Invalidità civile

 

 

In regalo per te i primi capitoli de Il bamboccione

Ore 06.30

Quartiere Don Bosco a Roma. È un lunedì qualunque. Fila davanti al portone della USL. Il primo arrivato è il sor Girolamo, settantacinque anni e un tumore al rene. Attende di salire al piano quinto, dove richiedere il materiale protesico, le sacche e i pannoloni. È in coda per la moglie che ha avuto un’ischemia celebrale. Il figlio risiede in Ungheria e il vecchio deve fare tutto da solo.

Al signor Franco, settantuno anni, occorrono i pannoloni perché la sua signora è affetta dal morbo di Alzheimer. Vorrebbe restituire un macchinario per deambulare perché non serve più, ormai la moglie è costantemente a letto.

Una ragazza accompagna la madre per la visita legale riguardo a un cancro al colon. C’è anche il cane con loro.

Ore 07.00

Arrivano i primi impiegati. Tanto non aprono, dice il sor Girolamo. Infatti, non aprono. Sono rigorosi sull’orario d’inizio. Nel frattempo salgono in ufficio. Sistemano le loro cose. Riescono. Tornano con i giornali sotto il braccio e i cornetti.

Hai visto la Roma, iersera, mannaggia la miseria, oh…

Ho visto, sor Girò, ma so de a Lazio, io.

E che ti possino acciaccarti, allora, mi dice ridendo. Siamo dentro le prime luci del mattino. Il traffico per strada è aumentato, i bar e le edicole si riempiono. Anche noi che siamo la fila, siamo cresciuti. Si affaccia il portiere che si rivolge alla signora in coda col cane: lei deve salire alla USL? La signora risponde di sì. E allora mi dispiace, glielo dico prima: il cane non può salire – aggiunge severo il portiere.

La signora torna in macchina per lasciare la bestia. Sono perentori nel far rispettare le regole. Intanto il portiere non si azzarda ad aprire nemmeno per accoglierci nell’atrio del portone. Solo qualche settimana fa, ricordano i più assidui, s’era messo a piovere di brutto, allora si sono impietositi e c’hanno fatto mettere sotto la tettoia.

Ore 07.30

Il portiere apre il cancello e ci dirigiamo verso gli ascensori. Si sale al piano. La lettera A è per le sacche e i cateti. La lettera B per materiale protesico. La lettera C è per i pannoloni. L’ufficio apre alle 08.30. C’è ancora un’ora buona per far conoscenza e ascoltare storie.

Occuparsi di familiari invalidi è un lavoro vero e proprio. Si gira per il quartiere dalla USL vicina a una più distante perché quella di appartenenza non ha la struttura adeguata. E poi altre code all’INPS e ai patronati. Per un certificato sbagliato ti spetta il supplizio da una scrivania all’altra, errore cui deve rimediare tu. Ci si trova davanti a giudizi e commissioni ad attendere verdetti e percentuali di gravità. E poi si ritorna ognuno a casa propria, dal marito, dalla moglie, dal padre o dalla madre a letto che chiedono: com’è andata?

Si muore per malattia e un po’ per burocrazia. Soprattutto per impotenza. Nelle sedi INPS, se capita di andare, le stesse guardie giurate che prestano servizio, ti sconsigliano la fila suggerendo di provare col numero verde o attraverso il web.

Ore 08.30

Iniziano a chiamare i numeri. Una giovane madre esce sbattendo la porta. Maledice l’impiegata che non ha accettato il suo certificato perché non si legge il nome del medico. Questi (il dottore), sembra aver apposto uno scarabocchio sopra il timbro, anziché la sua firma. Così non è possibile distinguere, chiunque potrebbe aver apposto quella sigla. La figlia della signora, però, ha necessità assoluta del busto. Gli impiegati, invece, devono trascrivere e non possono accollarsi errori. È la prassi e tutti devono rispondere dei propri atti ai superiori.

Finite le due ore di strazio, ognuno correrà per la città a risolvere altre grane. Ognuno magari al proprio posto di lavoro dove lo spazio per i suoi sfoghi è ristretto perché lì ognuno ha i suoi problemi. Quei problemi che nella mattinata trascorsa ci siamo scambiati come le figurine di un album dalla copertina grigia.

Esco dalla sede della USL per recarmi a quella dell’INPS. Mi sento chiamare. È il sor Girolamo che è salito sull’autobus e mi saluta con la mano: a laziale… che ti possino!

Ci salutiamo così, sorridendo a questa vita, alle nostre miserie, al buio della prossima notte che ci tocca in sorte.

 

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