La storia di Babbo Natale

 

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Cresciuto in un centro commerciale, scoprii Babbo Natale gestire la regia dei bagordi, nascosto dentro una sala avveniristica. Piani rialzati e scale mobili, sotterranei e parcheggi, annunci pubblicitari e una voce sensuale: Avvisiamo la gentile clientela che il centro rimarrà aperto anche la domenica. Tornate a visitarci.

Al piano terra un uomo indossava una tunica rossa e regalava buoni sconto. Da una fontana di polistirolo zampillavano fiocchi di zucchero filato, e subito dopo si trovava un camino finto, acceso per davvero. Canzoni di facile ascolto conciliavano con gli acquisti.

Ti davano un cestino e dovevi fare bene il tuo lavoro: riempirlo. Le statistiche pubblicate online dalle associazioni di consumatori, rivelavano che il 75% dei clienti con il cestino comprava sempre qualcosa, rispetto a chi non ce l’aveva. I cestini erano ben posizionati all'entrata.

Dietro i saluti spacciati per educazione, i cenni di benvenuto, i cartelli di Buon Natale e Santa Pasqua, c’era uno studio, una scienza, una scuola accademica: niente era lasciato al caso. La sensazione che sarebbe stata vera festa, veniva impacchettata con i fiocchi fosforescenti e la carta da regalo. Dietro i sorrisi e i gesti gentili, per me, per quelli come me, era solo il sollievo per il posto occupato.

 

Avvisiamo la gentile clientelaEnrico Mattioli

 

 

È una storia singolare, di quelle che ti fanno interrogare sul senso delle favole. La leggenda di colui che chiamiamo Babbo Natale o Santa Claus, prende spunto dalla vita di San Nicola, il santo di origine greca vissuto nel 280 d.C. nella città di Myra, terra che oggi è l’attuale Turchia. Dopo la morte del vescovo di Myra, Nicola fu acclamato dai concittadini come successore.

Strenuo difensore della religione cristiana fu incarcerato e in seguito mandato in esilio (305) nel corso della persecuzione di Diocleziano. Liberato da Costantino nel 313, Nicola riprese il suo apostolato.

Dopo la sua morte avvenuta il 6 dicembre (si presume nel 343), la sua fama si estese dall’Asia in tutta la cristianità dell’area slava e in Occidente fino al nord dell’Europa, grazie anche a molteplici scritti in latino e greco.

Attraverso la diffusione del suo culto divenne il protettore dei bambini e dei defraudati. Alcune leggende, infatti, narrano che il Santo resuscitò tre bambini e salvò altrettante ragazze dalla prostituzione.

È difficile ricostruire con certezza la trama che porta un uomo vissuto in Medio Oriente, presumibilmente magro e di carnagione olivastra, trasformarsi nella figura di quello che oggi è Babbo Natale.

Di certo, la Riforma Protestante del 1517, proibendo il culto dei santi, portò gli adulti a inventare storie e leggende. Inizialmente il lavoro di portare doni ai bambini, fu affidato a un Gesù bambino con l’aiuto di una figura imprecisata.

Una storia partita da lontano, una valanga che arrivando a valle, ingrossa. Nell’Ottocento, lo scrittore statunitense Washington Irving, scrisse di una figura (Nicola) che a bordo di un carro volante, passava sui tetti per portare regali ai bambini. Fu Clement Clarke Moore, a fornire un profilo vicino all’attuale (1823), nel suo poema A visit from Saint Nicholas. Lo scritto in origine era anonimo, in seguito fu ufficialmente attribuito a Moore - che sembrerebbe averla creata per i figli - anche se alcuni sostengono Henry Livingston jr esserne l’autore. In ogni modo, nell’opera la figura è di un elfo grassoccio con la barba bianca e il vestito rosso, alla guida di una slitta trainata dalle renne.

Un altro scrittore, il britannico Charles Dickens, nel 1843 in Canto di Natale, lo descrisse come un tizio robusto e con la barba ma vestito di verde. Infine, nel 1862, il vignettista Thomas Nast tratteggiò Babbo Natale come oggigiorno lo conosciamo tutti.

Alcune fonti sostengono che sia la Coca Cola ad aver creato l’immagine moderna di Babbo Natale, per via del colore rosso associato alla multinazionale. L’azienda americana, nel suo sito, chiarisce che attraverso le pubblicità, dagli anni ’30 fino ai nostri giorni, Coca Cola ha contribuito a perpetuare l’iconografia di Babbo Natale, ma la scelta del colore rosso è da attribuire effettivamente al vignettista politico Thomas Nast, che disegnò Babbo Natale per trent’anni, aggiornando il colore del suo mantello.

Possiamo quindi affermare che Coca Cola abbia standardizzato la sua figura.

È interessante sapere che l’azienda, commissionò al disegnatore Haddom Sundblom, detto Sunny, la sua versione di Babbo Natale. Sundblom, s’ispirò alla descrizione della poesia di Moore, A visit from Saint Nicholas, ma usò come modello un suo amico, tale Lou Prentiss, un venditore in pensione, e in seguito, alla morte di quest’ultimo, ritraendo se stesso allo specchio. 

È una storia ormai dilatata, quella arrivata fino a noi, consolidata. Del resto, tutte le favole, se ripetute con costanza e convinzione, diventano vere. Figura positiva per gli aspetti legati a consumo, economia e giro di affari, discutibile sotto l'aspetto etico e morale, Santa Claus incarna l'essenza dell'idolo che supera il concetto di bene e di male: in una società in cui artificio ed effetto speciale rappresentano l'assoluto, è decisamente lui, l'uomo copertina di ogni mese di dicembre.

 

 

Enrico Mattioli Enrico Mattioli, Avvisiamo la gentile clientela

Perché un soprannome è più indicativo del nostro nome? Le generalità sono il frutto della scelta di altri, presto o tardi, quando entreremo nel mondo del lavoro, quelle lettere diventeranno numeri. Un nomignolo, invece, è legato a un fatto realmente accaduto o a una caratteristica personale e in qualche maniera rivela la nostra reale identità.
Nella società dei consumi, dove tutti gli echi sono adulterati - Karl Marx è quello della cioccolata con lo strato di caramello e Che Guevara ha ucciso l’Uomo Ragno - l’identità diventa un tema centrale. Mantenerla ed essere coinvolti il meno possibile dall’ossessione di dover comprare, è una faccenda primaria.
Leopoldo Canapone, protagonista di Avvisiamo la gentile clientela, assiste quotidianamente alla processione di clienti infatuati dagli spot e dalle offerte promozionali. È anche uno che di soprannomi se ne intende, soprattutto, aveva un’identità. Aspirante attore, era sicuro che alla fine, sarebbe entrato negli Studi di Cinecittà. Sbagliò di poche centinaia di metri: anni dopo, timbrava il cartellino nel supermercato adiacente agli stabilimenti cinematografici, ma in fondo, era arte anche quella perché come addetto vendite, doveva indossare una maschera e sorridere al pubblico.   


“Il cliente è un cliente fottuto e non un fottuto cliente” - Leopoldo Canapone.



Enrico Mattioli Enrico Mattioli, La città senza uscita

Che cos’è una città senza uscita e chi c’è dietro una sigla aziendale?
La città senza uscita è un centro commerciale che ha soppiantato la vecchia metropoli, in un tempo indefinito. Attraverso le vicende di Leopoldo Canapone, il dipendente col più alto numero di provvedimenti disciplinari, emerge il profilo dell’addetto vendite, una figura che, oltre la lealtà verso l’impresa per cui opera, è una persona come tutte, compreso il cliente con il quale entra in contrasto. Canapone, idealista stanco e presuntuoso, terrorizza la clientela suggestionandola con la cattiva qualità dei prodotti, inducendola a non tornare. Il suo atteggiamento va a minare il marchio, che è cosa sacra.
È soprattutto la storia di una persona che per ragioni di sopravvivenza coesiste con un lavoro che non ama. Questo conflitto si snoda lungo una narrazione amara e beffarda, dove tecniche di vendita e slogan stordiscono il dipendente, minando la sua identità personale in nome della fedeltà a un gruppo commerciale.
Quando il caso regala a Leopoldo una sterile notorietà, i superiori scoprono che le sue provocazioni fungono da veicolo promozionale. Canappa, come lo chiamano i colleghi, si trova inserito in un sistema da dove è impossibile fuggire perché il consenso non si può combattere. Il suo momento di celebrità, però, volgerà presto al termine e le vicende lavorative resteranno sospese. Come la vita.



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