Come cambiare vita – Il mindset

Come cambiare vita

 

È difficile prevedere la traiettoria di una riflessione e le relative conseguenze. Un essere umano scruta e insegue l’ombra del suo profilo.

Chiunque abbia operato in un’azienda di piccole dimensioni o in una multinazionale, a prescindere dal ruolo ricoperto, prima o poi, se ha una consapevolezza profonda, imbatte in una questione che agli altri può sembrare scontata: è questo quello che voglio veramente?

Può accadere che si alzi di notte e inizi a pensare. Oppure che resti nel suo letto a fissare il film della propria vita in onda sul soffitto.

Succede che guardi il posto in cui vive, che pensi alla sua carriera, ai risultati raggiunti quanto a quelli mancati, e gli resti sul palato quel sapore amaro, più o meno come quando dimentica di zuccherare il caffè o ancora peggio, quando per errore ci mette il sale.

Non gli manca nulla, ha soldi e Business Class. Si muove all’interno di un sistema perfetto, confortante. Totalmente assorbito dal lavoro, il suo fiato è sempre più corto. I giorni scorrono a velocità quadrupla. Ha tutto, gli manca soltanto il proprio tempo. Già, il tempo, l’aspetto più inafferrabile che una mente creatrice potesse concepire.

Nel momento in cui una persona si pone domande sulla propria situazione esistenziale, entra in un tunnel: può decidere di uscirne dopo aver fiutato il pericolo o proseguire per vedere come e dove va a finire. Ci sarà un momento in cui quel tunnel sarà completamente al buio. Nessun barlume di luce filtra dall’entrata, né è possibile stabilire quanto è distante l’uscita. È solo.

È sorprendente come quotidianamente esaltiamo personaggi, divi e figure di riferimento, che in realtà sono totalmente lontani dal nostro modo di esistere. Li esaltiamo perché ci interessa il finale.

Siamo attratti dal risultato, molto meno dalla dedizione che il raggiungimento dell’obiettivo comporta. Questo non ci piace. Parliamoci chiaro: non possiamo nascere tutti eroi o divi. Possiamo, però, scegliere quale strada prendere, come e quando cambiare, se occorre.

La vita è fatta di opzioni, di decisioni azzardate, come quella di lasciare le sicurezze che offre un’occupazione già organizzata e preordinata, in cui i margini per la misura di se stessi sono nulli, ma garantiscono la sopravvivenza e il restare a galla.

Non saprai mai quale talento dovresti sviluppare. Non saprai mai chi sei realmente, non lo racconterai ai posteri, ma fa niente: meglio mantenere le proprie zone di conforto inalterate e lasciarsi consolare da quella specie di insoddisfazione latente che conosciamo bene. Sappiamo da chi andar a piangere. Sappiamo cosa fare per sfogare la frustrazione. Sappiamo con chi prendercela. Abbiamo i social dove scrivere delle nostre battaglie presunte, dove lasciare epitaffi e citazioni che non ci sogneremo mai di prendere come spunto, ma che ci fanno credere di essere in gamba. Parliamo e ci esprimiamo con le frasi degli altri. Abbiamo nomi falsi, foto ritoccate o che ritraggono solo una nostra proiezione. Miti ed eroi da ricordare, slogan e bandiere da sventolare, uno Stato, un sistema, una religione o un avversario da attaccare. È tutto quello che compone il nostro modo di concepire la vita e ci va bene così. Nel bene e nel male.

Puoi chiamarla abitudine a un’infelicità rassicurante, a un’andatura squilibrata che lascia strascichi perché quando non sei felice, qualche volta, magari inconsciamente ma spesso consapevolmente, ti rallegra che anche gli altri siano come te.

È un atteggiamento consueto quello di gettare fango sul prossimo perché ti consente, in qualche modo, di emergere o almeno di non affondare. Si tratta della bilancia a doppia pesata, tecnicamente chiamata a doppio piatto: togliendo la merda dal proprio e tirandola nell’altro, si sale e si resta a galla. Abbrutisci dentro, peggiori come persona, ma non ti interessa perché sei al sicuro.

Questa è la zona di conforto. Tendiamo a lasciare tutti questi parametri inalterati. Perché cambiare, ma soprattutto, perché rischiare?

 

È il nodo cruciale, il salto abortito durante ogni rincorsa. Il rischio, già.

Quando hai paura di perdere, in realtà, hai già perso. È tutto quello che si può dire. Non esiste una ricetta contro l’attitudine a perdere. Tante volte è stato scritto che chi non combatte perde prima ancora di cominciare. Una cosa da fare quando hai paura, è di pensare solo a lottare. Perderai ugualmente, ma con onore.

È solo una battuta, questa. Eppure, anche una semplice battuta, nasconde il retrogusto della verità. Viviamo in una società che non sa accettare le sconfitte, che pretende di avere ragione.

Gli errori, le sconfitte, sono un passo inevitabile. Sei entrato in un ambiente diverso. I nuovi meccanismi mentali devono trovare i movimenti corretti.

Al primo errore, inevitabilmente, penserai a ciò che hai lasciato. Alle tue abitudini. Penserai chi me lo ha fatto fare, oppure, che stavo tanto bene. Non stavi bene affatto, ma conoscevi perfettamente quella situazione, quindi, non eri preoccupato.

Quando decidi di cambiare modo di vivere, e, nello specifico, una situazione lavorativa in cui tutto dipende da te, non hai una garanzia, quel soddisfatti o rimborsati che ci piace tanto. Non avrai un sindacato a coprirti le spalle, una cassa malattia che ti assicura il pagamento dei giorni non lavorati.

Ci sei solo tu. Il tuo cuore. La tua mente. La volontà. La paura umana e il coraggio di andare avanti. Gli ostacoli.

Una cosa è importante, in qualsiasi percorso. Spesso siamo portati a dire: Speriamo bene. Istintivamente, ci sentiamo sollevati perché almeno, siamo pronti per fare un tentativo. Ci alleggeriamo la coscienza. Ok. Ci provo, pensiamo.

No, non devi provare. Ci devo riuscire. Questo è ciò che devi ripetere. Non fare un proclama, non scrivere un manifesto, non devi convincere gli altri. Devi convincere te stesso.

 


Come uscire da una comfort zone

Intendo per comfort zone, quello spazio di certezze e consolazioni che alimentiamo strada facendo. Cosa c’è di sbagliato in questo? Niente e tutto. La zona di conforto è il sentiero battuto dalla maggioranza degli esseri umani e la questione non si riduce all’equazione giusto o errato. In genere, le consolazioni sono valvole di sfogo che confondono, che impediscono di vedere cosa vuoi veramente.

Il lavoro

Quante volte lo abbiamo pensato. Non riesco a esprimere le mie capacità, in questa società contano le pubbliche relazioni e sono quotidianamente superato da persone meno preparate ma più abili nelle cose pratiche. Quelli come me non vanno da nessuna parte.

Bene, posso sopportare questa situazione infelice mettendo su famiglia.

Il mio rapporto sentimentale è in crisi?

Bene, alla fine l’inquietudine passerà, nel frattempo mi getterò anima e corpo nel lavoro.

Troverò un nuovo hobby. Magari, un amante o un altro sport da praticare o da seguire. Proverò a fare più soldi.

I processi personali hanno tempi incerti, anzi, sono indeterminati loro stessi, non è detto che avvengano. Le teorie e le riflessioni sul tempo che passa, da sempre hanno impegnato poeti e pensatori, perdigiorno e luminari.

La poesia

poeti neoclassici (metà del ‘700), ponevano al centro dei propri concetti la poesia la cui funzione era di rendere immortale quel che era destinato a scomparire, e la bellezza consolatrice perché in grado di confortare l’essere umano dalle ristrettezze quotidiane.

Foscolo esalta il valore delle illusioni perché sottraggono l’umanità dal pericolo dell’oblio e consegnano all’eternità lo spirito dell’uomo, consolandolo dalle tragedie dell’esistenza. Per il poeta di Zante, la funzione della poesia è di esaltare le illusioni che la storia e la società negano e sopprimono.

La società

I tempi cambiano. Oggi possiamo affermare che lo sport, la musica, la televisione o il cinema, e in genere tutti quegli aspetti che definiamo sotto il termine celebrità, sono le nuove illusioni. Non l’arte in senso stretto, tantomeno la cultura, ma la notorietà, tutto ciò che in qualche modo perpetua la vita dell’essere umano che, di fatto, non cambia, ma lo aiuta a sostenere macigni e ad addolcire il senso di un’esistenza agra, incolore, spesso mediocre.

Se la tua squadra del cuore vince, il tuo lunedì sarà migliore. Se assisti al concerto del tuo cantante preferito, riscopri per qualche ora di provare emozioni perché lui canta quel che tu senti nel profondo del tuo animo. Solo che non sei tu a farlo.

I tuoi stessi bisogni sono legati alla necessità di comprare. La cultura di massa è orientata esclusivamente al consumo e ti fa credere che puoi essere felice solo se metti in circolo del denaro. Ti priva del tuo tempo migliore e costringe a vivere entro livelli di stress elevati. Se hai la fortuna di avere un lavoro non puoi lamentarti, anche se i tuoi spazi sono sempre più ristretti.

Questa società ti regala o meglio ti vende le proprie illusioni che rappresentano lo spazio di conforto. Un cardine essenzialmente maschilista, è rappresentato dall’uomo che corteggia una donna la quale, abile giocoliera, non si concederà mai a lui. Volgarmente definiamo questa partita come lei gliela fa annusare.

L’essere umano insegue una felicità che può soltanto odorare, ma ha la conoscenza impalpabile di una sensazione che nemmeno conosce davvero perché l’immagine che ha della stessa, è indotta.

Uscire

Uscire da una zona di conforto è un’impresa titanica che può avvenire (non sempre e non a tutti) solo quando un fatto più grande di te stesso e che addirittura non hai mai provato, sconvolge la tua vita. I tempi non sono brevi e devi essere in grado di gestirlo, di riconoscerlo quando accade. Devi superare decenni d’indottrinamento, d’insegnamento, di tutto quello che ha costruito quel te stesso, anche se la domanda resta semplice, banale, scontata, ed è quella iniziale: cosa voglio veramente?

 

La verità è che ti fa paura, l’idea di scomparire, l’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire

Brunori Sas – La verità

 


Prezzo e valore

I ricchi investono i loro soldi e spendono ciò che rimane.
I poveri spendono i loro soldi e investono ciò che rimane.

Robert Kiyosaki

Prezzo e valore

Mercato e scambio, consumatori e imprese, costi di produzione e margini di profitto: a prescindere dagli infiniti fattori che lo definiscono, le variazioni soggette a curve di domanda e offerta, tipologia e tempo, il prezzo è una somma che si paga per avere un bene o un servizio. Possiamo intendere come valore, invece, la proiezione che questo bene o servizio avrà per noi ed è in genere più complicato stabilirlo.

Il prezzo è la somma che mi costerà un furgone per le consegne. Il suo valore è il lavoro che il suo acquisto mi permetterà di trovare.

Quello di Robert Kiyosaki riportato all’inizio, più che un aforisma sul ricco e sul povero, è un’equazione che adattata al nostro concetto, diventa: l’imprenditore investe e fa circolare soldiIl dipendente risparmia per la sua sussistenza e fa circolare quello che può.

L’imprenditore e il dipendente usano concezioni diverse del denaro. Se decidessimo di invertire i ruoli, non potremmo evitare formazione e riprogrammazione mentale, portando, quindi, la mente in posizione d’induzione. È solo il primo passo ed è il più complicato perché senza adeguata disposizione gli sforzi sarebbero vani: avete mai provato a fare qualsiasi cosa quando la mente non ne vuol sapere di collaborare?

Ciò nonostante, un lavoratore dipendente è da considerarsi come una piccola impresa perché anche lui deve gestire spese e ricavi. Il suo problema è che lo stipendio percepito non tiene il passo di un elevato costo della vita. Dal canto loro, gli imprenditori lamentano un’esagerata pressione fiscale che nei casi limite – causa ma non giustificazione – porta all’evasione. Insomma nel nostro sistema, tutto quello che gira intorno a soldi, finanza, prezzo e valore, fa venire da piangere.

Non ho certo cambiato i temi del sito. Non mi occupo di economia. Il mio resta uno spazio dedicato alla narrativa e agli esseri umani.

E, appunto, quando un uomo si vende, per ragioni che vanno dal ruolo sociale a motivi di dominio, dall’opportunismo alla necessità, a quale tariffa si offre e quanto, invece, gli costa, se gli pesa veramente? Quale valore si dà nel mercato dell’esistenza, costui?

Qual è il profilo migliore dello spirito in malafede, quando continua a nascondersi dietro quella stessa tana a forma di spalle? È una dottrina praticabile sia da soli che in gruppo – usando accortezze diverse – ma richiede il grado d’introspezione zero oltre a un’attitudine all’infedeltà. Nella guerra dei miserabili, c’è chi si vende per trenta denari ma anche chi si prostituisce per niente, trovando gratificazione nella rovina altrui, un fattore, questo, che fa percepire meno intensa la propria miseria. E che dire di chi s’inginocchia per moda, per militanza, e deve disperatamente farsi vedere?

Nel grande bazar delle anime in vendita è impossibile stabilire, invece, il valore di chi compra – di chi è in grado di comprare – e di chi ha creato e gestisce quel mercato, dove tutto è possibile e raggiungibile, in cui non v’è più differenza tra fine, mezzi ed etica, e se differenza v’è, è soltanto nel prezzo.

Qual è, quindi, il prezzo finale di un essere in vendita? E il suo valore? Il prezzo di una vita intera?

 

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