Libertà

In regalo per te i primi capitoli de Il bamboccione

Premessa

Legittimo, anzi, doveroso celebrare la liberazione in tutte le sue manifestazioni. E ci mancherebbe pure. Sacrosanta ogni celebrazione, la memoria e il ricordo di ragazzi che hanno sacrificato la propria giovinezza e la propria vita. Aggiungo anche la differenza di giudizio tra chi è stato vittima e chi ha sostenuto un carnefice, fermo restando la pietà umana per tutti.

Il mio discorso, però, in questo articolo, prende una strada diversa. Vorrei approfondire la riflessione sulle differenze tra liberazione e libertà. Mentre la liberazione ha una caratteristica temporale, la libertà è generica.

Ah, la libertà. Non mi accorgo (non voglio accorgermi) di vivere in un sistema che, se non mi rende schiavo nel senso letterale del termine, mi fa esistere “a catena“. Vivo in funzione di un mutuo, di un tasso, di rate, di bollette e tutto questo mi rende dipendente dall’organismo economico imperante. I lavoratori, oggi, sono i nuovi poveri: piccoli risparmiatori (risparmio?) che danno ossigeno al sistema.

La libertà, come questi decenni hanno insegnato, non si conquista: si compra. Ovviamente, chi può.

Slogan

Nel nostro sistema tutte le teorie che favoriscono la vendita, spesso distorte ed estrapolate da un diverso contesto, sono riciclate per legittimare l’acquisto. Le parole sono importanti e non si usano a caso. Uno slogan è vangelo. In poche righe si concentrano i cardini su cui poggia la società dei consumi: una forbice ridotta tra ricchezza e povertà, consumatore, televisione, pubblicità, oggetto e desiderio. Il superfluo diviene uno stato di bisogno.

Fondamentale è vestire ogni consumo di un concetto filosofico o di una qualche forma di saggezza. Il vero artista, oggi, è il creativo che si cela dietro a uno slogan o a uno spot. Il diavolo non veste Prada, il diavolo regala consigli. Dammi una ragione plausibile e comprerò tutte le robe che tu vorrai.

La metropoli ideale del nostro tempo è costituita da punti vendita e centri scommesse, dove giocare e puntare. Noi siamo soldati sul fronte arruolati nella sacra guerra per mantenere in vita il sistema. Vivremo in brande multimediali, dove ricaricarci e laurearci in pubblicità.

Quando entri in un centro commerciale, il tempio del consumo, sembra di vedere un film in più dimensioni, di assistere a un transito di movimenti e di spazi. Sembra di poter volare da un posto a un altro richiamati dagli oggetti e di essere padroni del tempo. Sembra che la libertà individuale non abbia limiti. E così è, in effetti, ma solo fino al punto in cui arriva il guinzaglio che non si vede. Siamo predisposti a un collegamento senza fili, questa parziale indipendenza è un elastico che ci tiene legati alla cattedrale delle merci dove lavare l’anima con gli acquisti e ritrovare la pace.

In questo sistema le distanze tra il meno abbiente e il più facoltoso si sono ridotte. L’offerta è illimitata e non esistono frontiere poiché il desiderio che poteva apparire elitario, è ora a disposizione delle masse. Perché mai dovrebbe esserci qualcuno costretto a rinunciare?

Sogno

Diventa tangibile e concreto attraverso le rate e i prestiti. Un indirizzo di posta elettronica, un numero telefonico, qualsiasi tipo di recapito, diventano un tavolo di trattativa, l’induzione a un desiderio sempre nuovo. I mercanti di beni e servizi si sono raffinati. Non gli basta più occupare spazi televisivi e sponsorizzare centri storici e opere pubbliche, il web e la radio. Ti cercano loro, non aspettano che tu vada nel proprio esercizio, è roba superata. I cellulari e le mail, subiscono l’invasione di proposte, rate, prestiti e regali. I casinò on line e i siti di scommesse offrono crediti o carte con bonus per cominciare a giocare. I telefoni squillano a tutte le ore. Le compagnie elettriche e quelle telefoniche vendono agevolazioni. Se rispondi esasperato, replicano che loro stanno lavorando: ma stanno lavorando dentro casa tua.

Le democrazie internazionali che poggiano sull’Alta Finanza e sulle Multinazionali, stanno mostrando margini sempre più stretti o forse li hanno sempre avuti e ora è soltanto evidente. Eppure c’è chi sostiene che per capire veramente che cosa sia la libertà, bisognerebbe vivere in un paese totalitario. Vero, forse di libertà ognuno ne pretenderebbe più dell’altro, abituati come siamo a poter comprare (e consumare) di tutto e quindi, anche l’indipendenza: chi più soldi ha, maggiore libertà potrà possedere (e quindi, consumare). Il concetto di stare male prima per sentirsi meglio dopo, però, a me ricorda la barzelletta del tizio che comprava le scarpe strette perché l’unico sollievo rimastogli, era quello di toglierle la sera.

La nostra è una libertà che si palesa con la spesa.

 


Iscriviti alla newsletter

Iscrivendoti riceverai ulteriori risorse e notizie da Enrico Mattioli e potrai cancellare la tua registrazione in ogni momento. Vedi Privacy e Cookie Policy