Connessi o non connessi

 

Connessi

Connessi

Non voglio essere connessa con niente che non sia me stessa. Lo dice una signora piuttosto lucida prima della lezione di yoga. Si riferisce all’uso smodato di apparecchi, di software e di applicazioni. Non siamo noi a usare “la macchina”, è il contrario. La sua è una sintesi efficace sull’essenza delle pratiche mistiche: ti allontani dall’allontanamento.

I nostri occhi passano un’infinità di tempo a pochi centimetri da un monitor. Chi per lavoro, chi per necessità o chi per svago: chiunque trova nell’hardware un’estensione, un prolungamento fisico e morale di se stesso. Le immagini di persone con l’auricolare che parlano e gesticolano; la posa col telefono tenuto stile giornalista d’assalto; la testa fissa su uno schermo come se non ci fosse niente oltre; tutte queste scene, sono ormai una consuetudine, sia si resti immobili o in movimento, alla guida di un mezzo, da soli o in compagnia.

La connessione continua, da un lato rappresenta il fatidico passo avanti, dall’altra ci conduce per trame inconcludenti e limitanti. Non raccontiamo più noi stessi, mostriamo il video: non usiamo le parole, preferiamo le immagini.

Il navigatore satellitare semplifica la quotidianità. Le guide per i locali offrono suggerimenti fondamentali. Le prenotazioni e gli acquisti on line fanno guadagnare tempo, ma questo, ahimè, è dedicato alla condivisione di forme d’esistenza apparente. Ciò che doveva essere un arricchimento, ha preso la mano. Non riusciamo a essere, quando svanisce il contatto ci spegniamo anche noi. È come se non ci fosse più vita. Quello che resta oltre la connessione, è solo un dovere da sbrigare alla svelta per tornare più in fretta possibile a collegarsi. La connessione è un polmone meccanico che fa respirare. Un cuore artificiale che mantiene vivi, senza di questa, sembra di restare appesi a un ipotetico giorno dopo la fine di tutto. È una sospensione emozionale che si riattiva solo con il modem.

Viviamo il momento più alto dell’alienazione raggiunta dall’essere umano ed è impossibile liberarsi perché questa offre nel suo pacchetto anche particolari utilità. Abbiamo superato l’era della consolazione consumistica, stagniamo in quella della connessione applicata. La comunicazione politica e religiosa ha dovuto piegarsi all’ineluttabilità di questa fase, cui si adegua anche la persona qualunque con esiti spesso catastrofici, ma guai a discutere quest’aspetto che dovrebbe mettere tutti sullo stesso piano, pena l’accusa di atteggiamento elitario. La necessità di fomentare un seguito il più numeroso possibile, è la regola. Spazio a cialtronerie, soggettività e opinioni non imprescindibili passate per informazioni, se il fine è un comune modo d’esprimersi. Quello di cui non si può fare a meno sembra la mancanza di competenze che arricchiscono il mare della tuttologia a ogni costo.

No, non voglio essere connessa, ripete con convinzione la signora mentre il suono delle campane tibetane risuona nella sala.

 

 

 

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