La città senza uscita – capitolo cinque

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Certificato di deposito - CC BY-NC-ND


È il giorno del ritorno. Mi alzo dal letto e mi preparo. In realtà non ho riposato bene e l’inquietudine mi accompagna. Sono a disagio, dopo uno strappo faccio fatica a riportare una situazione alla condizione originale.

Esco e mi affretto verso la macchina. Arrivo nei pressi del corridoio 3A. Parcheggio e scendo al supermercato. Il camion sta scaricando. La mia è una faccia da cordoglio, saluto tutti con un cenno della mano. I colleghi mi fanno festa, mi accolgono come uno che è uscito di galera, mentre a me, invece, pare di esserci appena entrato. Caffè e convenevoli. La direttrice che mi saluta. Nessun accenno alla pena scontata. Tutto come se niente fosse. È il segno del sopruso consumato.

Attendo il sacchetto del fondo cassa e mi avvio. Apparecchio la postazione. Entrano i primi clienti, io resto di spalle. Non voglio vedere nessuno. In qualche modo devo far passare le sei ore.

Fisso il piccolo reparto libri. Vi sono riposte le biografie di calciatori e attrici, la roba di scrittori mansueti e televisivi. Data la suggestione del luogo in cui ci troviamo, non saprei quanto è giusto chiamarli libri. Sono merce. Sembrano testi sugli spot pubblicitari. Si incastonano perfettamente nei finti architravi di ferro. A periodi regolari passa l’addetto esterno che si occupa del rifornimento e che provvede alla sistemazione, seguendo una logica legata a classifiche di vendita e indicazioni di editori e distributori. La grande industria ha fatto dei libri ciò che ha fatto con il cinema e i cine-panettoni: i libri-panettone.

Spesso, mentre aspetto i clienti, resto a guardare lo scaffale collocato alla fine del reparto profumeria, che nel nostro gergo chiamiamo testata. La testata è la scaffalatura che chiude un corridoio ed è posta all’inizio e al termine di una corsia. Da noi la testata dei libri è in faccia alle casse perché la regola dice che la fila per il cliente è un tempo morto per gli acquisti, e quindi collocare la libreria nel posto in cui non si ha nulla da comprare, favorisce la vendita.

I libri che noi vendiamo trattano di come non lasciarsi sfuggire il principe azzurro e quali esercizi deve fare un uomo per avere l’addome scolpito e il culo sodo. Mi passano in cassa queste edizioni e osservo le persone che le scelgono. Io non potrei sconsigliare un acquisto, se fossi un commesso normale.

Ho iniziato a terrorizzare la gente cominciando proprio dai libri, considerando arbitrariamente che fosse il mio campo di pertinenza. In seguito la mia attività si è espansa a tutti i prodotti di maggior consumo. Visti i provvedimenti disciplinari collezionati, direi di aver mietuto un discreto successo.

Nella pace inconsueta, echeggiano delle urla confuse dal corridoio dei detersivi. Marlon Brandy, l’attore sconosciuto, è con la compagna, Lorena Delon, attrice per nulla sconosciuta giacché anche la sua biografia è nel nostro assortimento.

Lui la tiene per mano e lei tenta di divincolarsi. La lite prosegue in prossimità della mia cassa. Il contrasto riguarda la scelta della carta igienica. La Delon impreca contro Marlon e bestemmia: ‒ Sei euro per la carta da culo, una semplice carta da culo! Gesùcristoincroce, stavolta paghi te, deficiente! Fottiti tu e le tue manie di grandezza…

Marlon è morto dall’imbarazzo, lei sbatte tutti gli articoli sul tappeto della cassa mentre continua a insultarlo. Fedele alla mia personale battaglia contro il consumismo visto da dentro, decido di intervenire tanto per mettere zizzania: ‒ Forse il suo ragazzo voleva usarle un riguardo. Avrà pensato che solo una carta pregiata come questa può accarezzare la sua pelle…

‒ E tu che cazzo vuoi? Pensa a lavorare e zitto, coglione!

‒ Era solo un complimento, non volevo mica offenderla – replico ‒ come dire che lei ha un bel culo.

Adesso è lui che si indigna: ‒ Oh, come ti permetti?

Così dicendo, mi tira la confezione di carta igienica. La Delon è fuori controllo: ‒ Dov’è la direzione? Non c’è nessuno in questo cazzo di posto? Possibile che devo parlare con un commesso?

Gli strilli hanno attirato una discreta folla che, dato il personaggio in questione, tanto discreta non è. Dopo cinque minuti arrivano i vigili urbani, sollecitati da qualcuno che ha a cuore ogni singolo minuto della vita delle stelle.

Lorena Delon continua la sua performance insultando tutti, me, direttrice e tutori dell’ordine. Tale comunione porta l’opinione pubblica dalla parte del povero diavolo che sgobba a fare un lavoro usurante, vittima tra l’altro, dei capricci della viziata star dello spettacolo.

Lorena si trova a suo agio in questo pandemonio mentre Marlon è colpito dal disagio cosmico sintomo della sua incapacità artistica, profezia di un futuro oscuro nel campo dello show business.

Io incasso la solidarietà del popolo della spesa. La vita può cambiare in poco tempo. Il vittimismo è un sano rifugio, come il gong per un pugile. La direttrice mi manda addirittura a fumare per smaltire l’avvilimento. Tutti mi offrono sigarette e caffè, sembra che siano arrivati i nostri, cioè i miei. Dopo due ore torno in cassa. Un tale poggia la mano sulla mia spalla: ‒ Lei è il cassiere aggredito?

Io annuisco fingendomi afflitto. Lui si presenta: ‒ Salve, sono Arturo Bertè, redattore di Come e quando. Vorrei fare un articolo e qualche scatto, se possibile. Possiamo vederci nei prossimi giorni? Verrei con una fotografa, se non le dispiace.

Alberta, la segretaria che ammalia, è nei pressi e ascolta. Fa le facce, m’incita ad andare in nome dell’azienda. In fondo mi vuole bene e tenta di ricomporre la frattura. E poi, è l’unica alleata che ho. Sono i sergenti a comandare le guerre. I generali, al più, impartiscono le direttive. Alberta parlotta con la direttrice riportando virgole e punti. Il sano opportunismo prevale e seguo il consiglio della segretaria. Rispondo affermativo al redattore di Come e quando.

‒ Bene – dice lui. – Scambiamoci i telefoni così potremo accordarci.

Dedico molto tempo ai miei pensieri, alla riflessione, al fancazzismo generico, ma tutto avrei pensato tranne che un giorno avrei rilasciato un’intervista. Non è la mia vita a interessare ma la traiettoria che questa ha compiuto dopo aver rimbalzato sulla notorietà.

Adesso è il mio momento. Tengo sotto controllo l’ufficio. Alberta è un’ambasciatrice con i fiocchi, quel che si dice “la diplomazia in moto perpetuo”.

Io li conosco questi. La lunga esperienza sindacale mi dice che adesso sono preoccupati, del resto ho una scheda personale che rappresenta un manifesto di negligenza e obiezione assolute: io evoco l’ignominia e i direttori succedutisi nel tempo ne hanno lasciato certificazione. La mia reticenza li allarma perché così non possono conoscere le mie intenzioni ed è su questo fattore che ora gioco. Se c’è un guadagno per entrambe le parti si trova un accordo, il passato si dimentica e l’ascia di guerra si sotterra. Loro temono le indagini giornalistiche, le associazioni dei consumatori, i numeri verdi, ma amano i proverbi cinesi: il nemico del tuo nemico, è tuo amico.

La direttrice deve aver fatto i miei stessi calcoli, ed è per questo che sono stato convocato in ufficio. Il clima, stavolta, è totalmente diverso. Avevo ragione.

‒ Leopoldo, indovina un po’? C’è il dottor Guidozzi sulla seconda linea che ti vuol parlare. Mi raccomando, gioca bene la tua mano.

Col suo sorriso da copertina Alberta mi passa l’apparecchio, mostrando il pollice alto. Afferro perplesso la cornetta. La direttrice mi incoraggia: ‒ Forza Leopoldo, non ti mangia mica!

‒ Pronto?

‒ Wow: ho sentito che stai per diventare famoso, Leopoldo.

‒ Eh, non corriamo troppo…

‒ Avrai capito che riesco a sapere sempre tutto in tempo reale. Beh, ascolta il consiglio: cerca di dare un’impressione di coesione totale e soprattutto tieni sempre a mente la nostra visione.

‒ La vostra?

‒ La nostra, Canapone, di tutti noi.

‒ Ah, la vostra!

‒ Leopoldo, ricordati che la stampa è l’anima del commercio.

‒ Quella era la pubblicità.

‒ Ecco, Canapone, in ultimo, volevo dirti che… anche i direttori sbagliano, qualche volta. Capisci?

‒ Sì.

‒ Mi raccomando: niente colpi di testa con i giornali. Non badare alla sospensione, è una cosa passata. La direttrice non è un problema, è solo molto giovane e deve imparare ancora tante cose, soprattutto a non creare tensioni. Vedrai che abbasserà la testa e tornerà a miti comportamenti. Parola mia. Va bene?

 


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