Italiani

 

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Eravamo un popolo di navigatori e di poeti, poi siamo diventati milioni di commissari tecnici. Oggi siamo un popolo esperto nel lavoro degli altri. Fenomeni nel lavoro del prossimo e un pò meno nel nostro.

Chi osserva gli altri lavorare, per esempio nei casi di quelle occupazioni a servizio di un cliente, è certo di saperne più dell’operatore. Ignora che costui deve muoversi entro margini prestabiliti da un regolamento.  Chiunque, è insofferente a qualsiasi regola: principalmente chi le direttive le redige. Figuriamoci come si sente chi quelle regole le subisce e poi deve imporle al pubblico per dovere.

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Le scuole sono sostituite dal presumere. Tutti conoscono ogni argomento. Riguardo ai curriculum, è un dato di fatto che contino più le pubbliche relazioni e il calcetto o l’aperitivo. C’è una terra di mezzo, invisibile a occhio nudo, dove si gestisce la cosa, dove i caporali del De Curtis impicciano e imbrogliano affari con traffichini e trafficanti. È di dubbio gusto, però, che un ministro dello Stato, confermi o avalli tali dinamiche e poi tenti di rettificare o smentire.

Lo sappiamo: sono sempre i sottufficiali a impartire gli ordini emanati dagli ufficiali, in una sorta di perverso gioco del telefono. Quando la comunicazione arriva all’ultimo destinatario, questa è distorta per la convenienza di tutte le figure implicate nel passaparola e che non hanno alcun interesse a scoperchiare le pentole.

Dipendiamo dalla velocità. Siamo figli del rubare con gli occhi. La scaltrezza sostituisce la cultura. L’atto di lavorare – o di cercare lavoro – si svolge in un ambiente piramidale capovolto, il cui vertice fantozziano poggia sull’ultimo, sul fesso e sullo spirito libero che, pure se pacifico, incontra la reticenza dei componenti il branco, i quali lo percepiscono come una minaccia per lo spazio limitato di potere dove spadroneggiano.

Il potere istituzionale, nella sua versione più volgare e dannosa, se da un lato è ipocritamente censurato, dall’altro è riprodotto su scala diversa e uguale al tempo stesso.

Siamo un popolo in perenne attesa, chi di un lavoro e chi di andare in pensione, aspettando il treno del cambiamento che non passa mai. Il guaio è che quando quel treno riformatore, raramente, transita e si ferma, siamo così lieti di attendere il prossimo.

 

 

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