La questione arabo israeliana

 

 

Comprendere le ragioni della questione israeliano-palestinese, richiede documentazione, studio, quindi, scavare, e questo, ahimè, costa lavoro.

Analizzare il problema prima o poi ci porta a spolverare la Bibbia, il testo sacro della religione ebraica e cristiana. Insomma, un lavoretto da poco. La mia idea era che fosse un testo dal linguaggio affaticante, tipo “i non filistei non devono non andare al tempio…“, una preposizione che di per sé mi fa già venire l’orticaria. Ovviamente, si tratta dei miei preconcetti.

Se per gli ebrei la Terra Santa, appunto, è quella promessa da Dio ad Abramo, patriarca dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam, e compiuta da Mosè chiamato da Dio a liberare il popolo, per i cristiani è il posto dove nacque, visse, morì e resuscitò Gesù; invece, per i musulmani è la terra in cui giunse Maometto, fondatore e profeta dell’Islam, al termine di un viaggio immaginario dalla Mecca fino al cielo, visitando il Paradiso e sorvolando l’Inferno.

Secondo la Bibbia, il Regno Unito di Israele fu il regno degli Israeliti formatosi verso il 1030 a.C., dove attualmente risiedono Israele, Cisgiordania e Giordania.

In seguito alla fine della monarchia, nel 930 a.C., il Regno si divise in due:

il Regno di Israele, a nord, composto di dieci tribù che formavano il popolo di Israele. Conquistato dagli Assiri all’incirca nel 720 a.C., le tribù uscirono dal racconto biblico diventando le dieci tribù disperse (che molti cercano tutt’ora);

il Regno di Giuda di cui facevano parte le tribù che non abbandonarono la guida di Dio. Il regno fu distrutto nel 587 a.C. dai Babilonesi che conquistarono Gerusalemme e deportarono la popolazione.

Oggi scopriamo, secondo le tesi recenti riportate dal professor Alessandro Barbero, storico e accademico italiano, che il Regno di Israele, non sarebbe mai esistito.

Nel rispetto del lavoro di tutti, qui non è tanto importante il filone revisionista della storia, quanto il fatto che la materia trattata sia di una difficoltà sfuggevole.

Saltando l’intera storia del dopo Cristo e delle incursioni romane passando per le Crociate – anche per accelerare la lettura on line – fino ad arrivare ai giorni nostri, la nazione di Israele è riconosciuta a titolo internazionale dopo la fine della seconda guerra mondiale e dell’olocausto, il 14 marzo del 1948. La sua proclamazione fu approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel ’47 per concretizzare il Piano di Ripartizione della Palestina. Il piano si prefiggeva di risolvere i contrasti tra arabi-palestinesi e israeliani dividendo il territorio in due parti, una araba e l’altra ebraica, lasciando Gerusalemme sotto il controllo internazionale. Fu un evento contrastato dai palestinesi e dai gruppi anti-sionisti, oltre che dal mondo arabo.

Dopo il 1948, in seguito alla guerra arabo israeliana, Israele occupò una buona fetta dei territori arabi assegnati dal Piano di Ripartizione dell’ONU nel ’47. Le truppe giordane reagirono occupando la Cisgiordania e la Gerusalemme orientale. Questo stato di cose durò fino al 1967, quando a seguito della guerra dei sei giorni che vedeva implicati Israele contro Egitto, Siria e Giordania, le truppe israeliane riconquistarono la Gerusalemme orientale, proclamandola nel 1980, città unica e indivisa, ma il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dichiarò quella legge nulla e che l’atto rappresentava una violazione dei diritti internazionali. La presa di posizione israeliana, inutile dirlo, rappresenta un grave ostacolo alla pace in Medio Oriente.

Il passato ci racconta che gli ebrei sono vessati e sottomessi quando non sono uniti, scacciati e indicati come il male in ogni società in cui si trovavano, attaccati perfino nella loro terra sul cui senso d’unità nazionale si può dubitare. Essi rappresentano, secondo i palestinesi, il dominio del potere e degli interessi sul diritto.

Ora, chi scrive, propende per una terza via utopica. Non mi piace confondere lo Stato d’Israele con il popolo israeliano, lo Stato Palestinese con il popolo palestinese.

Oggi come oggi le utopie fanno sorridere. La logica del mondo in cui si vive e gli equilibri internazionali se ne sbattono: la politica di concentrare i conflitti solo in certe aree del mondo, fa in modo che altre aree ne restino immuni. Le popolazioni di quelle terre, di qualsiasi etnia e religione, hanno vissuto sotto il cielo di Palestina senza pestarsi troppo i piedi – al paragone dei conflitti militari – fino alla Prima Grande Guerra.

Pensare di togliere frontiere e abolire le istituzioni, di bloccare il fiorente mercato delle armi e lasciare che le popolazioni se la vedano da sole, sarebbe da folli, direbbero tutti. E poi, altro che utopia: questa è anarchia, sosterrebbero altri ancora. Sì, ma sì, lo direbbero in maniera disinteressata tutti quelli che armano una parte e l’altra.

Certo, ci sarebbero risse e volerebbero cazzotti, e poi morsi e graffi, ma in fondo, non potrebbero far peggio delle notti illuminate dai bombardamenti e del disastro cui si assiste ogni giorno. E magari, prima o poi, stanchi e pieni di lividi, consapevoli del senso del ricolo cosmico che l’esistenza porta con sé sotto forma di storia, i palestinesi passerebbero il tempo sorridendo alle rassegne di umorismo yiddish, e gli israeliani, a riflettere sulle strisce quotidiane dei vignettisti palestinesi, perché l’arte, almeno, non ha mai ammazzato nessuno.

 

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