beatles, hanno una forma casuale che sfugge alla logica. Alcuni eventi s’incastrano strategicamente come un incantesimo. Troppi i se, per poterli affrontare con razionalità.

Da soli i quattro non potevano certo porre fine a esistenze vissute sul filo di una straordinarietà che ha dato loro tutto e tolto molto: occorreva solo un destino imprevedibile. A tale proposito, paradossalmente, Pete Best, colui il quale la fatalità ha voluto escludere dal successo planetario spegnendo sul nascere la sua luce nel firmamento delle stelle, rappresenta un’amara metafora di vita: il treno perso, la caduta, le cose che dovevano andare così e di cui nessuno poteva prevedere gli sviluppi.

 

Di John, Paul, George e Ringo ne sono esistiti solo quattro, ma tutti noi, nelle nostre personali dimensioni, siamo Pete Best.

Emilio Santini – Storie di qualunquisti anonimi