Da una gabbia all’altra

 

L’idea che mi spinse a scrivere Gabbie, era quella del contrasto tra il Terzo Mondo (e il Sud America) e la civiltà industrializzata.

Ho sempre sostenuto le Associazione Onlus. Sono tante e con nobili principi che, inevitabilmente, finisco per stilare una lista. Dover selezionare, scartarne una anziché un’altra, era un’attività penosa.

Chi decide, chi sì e chi no? Sono le ristrettezze della vita, quel che è possibile fare.

Quando decisi di scrivere avevo una grande busta gialla imbottita, al cui interno contenevo le missive delle associazioni. Tenerla era come poter toccare, pesare i problemi del mondo. Quella busta era un contenitore di storie: disarmanti, tragiche, di quelle che, leggendole, ti prendono e ti sbattono al muro.

Il libro si scrisse da sé. Il primo titolo provvisorio fu Ciangaloni Ciangoni, ed era un’espressione senza significato usata negli anni della mia adolescenza, la parodia di una canzonaccia pubblicitaria adottata da miei amici. Poi, nel corso della seconda stesura, scelsi Cronache di resistenza straordinaria.

La scelta del titolo definitivo avvenne perché quelle lettere, le reali protagoniste della narrazione, sono delle gabbie. Non c’è libertà o giustizia sociale, finché si resta sotto la soglia della dignità umana. Il significato è duplice: anche le nostre chiusure verso il prossimo sono delle gabbie, più confortevoli ma sempre limitanti. Parafrasando il nuovo segretario della CGIL, oggi, anche chi lavora, è un povero.

Mi occorreva un protagonista che catalizzasse problematiche sociali e degli antagonisti figli dei preconcetti della società stessa.

Siamo anime sotto uno stesso cielo variabile di pioggia e di siccità. Dall’inizio dei tempi, laddove è impossibile vivere, l’essere vivente migra in cerca di sopravvivenza. Esce da una gabbia stretta solo per entrare in un’altra più larga. La terra è preda della voracità dell’uomo, il quale, avvolto dalle ragioni di una bandiera e del capitale, ha come unico scopo quello di non alterare equilibri storici che ha guadagnato perpetuando soprusi e infliggendo castighi ai suoi simili, ignorando che non esiste alcun merito per essere nato in un paese sviluppato. Eppure, di quel merito che non ha ragione di essere, continua a vantarsi al bar dell’esistenza, tra un bicchiere di viltà e un calice d’ipocrisia.

 

Nel buio della notte gli esseri umani si somigliano tutti. È di giorno, quando la luce ne mostra i tratti, che risaltano le differenze. Il passeggio dell’umanità attraverso il tempo è un inventario di occasioni perse. Gli errori e gli orrori passati diventano una tradizione da rispettare fedelmente. Ognuno si riconosce nella propria entità suprema e per molti questa è una specie di signor Wolf che si materializza da un film e bussa alla porta per risolvere problemi.

Non sappiamo cosa succederà un minuto dopo il trapasso ma tenteremo ugualmente di farci un ultimo selfie. Saremo lì con le nostre teste quadrate o triangolari a fissare le tenebre, ognuno diverso per l’altro che guarda. Avremo ancora quel ghigno da numeri uno? Canteremo le nostre canzonacce al cielo, nel momento in cui ci sembrerà di toccarlo?

L’uomo cerca tracce di vita sugli altri pianeti e non riesce a darsi pace nel proprio. L’unica presenza certa sulla Luna o su Marte o su Giove è la Coca Cola. Tutto ciò in cui ci riconosciamo è quel barattolo rosso con le ali argentate.

 

Gabbie

 

Galimberti – Metafisica

Galimberti – Metafisica

Pubblicato da IO VI Spengo su Lunedì 28 gennaio 2019

 

 

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