Centro commerciale e aperture festive

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In regalo per te i primi capitoli de Il bamboccione

 

“Un settore è lo specchio di un sistema e quando mi guardo intorno, vedo solo settori in crisi”.

Gabbie

 

Introduzione

Ci risiamo. In Italia è scoppiata l’ennesima disputa. È il turno delle chiusure domenicali degli esercizi commerciali e l’introduzione di un argine alla liberalizzazione.

Chi scrive, ha operato per trent’anni nel settore della Grande Distribuzione Organizzata e vanta un’esperienza sindacale ultra decennale. Nonostante ciò, ne parla sottovoce. Il lavoro, soprattutto quello degli altri, non può ridursi a un’inconcludente discussione su Facebook in cui ognuno si scaglia contro una categoria. Commenti da stadio e l’immancabile, andate a lavorare, scritto da chi ritiene di possedere titoli di cavalierato sul tema lavoro. È il trionfo del tutti contro tutti. In realtà è una guerra tra poveri. Vince chi vede penalizzato l'altro gruppo e sprizza soddisfazione per il mal comune.

 

La famiglia

Dico subito che sono favorevole alle chiusure domenicali o almeno a porre un limite alle aperture libere, ma non concordo con l’onorevole Di Maio nella forma: ridurre la questione a una tutela della famiglia. La crisi del nucleo familiare è un processo che nasce da una decadenza di valori e di cultura. Nella società in cui viviamo, le esigenze individualiste hanno preso il sopravvento sulla coscienza collettiva. La famiglia è un tragico esempio di chiusura verso l’esterno. Poi, questo disagio tocca i suoi livelli massimi al centro commerciale perché il nostro sistema è basato sul consumo. Tutte le questioni sociali si risolvono traducendole negli slogan, parafrasando il vecchio adagio popolare secondo cui, ogni problema di coppia, si risolve a letto. Chiudendo i centri commerciali, la famiglia resterebbe preda delle sue stesse miserie perché è costituita da persone.

Il "no, non si può fare a meno dell'acquisto domenicale" urlato disperatamente da qualcuno, è indice, a mio avviso, dell'alto grado di malessere raggiunto, pur se in modo inconsapevole: considerare l'essere umano (la famiglia), esclusivamente come cliente e consumatore. Privo di questo attributo, non esiste.

Di fatto, non è in crisi solo la famiglia. Il sistema è in crisi e con esso, le istituzioni, le parti sociali; e poi, l’Europa, i paesi membri. È un imbarazzo che riguarda anche il nostro modello storico di riferimento, gli Stati Uniti d’America.

 

Tramonti

Qualcuno pensava che il tramonto delle ideologie comuniste avrebbe spalancato le soglie del paradiso terrestre. Ha sbagliato previsioni oppure parlava e mentiva, sapendo di mentire. Tutti, giornalisti e storici, pensatori e opinionisti, filosofi e politologi, politici del nuovo e del vecchio testamento, hanno arduamente sentenziato ai posteri che, dopo il crollo del Muro di Berlino, le fiamme dell’inferno sarebbero state domate. Quell’area, rossa, è rimasta terra bruciata e non è cresciuto più nulla. Nessuna entità è stata in grado di raccogliere il pesante fardello. Ci sono stati tentativi, è vero, ma in uno spazio dove l’anima s’è persa. Regna il vuoto e si tenta di riempirlo, però ogni tentativo è artificiale: o c’è qualcosa di autentico o non c’è, perché oltre i proclami e i consensi sterili, poi le feste finiscono. Questa è una morte lenta, inesorabile. Quello che facciamo è sopravvivere.

 

Il cliente non è un fottuto cliente, ma un cliente fottuto”.

Avvisiamo la gentile clientela

Interessi

Controllo le preferenze riguardo ai miei libri e mi rendo conto quantomeno che la gente segue altri interessi.

Un fiume di persone scorre lungo le vie consolari. Sono solo capi curvi su uno schermo che si muovono zigzagando fino a sbandare. L’idea di progresso è simboleggiata dalla connessione: senza di essa, sembra che il mondo sia fermo. Genitori che s’impegnano nell’immortalare il figlio mentre mangia un gelato. Teste mozze che restano in posa con la bocca aperta davanti al poster di un evento qualsiasi.

La massa si muove lungo quello spazio che era l’inferno e non ha altro interesse se non di anestetizzarsi al centro commerciale. Oggi la città stessa è un centro commerciale che ha esteso i suoi confini, il passaggio dal vecchio spettro alla nuova ancora di salvezza.

Il venditore (di beni, di servizi, di progetti, di fede e di bisogni primari), entra in casa, bussa alla porta, va in onda a reti unificate, suona al telefono a qualsiasi ora. È il concetto che esprimevo ne La città senza uscita, un altro libro, ma non intendo pubblicare una lista, perciò mi censuro.

Una lunga premessa per chiarire che il centro commerciale è la metafora dei nostri tempi e non è relegato solo a uno spazio materiale, ma rappresenta il luogo di un’anima contraffatta.

Tornando alla questione delle chiusure domenicali, io escluderei il pericolo di favorire le vendite on line. Ritengo sia un problema sollevato in malafede se parliamo di generi alimentari: non funziona e basta.

 

Unione Europea

Secondo i rapporti di studi privati, su ventotto paesi, sedici non presentano limitazioni di aperture. Governi come Germania e Francia propendono verso le chiusure domenicali e festive solo sulla carta, concedendo svariate deroghe sia per luoghi turistici e sia per esercizi alimentari e centri commerciali, musei, giornali e negozi siti in aeroporti e stazioni.

A seguir le indagini di Confcommercio, invece, in molti paesi c’è la regola della chiusura, pur confermando l’esistenza di deroghe in base alla tipologia di servizi e di loco.

 

Parametri

L’apertura di un esercizio commerciale deve valutare un parametro fondamentale, il cash flow, tradotto in Flusso di Cassa. In estrema sintesi, la differenza tra entrate e uscite, la misura del rapporto tra costi e ricavi che tiene conto della merce eliminata, rovinata, rubata; le spese di elettricità e riscaldamento, la manutenzione delle attrezzature e della struttura.

Un altro parametro che le catene commerciali tendono ad ammettere con discrezione, è la concorrenza. Se il competitor è aperto, sarò aperto anch’io, alla faccia del cash flow. È una guerra. Restare aperti, consente di togliere al mio concorrente.

Non è da sottovalutare l’ipotesi delle aperture a turnazione nelle grandi città. Da una rapida indagine svolta sul web, risulta che a Roma per una particolare catena di supermercati, nella zona individuata tra Piazzale della Radio (zona Marconi), Via Portuense e il quartiere di Monteverde, ci sono ben otto supermercati dello stesso gruppo concentrati nel giro di pochissimi chilometri. Si tratta di una zona ad alta densità abitativa, ma in genere la media è tre o quattro supermercati di uno stesso marchio per quartiere.

La catena più nota, quella dello slogan sulle persone oltre le cose, nella capitale, in zona aeroporto, vanta cinque punti vendita e altri cinque in zona San Giovanni.

 

Soluzione o provocazione?

Tempo fa pensai di avere una soluzione. In realtà, è una provocazione. Prima di esprimerla, vorrei però partire da alcuni dati che non si possono ignorare.

Secondo l’Organizzazione Internazionale di Studi Economici, l’OCSE, nel nostro paese un posto su due è a rischio robot, soprattutto sono maggiormente esposti quei contratti in cui la specializzazione è minima o costituita soltanto dall’esperienza accumulata. In effetti, l’automazione richiede solo un investimento iniziale che sarà ammortizzato nel tempo.

Quest’introduzione è d’obbligo per la mia provocazione. Andrebbe regolata dalle istituzioni e dalle parti sociali perché le aziende fanno le aziende e considerano solo i profitti. Il rischio è quello del licenziamento indistinto.

Le macchinette automatiche, però, garantirebbero il servizio domenicale al cliente e il riposo al dipendente. Andrebbero individuate delle aree all’interno di un punto vendita, dove allestire una sala per i distributori: uno per reparto. Esistono distributori frigoriferi per i surgelati ma anche per i deperibili, salumeria, carni, e ortofrutta. E poi lo scatolame con macchinette per bibite, barattoli di legumi, pasta o detersivi.

A pensarci bene, si tratta di una soluzione non troppo in concorrenza con la persona fisica perché priva del servizio che è comunque un valore. Per attuarla basterebbe la presenza di due o tre persone.

Mi auguro, però, che sul tema domenica sì, domenica no, non si risolva tutto a domenica in

 

 


LA CITTÅ SENZA USCITA SU AMAZON



È un testo incentrato sul mondo del lavoro. Perché una persona che finisce il suo turno, stanca e col bisogno di staccare la spina, dovrebbe leggere un libro sull’attività che ha appena lasciato e che riprenderà, magari di malavoglia, il giorno successivo?



Per ragioni di sopravvivenza, le circostanze lo hanno scaraventato in un ambiente distante dalla sua reale natura e lui ha continuato a navigare la corrente. I ritmi della sua esistenza sono scanditi da quel sistema occupazionale. Vive la sensazione che la sua stessa vita non gli appartenga. Trascorre più tempo con i colleghi che con amici o familiari, imprigionato in una competizione costante e alimentando pubbliche relazioni e meschinità varie, alle dipendenze di un’azienda per la quale la sua identità dovrebbe essere uniforme a un modello programmato e che risponde a precise caratteristiche di asservimento.



Siamo portati a pensare che ciò che svolgiamo ogni giorno, non sia degno d’essere raccontato. Ogni aspetto della nostra vita, invece, merita una parola letteraria. E solidarietà, moti che offrano una dimensione diversa da quella che pensiamo e, in qualche modo, la impreziosiscano. Perché esistere, resistere, in una situazione del genere, è un atto eroico e va suggellato.