L’insostenibile leggerezza della suggestione

 

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C’è una differenza sostanziale tra mentire e suggestionarsi. Nel primo caso, si è ben consapevoli di dire il falso. Nel secondo, invece, si crede veramente in ciò che si afferma. Il suggestionato, quindi, in termini di legge, andrebbe assolutamente assolto o almeno, gli spetterebbero tutte le attenuanti.

Definire i limiti dell’una e dell’altra, non è semplice. A volte, nelle persone che frequentiamo, notiamo un abisso identitario tra il modo in cui si raccontano e quello che noi percepiamo di loro. E allora ti chiedi: costui sta mentendo? No, si mente quando si deve uscire dai guai o da una situazione d’imbarazzo. Probabilmente, non si tratta nemmeno di un geniale cialtrone.

Molto spesso, l’opera portata in scena, è una fiction a puntate, la quale, giacché ha portato larghi successi al suo autore, è replicata all’infinito.

I larghi successi sono l’accettazione degli altri, la simpatia del prossimo, la stima degli amici e dei familiari e dei conoscenti. Una volta trovata la dimensione che permette di tirare avanti, si persegue pedissequamente.

Una chiave per comprendere queste dinamiche, è rappresentata proprio dalla narrativa. Nella scrittura, infatti, chi racconta, usa la prima o la terza persona, a parte il brillante esempio di Jay Mc Inerney in Le mille Luci di New York, il quale fece raccontare la storia al suo narratore, in seconda persona.

Dunque, la prima persona, direbbe, così: io sono un tipo integerrimo e non ho mai accettato compromessi.

La terza persona, che potreste essere proprio voi nella descrizione del tizio di cui sopra, direbbe, questo: è un tipo che si proclama integerrimo, ma, in realtà, molto incline ai compromessi.

Cambia il punto di vista, chiaramente, perché la differenza tra la prima e la terza persona, è che la prima offre una possibilità di partecipazione emotiva maggiore, ma ha un’ottica che possiamo definire piatta; la terza, ha un distacco maggiore dall’azione, ma anche una maggior ampiezza di veduta. È come un cambio d’inquadratura, in sostanza.

Che la vita sia un palcoscenico, è una frase logora e abusata. Il fatto è, invece, che in pochi accettano di essere comparse e molti si proclamano (o pretendono) di essere protagonisti assoluti. Ciò rappresenta, in realtà, la tragicommedia di quei molti, sempre alla rincorsa di un primo piano.

L’educazione all’arte della recitazione ci dice che un’opera è costituita da personaggi maggiori e minori, ognuno con un proprio dignitoso ruolo. Lo so, molti sorrideranno perché viene in mente l’attore o l’attrice che hanno solo una battuta: e che cosa puoi pretendere dal pubblico, quando hai solo una battuta?

Eppure ci sono attrici e attori, tanti caratteristi, diventati celebri solo per aver recitato quella battuta o poche altre. Il segreto? Occorre farlo bene.

Nei lavori di Carlo Verdone, i caratteristi hanno avuto uno spazio molto importante, primo fra tutti, Mario Brega, il quale, benché lanciato dall’indimenticabile Sergio Leone, deve la sua immortalità presso le nuove generazioni, alle sue scene in Borotalco, il film di Carlo del 1982. Per restare alle pellicole di Verdone, che dire dell’attore Fabio Traversa alias Piermaria Fabris in Compagni di scuola e che di pose ne ha avute davvero poche, dato esce di scena quasi subito? È lui, probabilmente, l’esempio più calzante.

Potremmo citare i caratteristi nelle commedie degli anni cinquanta e sessanta, quali Carlo Pisacane e Tiberio Murgia (I soliti ignoti). Un esempio molto divertente è Tosca D’Aquino che ne Il ciclone di Leonardo Pieraccioni, era soltanto Carlina l’erborista, ma chi non ricorda il suo piripì?

Nella recitazione, nella narrazione, troviamo non soltanto lo svago, ma anche quegli strumenti che permettono di comprendere meglio noi stessi. Se, tanto per citare Andy Warhol, in futuro tutti saranno famosi per quindici minuti, prepariamo al meglio la parte.

 

 

 

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