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Chi è Enrico Mattioli

Nasce in una città del Lazio, capitale di Stato, bagnata da un fiume, costruita su sette colli, della quale preferisce non fare il nome per questioni di privacy.
Enrico Mattioli inizia come umorista, ma un’esperienza come delegato sindacale di base, lo fa appassionare ai temi legati agli ambienti lavorativi. Umorismo e sociale, quindi, convivono nei suoi scritti.
Trent’anni di lavoro al pubblico come addetto vendite di un grande gruppo commerciale, sono stati un fondamentale punto di osservazione che gli ha permesso di affinare i profili dei suoi personaggi, come Leopoldo Canapone o Nick La Puzza.

Caro Enrico, raccontaci un po' più di te...

C'è stato un momento della tua vita in cui ti sei messo in discussione e ne sei uscito più forte di prima?

Ho perso mio padre nel 2015, dopo una malattia e un’assistenza molto dura. Ci sono problemi che noi facciamo diventare insormontabili, quando in realtà, di fronte alla fragilità dell'esistenza, sono sottigliezze. Non possiamo capirlo durante l'infanzia, ma saranno di certo due, i giorni più complicati della nostra vita. Quelli in cui, presto o tardi, perderemo le persone che ci hanno messo al mondo. Il resto sarà soltanto minimo quotidiano, niente che risulti impossibile fronteggiare. Perciò io dico: non lasciamoci abbattere.

Quali sono le cose a te più care?

La lettura e la scrittura. Poi, ci sono i miei libri, perché i libri, per il loro autore, sono delle costole. Ovviamente, c'è anche questo sito. La scorsa estate è partito il progetto di ristrutturazione completa della mia attività. Uno spazio web nuovo e l'inserimento di una versione inglese del blog che si trova nel menu in fondo alla pagina. E poi, ho dovuto delegare a dei bravi collaboratori, la correzione bozze e l'editing di tutte le edizioni dei libri. Insomma, uno sforzo enorme.

Oltre a questo, amo lo sport. Mi piace anche a livello amatoriale, quando posso vado a vedere le partite di calcio dei ragazzini. Sono stato un discreto calciatore fino ai ventisette anni circa. In seguito mi sono limitato a frequentare le palestre, ma anche le cucine.

La solitudine è un'altra necessità. Nel nostro sistema di vita, non trovo armonia. Da questo conflitto scaturisce il bisogno di isolarmi. Negli ultimi anni lo yoga e la meditazione sono entrati nella mia vita accompagnandomi nel viaggio più affascinante che l'esistenza può offrire: la conoscenza di se stessi.

Perché scrivi?

Spesso l'esigenza di mettere ordine a dei pensieri confusi, ti spinge alla scrittura, ma la creazione di un libro è un processo che ha a che fare con la costanza e l'abilità. Io fin dall'adolescenza ho avuto bisogno di una forma d'arte per esprimermi. Negli anni della scuola suonavo in un gruppo rock blues e anche se oggi non saprei accordare una chitarra, la passione per la musica è rimasta intatta. Il blues ha un suono puro e nobile, come la boxe.

Nella tua scrittura, quanto è importante il posto in cui vivi?

Sono nato e vivo a Roma. Mi dispiace che molti romani considerino la propria città attraverso Il Gladiatore. Il fatto che tutto ruoti intorno al Colosseo è una visione turistica e limitante. Roma è nelle visioni di Federico Fellini. È nelle periferie raccontate da Pier Paolo Pasolini. È nei salotti descritti da Ennio Flaiano, tre personaggi non romani di nascita.

C'è la Roma istituzionale e politica. Quella del passato regime fascista che si esprime nelle architetture del quartiere Eur, così come quella della resistenza e delle carceri di Via Tasso. La Roma risorgimentale del Gianicolo convive con la Roma papalina delle cupole e delle basiliche. C'è la Roma dei quartieri popolari e dei quartieri bene. La Roma del Tevere e dei palazzi rinascimentali del centro. Di fronte a una tale ricchezza, ridurre la città alla gloria del monumento più importante, è una sintesi scontata e misera.

Nel mio piccolo, io racconto la metropoli delle vie consolari, dei quartieri che un tempo erano la periferia e che durante il boom economico si sono dilatati grazie all'edificazione selvaggia. Ecco: una caratteristica di questa città è che ingrassa in maniera del tutto naturale. Le linee della metropolitana sono un cantiere costante che tenta di tenere il passo a questo gonfiarsi. Parafrasando il film, potrei dire: Roma, cantiere aperto (spesso abbandonato).

Obiettivi?

Quando ero un ragazzo e finiva la scuola, iniziava un periodo di spensieratezza e di bagordi. Giornate interminabili di giochi e scherzi, per successivi quattro mesi. Fino al ritorno allo studio. Era la gioventù. Quando cominci a lavorare tutto questo si perde. Entri nella stagione della maturità e purtroppo ci rimani. L'obiettivo è recuperare la leggerezza dell'adolescenza, quella fase in cui lasciavi veramente cadere i problemi. E poi, la pace interiore, perché senza una tranquillità che nasce nell'intimo, non è possibile alcun passo significativo.


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