Commedia – Tra un manifesto e lo specchio

 

 

La vita è una commedia, lo abbiamo sentito milioni di volte. Un’opera presuppone un testo, quindi un autore che lo scriva; poi, qualcuno che diriga, quindi un regista. Qualcuno che lo interpreti, quindi gli attori; infine, ma non per ultimi, il pubblico e la critica.

Un autore può essere regista e interprete, veste, cioè, più ruoli. Il punto di vista è un angolo espressivo che troviamo in forme d’arte differenti. E non solo.

Nel corso dell’esistenza cambiamo opinioni secondo la situazione o il periodo. La commedia è più umana che mai, cioè, imperfetta. Opportunismo e convenienza portano a essere indulgenti verso se stessi, ma esigenti e critici verso il prossimo.

È una storia vecchia quella della pagliuzza negli occhi degli altri. Pochi aspetti mettono in imbarazzo un essere umano, quanto ammettere le proprie debolezze: gelosia, invidia, vigliaccheria, rancore, presunzione, tanto per citarne alcune. Facciamo fatica a ripeterle davanti a uno specchio, figuriamoci ad ammetterle pubblicamente. Le lasciamo a insaporire sul fuoco, affinché aumentino la sapidità nei rapporti.

A causa della tendenza a raccontare, dedico molto tempo all’osservazione, ai dialoghi e all’analisi del contenuto. Rimango colpito quasi sempre più dal non detto e dal tra le righe. Mi diverte, per esempio, ascoltare l’ipocrisia di quei soggetti che citano difetti per eccesso, ma che in realtà, sotto sotto, sono complimenti: mi fido troppo, sono troppo generoso, sono troppo sincero, amo troppo, sono troppo buono. Sembrano confessioni che vorrebbero suscitare un matematico sentimento di compassione, un po’ come le abili spalle dei comici che lavorano per preparare la battuta che farà spellare le mani alla platea.

Un altro soggetto che mi fa sorridere, è quello che io definisco il barcarolo, che come dice la canzone, va controcorrente. Detto anche Bastiano del contrario, seguire questo modello permette di assistere alle esibizioni di una persona fedele a se stessa per partito preso. Questa, palesando una fermezza presunta, lancia accuse sempre nei confronti di un voi generico, supponendo – usando il plurale – di inquadrare tutto quel che detesta e chiunque capiti a tiro, come se conoscesse esattamente i sentimenti e i pensieri altrui. La sua, è una manifestazione autoreferenziale di autenticità non richiesta che si riduce, non tanto al non essere d’accordo, ma solo al voler attirare l’attenzione e, in qualche maniera, a dividere e catalogare. Ha costantemente bisogno di un nemico. È capace di scagliarsi contro chi ama i pesci perché lui ama i gatti. I contenuti e i ragionamenti sono campati in aria e tendono esclusivamente a buttarla in caciara, tanto per usare un francesismo. La semplicità, l’essere comune, le quinte, del resto, non sono aspetti che vanno di moda in questo tempo.

Si vive costantemente in equilibrio tra l’incoerenza di cambiare opinione e la noia d’essere se stessi.

Sono sempre stato affascinato dalla capacità di un’attrice, di applicare lo studio al proprio lavoro: calarsi in un ruolo, uscire da se stessa, moltiplicare per gioco la personalità, e per quelli che sono i margini di azione (un’opera), conoscere esattamente quello che sarà.

È un’immagine onirica, l’attore con la valigia; o meglio, il suo contenuto: una maschera, un copione, un trucco. Quando le scritture saranno rare, quel bagaglio diventerà un piccolo palco improvvisato in piazza, dove salire per incantare un pubblico non pagante, e poi confidare a un gatto randagio che sì, la logica di questo mondo è così fredda e ciò che siamo è invisibile ai nostri stessi occhi.

 

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