La metamorfosi

 

La metamorfosi

La metamorfosi – Lavoro

 

Stavo cercando di cambiare vita. Nel giro di un paio di mesi, avrei perso il lavoro e dovevo organizzarmi. Il tempo stringeva, era il nemico principale e mordeva le caviglie.
Da un lato, mi sarebbe mancata la fonte di sussistenza. Dall’altro, avrei chiuso per sempre rapporti ipocriti alimentati per inerzia nel corso di trent’anni. Epigono del protagonista di Kafka, Gregor, mi svegliavo ogni mattina ritrovandomi insetto.

Avevo avuto chiara questa percezione, nel corso di una manifestazione sulla crisi del nostro settore. Rivedere persone con le quali, nel bene e nel male, avevo avuto a che fare, mi ripropose una serie di aneddoti su tutto il sistema-carrozzone insito in un ambiente lavorativo.

Era già da un pò che osservavo la mia esistenza. Avevo visto La grande bellezza al cinema e mi aveva colpito la scena onirica di Jep Gambardella, quando dopo aver compiuto sessantacinque anni, scopriva di non aver tempo per sprecarlo a fare cose che non amava.

A me erano occorsi tre anni di yoga, vari corsi di meditazione, la morte di mio padre e un volontario isolamento, per avere un’idea vaga di quello che volevo fare.
La possibile perdita dell’occupazione, mise fine anche alle lezioni di yoga. Le discipline alternative aprono la mente, ma svuotano i portafogli. No, in realtà questa era solo una frase a effetto. Il nostro stile di vita era imperniato su vendite e acquisti, senza denaro non era possibile vivere. Se volevi concederti vizi o passioni e del puro benessere, dovevi spendere soldi, altrimenti ti svegliavi al mattino solo per andare a lavorare.

Lavorare, appunto. Nonostante riflessioni e introspezione, non avevo mai avuto il coraggio di abbandonare il lavoro. Troppi gli ostacoli, pratici e non. Il primo, come detto, era lo stipendio. Poi, non di poco conto, il giudizio degli altri. Familiari, parenti, amici, conoscenti: la gente non avrebbe avuto pietà verso un tale che aveva la fortuna di lavorare. Era una società che faceva della praticità il suo valore massimo. Che cosa pensare di uno che abbandona il posto alla ricerca… della libertà e della felicità?
No, non avevo avuto gli attributi per fronteggiare tutto ciò, una consapevolezza già di per sé avvilente. Doveva accadere qualcosa più forte della mia volontà e che mi avrebbe concesso la più inaspettata scusa storica della vita.

Mi trovavo al parco, quella mattina. L’afa e l’umidità erano svanite e regalavano momenti di benessere assoluto. Da pochi minuti avevo avuto notizia che i nostri contratti erano saltati per i costi elevati. In parole povere, eravamo a spasso.

Sorridevo guardando due cani che si annusavano e poi giocavano a rincorrersi. Dietro di me, degli addetti sistemavano l’area di una prossima rassegna cinematografica all’interno della pineta. Ora avevo veramente un mucchio di problemi, ma l’aria fresca mi rallegrava. Dovevo riorganizzarmi la vita e non sarebbe stato facile per niente.

Restai a leggere le notizie sportive con animo leggero. Mi alzai per bere un sorso d’acqua alla fontana e tornai a casa affamato, con una serie di nuovi progetti inconcludenti, ma che in qualche modo, dovevo realizzare.

 


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