Guardavamo le partite alla radio

Guardavamo le partite alla radio: un articolo de Il Messaggero

 

Nella dispensa, dove conservo i pacchi di pasta, c’è una radiolina della Voxon modello Zephyr con la custodia in cuoio di color marrone. Ormai non è più funzionante, ma la tengo ancora.

Papà, avvolto in una nuvola di fumo, restava affacciato alla piccola finestra della cucina e guardava di fuori. Ogni domenica, alle 15,30, attendeva nervosamente (quando si giocava in trasferta), l’inizio di Tutto il calcio minuto per minuto. Il conduttore era Roberto Bortoluzzi e la trasmissione mandava in onda solo i secondi tempi. Non c’era modo di sapere il parziale.

Quelli erano gli anni del referendum sul divorzio e delle targhe alterne a causa dell’austerità.

 

Il 7 aprile 1974, papà era più agitato del solito, ma non parlava. L’incontro in corso allo stadio San Paolo di Napoli lo teneva sulle spine. Il ricordo della stessa partita, perduta l’anno precedente nello stesso stadio a pochi minuti dalla fine e che costò uno scudetto, bruciava ancora.

Io cercavo di attirare inutilmente la sua attenzione. Cominciai a guardare fuori della finestra anch’io, come a cercare una sintonia col genitore. La trasmissione ebbe inizio, come il solito, durante l’intervallo tra i due tempi. La voce di Bortoluzzi informava sugli esiti in corso. Il risultato era fermo sul pareggio per due reti a due. Quando fu il turno del collegamento dal San Paolo, mio padre prese a incitare i giocatori accompagnando la radiocronaca come se fosse allo stadio, e io mi fomentai.

I collegamenti duravano qualche secondo, poco, per chi è interessato solo a una partita, poi, seguivano le cronache dagli altri campi e il giro riprendeva.

In quelle pause papà accendeva altre sigarette. Sembrava parlare con se stesso, come se immaginasse la contesa. Ci fu un’interruzione, al minuto ’53, per informare che aveva segnato Sergio Clerici, centroavanti del Napoli. Guardando lo sconforto di papà, la finestra della cucina sembrava rimpiccolirsi. Non c’era modo di destarlo, pareva davvero proiettato allo stadio.

Papà vedeva da un solo occhio, come Polifemo, ma al contrario del Ciclope, ne aveva due, di cui uno era visus spento, perché un incidente gli aveva perforato la cornea. A me faceva un po’ impressione fissare quel suo occhio malandato. Mi allontanai perché lui era veramente avvilito e mi dispiaceva, ma a quel punto, la partita interessava anche me. Andai in camera mia a giocare con il Subbuteo, il migliore gioco mai creato sul calcio. Da solo, però, mi annoiavo.

All’improvviso, ci fu del trambusto in cucina. Mio padre urlava, ma stavolta non era arrabbiato: Abbiamo pareggiato, ha segnato Chinaglia, Long John ne ha fatti tre: domenica prossima, col Verona, ti porto allo stadio!

John il lungo, era l’eroe di tutti noi tifosi dell’epoca e stava conducendo una pattuglia insana di mente alla conquista del tricolore. Io e mio padre accompagnammo in silenzio assoluto i minuti finali, guardando fuori della finestra, sussultando ogni volta tornava il collegamento dallo stadio San Paolo. Quando l’arbitro decretò la fine, giunse in cucina anche mia madre, richiamata dal chiasso del marito: Oh mio dio, è solo una partita di calcio, adesso piangi pure?

Mi accorsi che mio padre aveva il viso rigato dalle lacrime, forse piangeva anche dall’occhio malato, ma teneva duro: Macché piango, maledette sigarette!

Avevo solo otto anni e quella partita non l’ho mai vista, se non attraverso i filmati di repertorio, eppure, attraverso la tensione di papà, è come se fossi stato allo stadio. Così, quando oggi apro la dispensa per prendere un pacco di pasta, fisso per un istante quella vecchia radio e sorrido, ricordando di quando guardavamo le partite alla radio.

 

Iscriviti alla newsletter

Iscrivendoti riceverai ulteriori risorse e notizie da Enrico Mattioli e potrai cancellare la tua registrazione in ogni momento. Vedi Privacy e Cookie Policy

 

Lascia un commento da Facebook