Elogio della stanchezza

 

Elogio della stanchezza

Elogio della stanchezza

Elogio della stanchezza

Siamo pianeti fuori dalla propria orbita. Viviamo in sepolcri dove lasciamo foto che ogni tanto cambiano. Segniamo date e ricorrenze, inviamo messaggi che ogni tanto qualcuno legge ma anche baciamo il culo a un falso amante che vuole fotterci. E abbiamo amici, qualcuno i migliori, qualcun altro quelli che si merita. Piacciamo, votiamo, esprimiamo. Oggi siamo glamour, domani chissà, comunque, testimoni di un pubblico delirio. Elogio della stanchezza

Siamo dei condannati connessi a un mondo custodito nella tasca per essere sempre raggiungibili. In qualunque modo. A qualunque costo, perché a cercarti è la pubblicità. Numeri e liste, profili e identità: noi siamo dappertutto, pure sulla nuvola.

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Di natura, ho sempre familiarizzato con gli spigoli più che con le rotondità. Mi capita di trovarmi in un posto e sperare di andarmene. Tipica sensazione di chi è inadeguato. Compresso da orari e depresso dai tormenti. Il lavoro assorbe tutto il mio tempo e sono sempre più distante. Elogio della stanchezza

Nella mia vita, il caso più gravoso è vivere la vita stessa. Troppe volte mi sono sentito un incapace caparbio e un fallito di belle speranze. Il fatto che mi era fatto notare m’irritava perché era come mettere un coltello nelle mie piaghe. Il giudizio degli altri è una violazione intima che tu non ricordi di aver concesso.

Avevo proprio bisogno di stancarmi, di camminare tanto. La fatica porta via tutte le solfe, se non sempre, almeno qualche volta. Mi serviva di sgrassare il calendario e fermare la mente, perdermi in una bottiglia, ritrovarmi nella noia. Dovevo organizzare la mia confusione, svuotare il mio niente.

Basta poco per fare della vita un’opera d’artigianato: un pò d’ombra in una giornata di sole, una panchina per riposare la fatica di vivere, e puoi scorgere Iddio seduto a te di fronte che sembra sorridere, anche se non è il settimo giorno. Elogio della stanchezza

Non c’è niente di male nel riposo, un soffio di sereno t’attraversa il corpo e l’anima, la mente s’acqueta.

Io non capisco più quando arriva la primavera e dove comincia l’estate. Non riconosco alcuna estremità. Sono sospeso e trovo in questo stato l’equilibrio. Puoi chiamarlo postura, gravità, assetto, ma capisci che è così. Fuori dallo spazio, dal tempo e dalla sostanza, esisti ugualmente. È la stanchezza dell’assente, quella di chi manca seppur presente. Elogio della stanchezza

 

 

 

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