Identità, una questione sospesa

 

Perché un soprannome è più indicativo del nostro nome?

Le generalità sono il frutto della scelta di altri, presto o tardi, quando entreremo nel mondo del lavoro, quelle lettere diventeranno numeri. Un nomignolo, invece, è legato a un fatto realmente accaduto o a una caratteristica personale e in qualche maniera rivela la nostra reale identità.

Nella società dei consumi, dove tutti gli echi sono adulterati – Karl Marx è quello della cioccolata con lo strato di caramello e Che Guevara ha ucciso l’Uomo Ragno – l’identità diventa un tema centrale. Mantenerla ed essere coinvolti il meno possibile dall’ossessione di dover comprare, è una faccenda primaria.

Avvisiamo la gentile clientela

 

 

 

Anni fa, quando scrissi Avvisiamo la gentile clientela, presentai il libro ai miei colleghi. Tutti loro rimasero sorpresi per l’uso indiscriminato dei soprannomi. Nonostante un’introduzione dedicata all’argomento, non riuscivo a cambiare discorso. Le domande vertevano in quell’unica direzione.

In realtà, quel che penso è che non bisogna mai prendere sul serio certi aspetti e considerarli come un vezzo dell’autore.

Nello specifico, però, affermo che nell’atto di venire al mondo, noi non abbiamo alcuna partecipazione attiva. Il nostro cognome è conferito da una legge. Il nostro nome è scelto da altri. A livello identitario siamo assolutamente passivi e subiamo.

Anche un soprannome è scelto da altri, ma, che questo ci piaccia oppure no, c’è molta più materia di noi stessi perché il vezzeggiativo nasce da un pregio o un difetto, da una caratteristica o da un fatto accaduto.

Chi siamo? Boh, è la risposta.

Non attingerò dai temi sulla reincarnazione, finendo per chiedere: chi siamo stati nelle vite precedenti? Questo è un discorso complesso che è meglio sia affrontato dagli illuminati e poi, è già difficile restare a galla in un’esistenza soltanto.

Personalmente, di soprannomi ne ho collezionati, nelle varie fasi della mia vita. Nel corso dell’infanzia, mia madre aveva la fissazione dei capelli corti e mi portava di frequente dal barbiere. Sedevo di malavoglia sul cavalluccio caratteristico per i bambini, assistendo impotente al sacrificio che avrebbe lasciato scoperte le mie orecchie a sventola. Passai quel periodo cercando di venirne a capo, ma invano. Ero, per tutti, Dumbo, l’elefantino dalle grandi orecchie.

L’infanzia è l’età in cui i ragazzini, per superare le insicurezze, mettono in rilievo le debolezze degli altri. Molti mantengono questo atteggiamento per tutta l’esistenza, ma è un altro discorso.

Durante lo sviluppo, il medico di allora, in seguito a un’operazione d’ernia che mi debilitò eccessivamente, ebbe la favolosa idea di prescrivermi una cura di ormoni che, già in età più precoce rispetto a i miei coetanei, riempì il mio corpo di peluria. Questo aspetto mi imbarazzava molto soprattutto con le femmine che sembravano inorridite (e lo erano!). Cercavo di cavarmi dall’impaccio buttandola sul ridere: sono donatore sano di peluria, dicevo. A quell’epoca, diventai Lucio in onore di Dalla, il quale usava la canottiera senza maniche da cui usciva un folto manto di peli, ma anche Cita, la scimmia di Tarzan, proprio io che avevo sempre preferito Zorro.

Durante l’adolescenza, in seguito alla passione per il film Febbre da cavallo, che portò me e i miei compari a qualche puntata di troppo nelle sale corse, diventai Mandrake, uno dei protagonisti del film. È questa, in effetti, l’unica cosa in comune con Charles Bukowski.

Oggi i miei colleghi mi chiamano Bomber, ma io non so spiegarmi il motivo. Avevo sperato che dipendesse dal mio passato di calciatore, perché il bomber è l’attaccante che segna regolarmente. Poi, qualcuno mi ha confidato che, anche, il bomber è colui che sfrutta il lavoro della squadra: se non segna, il nomignolo è soltanto sarcasmo. E io sono ripiombato in depressione. Nulla è cambiato, rispetto a tanti anni fa.

 

E voi, quali soprannomi avete avuto e perché?

 

 

Lascia un commento da Facebook