Crisi di governo – Prove di dialogo

Crisi di governo

Crisi di governo

La mia mente colpisce ancora. Dovevo scrivere solo un post sulla birra, riguardante le cose per cui vale la pena vivere, ma lei, alle quattro di mattina, l’ora dei ritorni del Califfo, mi sveglia per riferirmi di un post già scritto. Così mi alzo, accendo l’abatjour, prendo appunti.

Già immagino, alla fine, qualcuno dire, Mattioli, tu la birra l’hai bevuta eccome.

Certo che l’ho bevuta, ma più d’una.

Puristi e militanti rabbrividiscono chiamando il popolo alle urne, ma tapparsi il naso provando a dialogare, ormai, è uno dei pochi mondi possibili.

Suo malgrado, è il modus operandi del Partito Democratico, che negli ultimi decenni sembra poter governare solo chiudendo le finestre per non lasciar penetrare il suo ambiente dall’olezzo che sale dal basso.

I fantasmi dell’era Boschi, Liotti, Renzi (i giovani forti che non son morti), aleggiati da Qualunque (la maiuscola è d’obbligo quando si allude al ministro Salvini), tolgono ancora il sonno: stabilire se più all’esterno o all’interno, è un altro discorso (oppure è sempre lo stesso, fate voi). L’onorevole Renzi è oggi un po’ mosca tse-tse e un po’ Barone Zazzà, perciò io sintetizzerei in Barone tse-tse.

Nicola il zingaro, come lo chiamo io, il quale solo per il fatto di presiedere una polveriera andrebbe incensato a prescindere, non dispiace, anzi. Secondo qualcuno gli manca ancora quel tratto più marcato e definito, ma a mio avviso rischierebbe di implodere nel suo stesso carrozzone.

È simpatico il PD all’opposizione, e dire che la base l’ha sempre accusato di aver perso l’identità del vecchio grande partito. E poi, non tutte le opposizioni son simpatiche: è già qualcosa, anzi, è una strategia, l’unico modo per guadagnare nuovi consensi. Io amo il PD e il suo dissenso, sono sicuro che se facesse sempre opposizione, tutti lo voterebbero e qualora dovesse vincere, saprebbe far tesoro dell’inconveniente restando a opporsi anche a se stesso.

Ho capito il dramma di Matteo Salvini. L’unica volta che ha avuto uno scrupolo, è stata quando ha chiesto i pieni poteri. In realtà, pensava ai superpoteri, ma non poteva dirlo apertamente.

È una parabola, la sua. A mio avviso, a furia di agitare croci e rosari, avrebbe potuto essere un ottimo cardinale Richelieu, l’egregia figura tratteggiata da Dumas. Sì, d’accordo, Matteo è più rude e meno raffinato, ma è l’unico che può parlare alle masse per ore, denunciando che i tre moschettieri in realtà sono quattro, e oggi come oggi, si accontenterebbe perfino del ruolo di Terence Hill nella soap ambientata a Gubbio. Dispiace per il vecchio Terence, un idolo, ma, come si dice in questi casi, ubi maior minor cessat.

Dove volerà Giggetto? Su quale fiore poserà le sue zampette nessuno può saperlo adesso. Forse non lo sa neanche lui. Ha l’aria del bravo guaglione da sposare, che non si sposa mai. Lo hanno lasciato, se non proprio sull’altare, dopo soli quattordici mesi di matrimonio, forse a causa di essere un eterno Calimero che non fa battere il cuore e la regola in politica come nella vita, invece, è che bisogna sporcarsi qualche volta. Mi si perdoni, la risposta è nella rima truce di quel vecchio adagio usato per i compleanni, quello del perché è un bravo ragazzo, peccato che… E sì, perché le distanze sulla TAV, tanto per dire, erano note: gli uni pensavano forse di convincere gli altri?

Il più sobrio è proprio Silvio Berlusconi, e deve costargli molto. Un re decaduto è pericoloso. Inutile dire che è il più capace nell’arte del corteggiamento. Ha circuito il giovin Salvini, ha saputo aspettare e gli eventi, adesso, potrebbero addirittura volgere a suo favore. Dopotutto, aveva anche vinto restando estromesso, bisogna ricordarlo.

Ora la scena è questa: Luigi Di Maio si sente tradito, organizza cene a sinistra e a manca, ma comunque vada, se evita le elezioni, resterà in sella, non si finisce al collocamento per così poco. Matteo Salvini s’è ingelosito, forse pentito, vigila, attende, chiama le elezioni ma sa che adesso deve stare attento e non fidarsi pienamente dei sondaggi (Trump docet). Nicola Zingaretti è intrigato, lusingato, ma non si fida di un amante ingannato, e poi, anche lui tiene partito, non può cedere su tutto.

Se fosse un libro, sarebbe l’Antologia di Spoon River: dove sono i due Matteo, Nicola, Silvio, Giggetto, il Barone tse-tse, il Cardinale Richelieu, il zingaro, il Cavaliere e Calimero?

Tutti, tutti, sembrano dormire ai piedi del Colle.

 


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