Citofoni

 

Citofoni

Citofoni

 

 

Metà ottobre. Nel cortile che conduce alle scale condominiali, i ragazzini ci provano gusto a saltar sul tappeto di foglie ingiallite e rametti insecchiti; ancor più giocoso è il loro fuggire all’ira di Orlando, il portiere dello stabile, che mal sopporta la celia dei mostriciattoli impertinenti.

Alvaro Malacosta torna dal passeggio e trova il portiere furente.

  • Salve Orlando. Come va?
  • Ah… male, signor Alvaro, andiamo male…
  • Fa freddo, eh?
  • Macché… non è il freddo. Questi ragazzini…
  • Ah… eh, però a me, i miei nipoti, dritti devono marciare, sennò io a casa mia non ce li voglio mica!
  • Ebbé…
  • Ma sì, diciamolo: bisogna saper comandare e lei, caro Orlando, mi sa che…

 

I due sono destati attraverso il citofono dal richiamo di Matilde Malacosta.

 Alvaro, Alvaro: vieni al balcone!

 

Il vecchio, chiusi brevemente gli occhi, sospira e s’affanna sotto il portone. Orlando, non solo per deformazione professionale incuriosito, lo affianca.

  • Che c’è? – Urla Alvaro alla moglie.
  • Devi andare di corsa dal ferramenta!
  • Ma sono tornato ora!
  • Devi prendere l’insetticida.
  • Ancora con l’insetticida? – Poi, rivoltosi dubbioso a Orlando, ma in realtà cercando la sua comprensione, sussurra al portiere: ma cosa ci farà con tutto quest’insetticida: lo beve?
  • No che non lo bevo io l’insetticida – continua donna Matilde dal balcone – ma se servisse te lo allungherei nel cappuccino!
  • Vabbè, vado! Mandami giù i soldi col canestro.
  • Ora te li mando… e sbrigati!

 

Matilde, attenta a non farla penzolare troppo, sfila lentamente la corda del canestro e manda i soldi giù a basso.

Alvaro e il portiere si spostano davanti ai citofoni e rimangono a chiacchierare.

  • Certo, caro Alvaro, che sua moglie… – sospira Orlando.
  • Non me ne parli – fa l’altro – per fortuna che io…

 

Dal citofono sentono ancora la voce di Matilde che richiama il marito. Alvaro, Alvaro: vieni un po’ sotto!

  • Che c’è ancora? – Urla lui.
  • Dì al tuo amico che è pagato per lavorare e non per origliare e che se lui fosse più attento di me, la guardiola non sarebbe un porto di mare!

 

Matilde riabbassa la serranda e rientra. I due uomini si guardano sbigottiti. Alvaro chiude il pugno e impreca verso il cielo. Nella quiete dello stabile, la serranda si leva ancora col suo greve rumore.

  • Che ci fai ancora lì? – Urla Matilde.
  • No – si giustifica Alvaro – stavo ribadendo a lui, quello che tu hai detto giustamente prima…
  • E sbrigati! – Conclude Matilde.

 

La serranda cala di nuovo, i due restano a spettegolare.

  • Certo che sua moglie…
  • E già! Se non fosse indaffarata in cucina, penserei che resta sempre attaccata a quell’apparecchio…

 

I due si guardano a lungo in silenzio. Poi, con modo confidenziale, Alvaro lo prende sotto braccio e gli chiede: a proposito, Orlando, dove tiene lei gli insetticidi: in guardiola?

  • Sì, ma non vorrà mica darli a bere a sua moglie?
  • Ma no… cosa ha capito?
  • Ah… – sospira il portiere.
  • No, è che… da quando quella ha scovato gli insetti fuochisti in cucina, la notte invece di dormire rimane di ronda. Per me è meglio, mi creda, però se non dorme, di giorno si stranisce.
  • Non vorrei essere io al posto di quei poveri insetti!
  • Beh… la capisco. Io la saluto. Ma lei che fa, Orlando: non va a casa?
  • Devo aspettare l’amministratore che deve lasciare un pacco in guardiola. Solo che ancora non si vede, porca zozza!
  • Embè? E io che ci sto a fare? Mi dia le chiavi della guardiola. L’aspetterò io. Poi domani gliele rendo.
  • Grazie sig. Malacosta.
  • Di nulla. Su, vada Orlando, ci penso io.

 

Il portiere s’allontana. Il vecchio muove ad armeggiare verso la guardiola. Traffica, s’impiccia spostando scatole e scatoloni. Giunge l’amministratore con il pacco.

  • Salve Malacosta. Cosa ci fa qui?
  • Cosa ci faccio? Orlando aveva un’urgenza e mi ha pregato di aspettarla per il pacco.
  • Sì, infatti dovevo solo lasciarlo qui. Arrivederci.
  • Salve…

 

 Alvaro chiude la guardiola ed esce. Torna furtivo sotto i balconi e passa davanti ai citofoni. È scesa ormai l’oscurità, ma lui sembra non curarsene, anche perché nessuno fa caso a un povero diavolo che si aggira col cacciavite e le tenaglie davanti alla scatola dei citofoni. Nel frattempo la bella signora Tabacci esce dall’ascensore col figlio insolente.

  • Buonasera Alvaro.
  • Salve, signora. Porta a spasso il piccolo?
  • Lo chiama piccolo? Questo è indemoniato! – Poi, si rivolge al figlio: – Osvaldo? Saluta il signor Malacosta!
  • Ciao – fa il ragazzino.
  • Ciao – risponde il vecchio.
  • Dove è andato di bello, Alvaro?

 

Intanto il marmocchio si divincola dalla presa della madre e corre in cortile a saltare su foglie e rametti. Osvaldo? Non ti sporcare! – Urla la madre.

  • Ah… i bambini! – Sospira Alvaro. – Io sono tornato dal ferramenta. Abbiamo casa infestata dai fuochisti e ho preso l’insetticida.
  • Ah… un po’ di pazienza e si risolverà, vedrà…
  • Speriamo, speriamo…
  • Ma sì… io la saluto, Alvaro.
  • Arrivederci, signora.

 

Il vecchio apre, entra nell’abitacolo e sale. Scende al pianerottolo e richiude la porta dell’ascensore. Infila le chiavi nella serratura, ma la porta s’apre di scatto. Donna Matilde è sull’uscio.

  • Embè? Fammi entrare! – Fa Alvaro.
  • I soldi! – Chiede lei tendendo la mano.
  • Che soldi?
  • Quelli dell’insetticida.
  • Credi che me l’abbiano offerto?
  • Sì: al bar della guardiola!
  • Ma… – borbotta lui grattandosi la testa.
  • Niente ma! Credi di darmela a bere, tu a me?

 

Così, Alvaro, rassegnato e sconsolato estrae le banconote e le porge alla moglie. Se ne va in salotto davanti al televisore.

  • Sempre col televisore acceso – urla Matilde – perché non vieni a darmi una mano, invece?
  • Io terrò anche il televisore acceso: ma tu, con questa cucina sempre a tutto volume?
  • Zitto e mettiti al lavoro!

 

Alvaro sposta faticosamente la vecchia macchina del gas e sparge l’insetticida tra le fessure delle piastrelle. Apre la finestra per far circolare l’aria e allontana la gatta che s’intrufola tra i lavori. S’accorge che la moglie impreca col citofono. Lui ridacchia mentre continua a passare l’insetticida. Nell’altro ambiente la moglie si attacca all’occhiolino della porta sul pianerottolo.

  • Dove sei? – Urla Alvaro: – Vuoi darmi una mano?

 

Matilde torna: – Quelli del quinto piano stanno salendo. Lo sai che ieri notte son tornati alle tre e mezza? – Fa la donna.

  • Ma come fai a sapere tutto di tutti? E poi i citofoni sono rotti, voglio sapere come fai che non esci mai e sei sempre chiusa in casa.
  • Per guardare lontano, non c’è bisogno di scalare la montagna.
  • Che?
  • Proverbio cinese.
  • Prover… boh?
  • Un momento!
  • Cosa?
  • Come fai a sapere che sono rotti i citofoni?
  • Come faccio a saperlo?
  • Sì, come fai?
  • E come faccio? È che si sono rotti e ho cercato pure di aggiustarli.
  • Bisogna avvertire l’amministratore.
  • No ferma: cosa fai? L’amministratore non può essere disturbato.
  • E perché?
  • Perché è stanco, poveraccio. E poi per queste cose c’è Orlando.
  • Sì, Orlando…
  • Ferma, ti ho detto. Vuoi posare quel telefono?

 

L’indomani Alvaro esce per la spesa come ogni mattina e trova Orlando impegnato col tecnico dei citofoni. – Salve Orlando. Che succede?

  • Eh… c’è un contatto, ma qualcuno ha pure manomesso i fili: cavolo, sono tranciati!
  • Ah… sì, in effetti, anche ieri, quando eravamo qui davanti, si sentiva quel rumorino continuo sotto sotto…
  • Già, deve aver fuso qualcosa – afferma il tecnico -eppure non capisco: erano nuovi! Forse è stato un contatto, un sovraccarico, non so. E’ come se qualcuno fosse attaccato giorno e notte. Ma non riesco a spiegarmi questi fili tagliati: un guaio doppio! Davvero incredibile, inusuale!

 

Alvaro, un’oretta dopo torna con le buste dal mercato. Prova a suonare il citofono, ma sembra che non funzioni. Così passa per l’atrio, supera il cortile e arriva al portone. Sale sull’ascensore e giunge casa. La moglie gli va incontro.

  • Hanno aggiustato i citofoni? – Fa lei.
  • No, credo di no.
  • Acc…
  • Beh… che ti prende? I citofoni si rompono…
  • Sembra che non succeda più niente in questo palazzo.

 

Nel pomeriggio, Alvaro esce per il passeggio. Passa per la guardiola e trova Orlando ancora col tecnico che stanno riparando la scatola dei citofoni.

  • Buonasera Alvaro. Il guasto è più grave del previsto. Mi sa che ci vorrà un po’ di tempo.
  • Quello che ci vuole, ci vuole. L’importante è che vadano a posto, ma senza fretta.
  • Certo…
  • Ci vediamo dopo.

 

Dopo un’ora Alvaro torna. Orlando vicino ai citofoni sta smistando la posta nelle casette.

  • Salve, Orlando. E i citofoni?
  • Sì, tutto bene. Ce l’abbiamo fatta…
  • Oh… ecco una buona notizia. Però si sente ancora quel rumore…
  • In effetti c’è. Non siamo proprio riusciti a eliminarlo. Comunque… c’è questa lettera per lei… pubblicità mi pare…
  • Ah… le solite scocciature… andiamo a prenderci un punch con questo freddo?
  • Ma sì, Alvaro. Offro io, però…

 

I due fanno per allontanarsi al bar, quando dal citofono, s’alza la voce di Matilde. Alvaro, Alvaro…

Questi, seguito dal portiere, raggiunge il cortile.

  • Che c’è? – Urla alla moglie.
  • Dove credi di andare? – Fa lei.
  • Mi allontano un attimo, devo fare un lavoretto con Orlando.
  • Lui ce lo ha già un lavoretto. Ogni scusa è buona per andare al bar!

 

La serranda s’abbassa. I due si guardano. Alvaro sospira. Orlando s’avvia a chiudere la guardiola. Poi, si volta verso Alvaro. – E’ finita la pace, sig. Malacosta.

  • Già. Era meglio quando si stava peggio. Ah, maledetti citofoni!

 


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