Competizione nelle relazioni sociali

 

UNA GARA

La vita non dovrebbe essere una partita: lo diventa, purtroppo. Impariamo da bambini oppure è una propensione insita nell’essere umano, chissà, ma ci ritroviamo a competere su tutto e con tutti in maniera inconsapevole e anche coscientemente.

Per che cosa lottiamo?

E per chi?

C’è un fischio finale o è una contesa eterna?

È confortante che nell’ultimo decennio, nelle aziende moderne, si sia sviluppata la cultura del team e del lavoro di squadra. Il concetto del competitor è inteso come figura concorrente ma esterna con cui misurarsi nell’attività di competenza. Abbiamo compreso, finalmente, che la competizione all’interno di un gruppo di lavoro si trasforma spesso in conflitto, con dispendio di energie personali ed effetti virali sul collettivo.

In genere, siamo portati a pensare che la rivalità riguardi soltanto l’ambiente lavorativo. A prescindere che è il primo fattore di divisione utile a un datore di lavoro non tanto per stabilire gerarchie – di cui si sbatte altamente perché è lui a comandare, gli basta lasciar credere a quattro idioti che potrebbero crescere nella sua considerazione, lanciando loro un metaforico boccone – quanto per dividere e spaccare unità e solidarietà: dividi e comanda, insegnano i Romani.

Tra i luoghi comuni, uno riguarda il fatto per cui non può esservi sentimento dove regnano questioni d’interesse. Eppure, la competizione è come quella pubblicità delle colombe pasquali: quando arriva, arriva, non esiste un confine netto.

CRONOLOGIA

Nel corso dell’infanzia è qualcosa di tenero, innocente, perfino divertente. Dall’adolescenza in poi, è una preghiera pagana che salviamo ogni giorno. La scuola, lo sport, il lavoro, le conoscenze. Le amicizie e gli amori, la famiglia e i parenti.

S’insinua nella nostra personalità, allontanandoci dalla creatività. Molti credono che non si possa esistere senza una competizione. Eppure lasciare spazio al proprio spessore creativo – tutti ne hanno uno – fa in modo che sia possibile risplendere senza il bisogno di dipendere dal prossimo perché, che ne sarebbe di noi, se non trovassimo più avversari?

Come ci sentiremmo se non dovessimo sempre, costantemente, dimostrare di essere migliori dell’altro? E cosa diventa, quindi, l’altro?

L’altro è soltanto un oggetto da screditare, da etichettare secondo i propri preconcetti. La partita, in questa fase, rende ciechi, assolutisti. Diventa addirittura perversa, feroce, quando si percepisce di non riuscire a competere in modo naturale.

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Nello sport la competizione è fondamentale, in quelli di squadra il collettivo è la base. Nella boxe, arte nobile per eccellenza, lo scontro fisico segue l’incontro iniziale e precede l’abbraccio finale.

Nella vita però, l’esasperazione del nostro tempo ha portato a confondere la competizione con la superiorità. È accaduto nella storia del secolo precedente. Accade nell’amicizia, nell’amore, in famiglia. Un aspetto che, quando evidente, è negato con fermezza; molte volte, invece, è sotto traccia. Spesso diventa un’ossessione. S’inculca ai ragazzini. Diventa l’ideale degli ultimi o di chi, partendo sfavorito, impara trucchetti pratici e scorciatoie per tramare e tradire amici o presunti tali. In genere amano definirla esperienza della vita. Saper lottare. Farsi rispettare. Non a caso la chiamano anche avere fame.

EGO

Comprendere l’ego è impresa titanica. Disperata, se consideriamo un ulteriore elemento: il gruppo, che in età adolescenziale offre spazio a fenomeni come bullismo, vessazione. È l’esaltazione dei pavidi che trovano l’identificazione in atteggiamenti comuni. La necessità di denigrare qualcuno al fine di emergere è il trionfo della miseria intima.

In un numero imprecisato di rapporti interpersonali, anche e soprattutto da adulti, si svolge quella che io definisco la gara a chi piscia più lungo.

Io sono più bravo di te.

Io sono più esperto di te.

Io sono più avanti di te.

 

Si potrebbe completare una lista infinita di paragoni. Un profilo, questo, con cui diventa faticoso condividere qualsiasi percorso esistenziale, perché ha sviluppato un’abilità a negare evidenze e torti, consolidando pregiudizi e preconcetti; caricature e non ritratti, malafede e non sentimenti autentici.

È una pratica ben congegnata perché quando il dileggiato sarai tu e proverai a ribattere, diranno che sei permaloso. Per eccellere in questa materia, occorre saper ben confondere il coglionare con lo scherzo.

Di autentico non c’è nulla. Di divertente, men che meno. Si presume di conoscere dall’alto di un podio soggettivo, la vita e le persone, gli esseri umani e quello che provano, celando un malanimo che rende vano il fatto di essersi frequentati.

Questo accade quando la competizione diventa il valore che equilibra le relazioni, generando ansie, tensioni, paura di non essere. E falsi miti, come la superiorità, appunto.

 

 


 

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