Il parcheggio

Il parcheggio - cose per cui vale la pena vivere -

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Tutto comincia con la sveglia. Ormai hai somatizzato l’ansia, al punto che ti alzi cinque minuti prima del detestato suono.

Il bagno è libero. Gli altri familiari stanno ancora russando nel letto e ti muovi come uno zombie che conosce l’ambiente di casa. Una doccia calda scioglie le tensioni del corpo e il cervello inizia a elaborare i primi pensieri. Questi, riguardano la giornata che sta entrando, questioni noiose legate al lavoro, ai colleghi, ai superiori, tutte faccende che ti fanno interrogare sul senso del tuo ruolo nella vita.

Il primo suono è quello della caffettiera, mentre il primo sorso di caffè, spesso amaro per dimenticanza, brucia labbra, lingua e palato, ma attiva i neuroni. Dopo la colazione, un bicchiere d’acqua è effettivamente liberatorio e procedi all’operazione di vestizione con capi associati senza criterio né gusto. Poi, sistemi il letto, controlli di aver chiuso il gas per non far saltare in aria il condominio. Scrivi un messaggio privo di entusiasmo per chi resta in casa: ci vediamo!, con il punto esclamativo usato chissà perché, forse una speranza…

Prima di uscire, sulla porta, ti scontri con la tua immagine solenne allo specchio dell’ingresso: faccia corrucciata, un occhio semichiuso e la busta d’immondizia nelle mani.

Pronti, via: inizia la discesa delle scale con il peso del mondo sulle spalle. Un controllo alla cassetta della posta che non può che essere vuota a quell’ora, il sollievo illusorio di non aver ricevuto altre bollette, dimenticando che queste sono come una festa comandata. Aprire il portone è mettere alla prova la colite, il primo fresco è pericoloso.

Sali la rampa dell’autorimessa e resti bloccato già in cima alla salita perché il camion della nettezza urbana sta svuotando i cassonetti. Cinque minuti eterni in cui non rimane che filosofeggiare sulla catena dei consumi della nostra società: mondezza, tutto diventa mondezza, se ci fosse un logo a rappresentare il nostro sistema di vita, sarebbe la mondezza.

Il camion finisce e svolta. È il segnale: puoi correre al lavoro. Correre fino a un certo punto, diciamo che si cammina. Camminare anche, è un modo di dire, si compie una gimcana tra motociclisti, ciclisti, auto in doppia fila e furgoni che scaricano merce. E i semafori, una metafora, l’autorità meccanica che vigila e indica cosa fare. Poi, il fiume di traffico e smog, catrame e ferraglia. Un viaggio monotono, quotidiano, che non godi perché non ti volti certo a guardare il paesaggio intorno. La signora che si trucca allo specchietto, il tizio che guida leggendo il giornale piegato sul volante e quello che invia messaggi, l’altro che discute animatamente al telefono tenendo il centro della carreggiata, incurante dei clacson e delle maledizioni che riceve: è lui l’uomo libero, il saggio senza problemi.

In macchina sei solo, l’abitacolo t’isola e approfondisci le iniziali riflessioni della mattina: sei felice? Rinchiudersi sul posto di lavoro, dove il tempo assume contorni diversi e le lancette sembrano scorrere più lente. È questo, quello che volevi?

Oh, al diavolo! Non ti rovinerai certo la giornata con questa meditazione da quattro soldi: accendi la radio, eviti i telegiornali per non compromettere ulteriormente la situazione, cerchi la musica. Sempre, suona il brano che ti ricorda qualcosa del passato, un fatto che cancelleresti dalla vita, e cambi canale radio. No, però ti sintonizzi di nuovo sulla stazione precedente per vedere se le vecchie sensazioni ti fanno ancora un certo effetto. Lo fanno e tu sei un masochista, ora è ufficiale: la mia mente è votata all’auto flagellazione.

Riflessioni dovute all’infelicità. Quando sei costretto a pensare, ne diventi cosciente. In quel momento, mi accorgo di essere giunto in ufficio. Percorro gli ultimi duecento metri a passo d’uomo. Proprio davanti all’ingresso, un fuoristrada sta uscendo. Resto qualche secondo incredulo. M’insinuo nel pertugio libero. Spengo la radio. Nel tirare il freno a mano chiudo anche il flusso dei pensieri. Il parcheggio in una grande città è come trovare uno spillo nel deserto. Chiudo la vettura. Mancano ancora dieci minuti all’inizio del turno. Rimango a guardare la mia bambina parcheggiata, come un qualsiasi padre di buon cuore, senza nascondere una punta di orgoglio. Le mie pene non me le ricordo più.

 


Storie di qualunquisti anonimi

 


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