Estate padrona

 

estate

Il caldo in città trasforma tutti in moribondi. Paralizza il fisico, toglie ogni volontà. L’altra sera, mentre l’afa fracassava le ossa e i pensieri irrancidivano insieme alle nervature, sono uscito sul balcone a cercare refrigerio. Perfino il climatizzatore aveva avuto la peggio su un’ennesima giornata afosa, agitandosi in un triste coro condominiale di pompe stanche che, più del risparmio, manifestavano un esaurimento energetico.

Gli effetti dell’umidità somigliano ai postumi di una sbronza. Può capitare di riesumare pensieri talmente pesanti da compromettere la digestione di un pasto frugale. E così, in preda a fastidiose ernie mentali, riflettevo sul valore della privazione. Mi riferivo al fresco e al ristoro, ma ormai la mia mente era fuori controllo…

La libertà e l’indipendenza economica. La lucidità e la salute. La prosperità e il nostro tempo migliore. Gli amici e le persone cui teniamo; la serenità: è vero che apprezziamo tutte queste cose solo nel momento in cui ci vengono a mancare?

Faceva molto caldo e io continuavo a delirare.

Dando per sicuri alcuni aspetti della vita, spesso restiamo sorpresi quando ci sfuggono. Se fossimo privati della nostra libertà, questa diventerebbe la nostra esigenza principale. Se vivessimo in preda al terrore sociale di rappresaglie, la serenità diverrebbe lo scopo prioritario.

La sicurezza è la tomba non soltanto dell’amore, ma di molte trame dell’esistenza e dobbiamo confermarci per non perdere terreno. Occorrono disciplina ed equilibrio, la giusta bilancia tra i diritti e i doveri, la consapevolezza dei limiti oltre i quali è possibile spingersi. Dobbiamo lasciare la nostra parte migliore a lavorare per noi, quella che sa come le cose vanno fatte (perché ci sarà pure qualcosa che sappiamo fare), mentre noi ci occuperemmo delle pubbliche relazioni che, piaccia oppure no, sono fondamentali. Serve un’abilità nelle tecniche del dare e dell’avere per far sì che l’ausiliare prevalga o al massimo che ci sia un pareggio di bilancio. 

Mi distoglievano dai miei pensieri, i lamenti di bambini che non volevano andare a dormire, i rumori di posate e gli echi di trasmissioni che nessuno stava guardando. Ombre di donne svestite, luccichii di cellulari e sigarette: l’estate non poteva fare a meno di mettersi in mostra, smargiassa, relegando l’essere umano al ruolo di comprimario. Tornavo così, a rifugiarmi nella nebbia delle mie riflessioni.

Restare a galla significa considerare se stessi come un’azienda dal volto umano e muoversi come tale. Tutti ameremmo vivere senza condizionamenti esterni ma questi, ahimè, esistono e bisogna prenderne atto perché rappresentano la partita che giochiamo tutti i giorni. Concorrere, competere, comunicare, esprimersi, sono i compiti che ci toccano.  

È il passaggio dall’età dell’innocenza a quella adulta che sconfina spesso in adulterio: nel traffico, s’inganna se stessi. A questo gioco non vince chi arriva primo, ma chi tradisce di meno la propria natura e trova da qualche parte uno specchio in cui riconoscersi. 

L’esistenza dovrebbe essere un viaggio che ci condurrà verso la conoscenza di noi stessi. Il nostro sé vive in noi ma è coperto da tanti strati – come una cipolla – che usiamo per autodifesa. Passiamo la vita a toglierci le patine di dosso.

estate

Quando la febbre raggiungeva il culmine, io sembravo svenuto sulla sdraio. Mi destava il rumore dell’acqua che cadeva sulla ringhiera, mentre il condomino del piano superiore innaffiava le piante. Ho sognato un temporale e m’è sembrato di tornare in vita, come quando finisce un incubo, come quando un cane fa le feste, come quel vecchio brano degli Alarm che suonavo di continuo da ragazzo.

Avrei voluto comprendere la religione. Mi ritengo uno che non si pone il problema: quello che sarà, sarà. Riguardo alla vita eterna, la mia immaginazione non va oltre il ritratto infantile scoperto a dottrina, perché se esistesse un’altra dimensione, non riusciremmo a raffigurarla.

E però, la brezza del mare o una folata di vento nel mezzo di un pomeriggio torrido, la pioggia ristoratrice sul finire di una giornata afosa, è qualcosa che mia fa pensare alla carezza di Dio.

 

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