Elogio del cagotto

 

Elogio del cagotto

 

Quando ero un ragazzino, soffrivo del complesso dei genitori adulti. Una volta papà venne a prendermi a scuola e io mi vergognai, perché era evidente che di fronte agli altri padri, era avanti con l’età. Lo chiamai zio, probabilmente lui neanche sentì. Avevo circa otto anni.

Trovai una ragione a questo problema assurdo, realizzando di crescere con due nonni. Chissà, probabilmente si trattava di una questione inconscia legata alla perdita. Ho sempre pensato a quel giorno, nel corso del tempo, forse per prepararmi o forse per esorcizzarlo.

 

L’ultimo decennio non è stato semplice. Mio padre s’ammalò circa otto anni fa, senza sintomi né disturbi particolari. Quando ci accorgemmo, era ormai tardi e la sentenza fu spietata: tumore infiltrante la vescica, che doveva essere asportata. Nella nostra ingenuità, io e mia madre, in seguito a un primo intervento, eravamo fiduciosi, ma non sapevamo che la prima, era stata un’operazione esplorativa.

 

– Se non si opera, non arriverà a Natale – disse il chirurgo a mio padre quasi novantenne. Ed eravamo a Pasqua.

Lui chiese sommessamente al medico: – Se fossi suo padre, lei che farebbe?

– La opererei – disse lui – e sicuramente morirà come tutti noi, ma non di questa malattia…

 

Non morì subito. Passarono due anni. L’operazione non andò bene e fu devastante: due infarti nel corso dell’intervento di amputazione. Si dovette procedere con stomie bilaterali, cioè due sacchetti per urinare. Questo sembrava niente, di fronte al fatto di restare in vita, ma significava che, in seguito, il materiale fornito dal servizio sanitario locale, fosse il doppio. E i sacchetti dovevo cambiarli io.

Per legge, a me spettava soltanto un corso di circa venti minuti sul modo in cui si cambiavano le stomie. Un capo del cavo è collegato al rene e devi tenerlo fisso con le dita per evitare che si stacchi provocando danni; l’altro deve entrare nel buco del sacchetto e devi fare forza. I primi tempi mi tremavano le mani, il cuore dentro il petto mi scoppiava.

 

Pensando a lui, la cosa buffa è che sento ancora l’odore di piscio tra le dita.

 

Inesorabilmente mio padre peggiorava. Ricordo quando, verso la fine, lo spogliavamo per pulirlo: aveva un testicolo del diametro di un melone. Non riuscivo a piangere, mi vennero le forze di stomaco.

E ricordo l’ultima notte. Io e mia madre davanti a lui, il respiro lo stava abbandonando. Disse soltanto Ciao, me ne sto andando…

Piegò la testa sulla sinistra, tirò fuori l’ultimo fiato e si spense.

 

L’impotenza è quell’aspetto associato al sesso che terrorizza i maschi e fa sorridere le signore. Cioè, sorridono anche i maschi, ma solo quando riguarda gli altri. Eppure, siamo impotenti di fronte a tante altre cose. La vita può scapparti dalle mani in qualunque momento. Il nostro corpo è un vero miracolo d’ingegneria. Bisognerebbe trattarlo con cura, è questo che si dovrebbe insegnare nelle scuole. Perché poi, succede che non c’è più ritorno.

 

Ho pensato di aver assorbito la perdita di mio padre. In realtà, l’ho soltanto rimossa. Adesso è il turno di mia madre e tutto si accumula sulle mie spalle, sui miei nervi.

Mia madre… la rimproveravo perché non ha mai risolto il problema del suo russare. Quando non la sento, mi sveglio di soprassalto e mi affaccio in camera per vedere se respira. Sono cosciente che, prima o poi, mi mancherà anche quel russare.

Non era certo questo il momento giusto per ammalarsi. Fino a qualche settimana fa, lei era una vecchietta piena di vita, o almeno, per quanto è possibile a quell’età.

 

La melena è la cacca nera, quella che quando viene, fa tremare ed è scura e densa come il catrame perché è sangue che sgorga dal duodeno. Alla fine, è emersa un’ulcera, ma le sue condizioni sono comunque serie. Il diabete, il cuore. E lo spettro della nera, come la chiamo io.

Il gastroenterologo mi ha chiesto di fotografare il pannolone e mandare la foto su whattsapp.

Così, passo il tempo a controllare le sue feci. Le guardo. Le odoro. Le prendo in mano e le sciolgo tra le dita per verificare che non sia sangue. Per percepire se avremo ancora del tempo, oppure no. E quando il medico mi risponde che è un cagotto e non la nera, tiro un sospiro.

 

L’altra notte ho dormito sulla sedia, davanti al suo letto. Ho pensato che potevano essere gli ultimi momenti. Ho ricordato di com’era, quando mi strillava, quando tentava di farmi rigare dritto. Quando si disperava per i miei risultati scolastici e usciva dal colloquio con i professori, come un cane bastonato. Ho immaginato com’era da bambina, quando scappava dai bombardamenti, a come dev’essere stata la vita di una ragazzina durante la guerra, perché forse, lei, ragazzina non lo è mai stata. Ho pensato alla miseria che la guerra porta, al fatto di essere parcheggiata presso parenti lontani, senza vedere i genitori per tre o quattro anni.

 

Ora è lì, distesa e inerme, ma lotta. E io la porto via. La porto con me.

 

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