Avvisiamo la gentile clientela – capitolo quarto

 

Avvisiamo la gentile clientela

Avvisiamo la gentile clientela

Certificato di deposito - CC BY-NC-ND

Perché leggere questo libro?

 

È una proposta di riflessione su se stessi. L’identità personale si confonde nell’identità collettiva. Confondere è il termine corretto. Definire i limiti d’inizio e fine dell’una e dell’altra non è facile, ma si tratta comunque d’identità suggestionate: quella collettiva dai leaders, quella personale dai simboli. Ambedue sono strutturate per indurre all’asservimento, non all’uguaglianza sociale ma al pensiero comune, al conformismo universale.

Per questo motivo nel testo si affronta il tema del soprannome. Abbiamo ereditato delle generalità, ma non è un caso se le chiamiamo generalità: non ci definiscono; quindi, chi siamo?

Una precisazione: un tempo, l’identità collettiva era caratterizzata da un’ideologia. Oggi l’esigenza di essere e avere una società massificata, uniforme, che sente di dover soddisfare i medesimi bisogni, ha fatto in modo che le corrispondenze politiche di un tempo perdessero le proprie caratteristiche di pensiero. Il problema è che non ne hanno trovate di nuove e di convincenti, le loro tesi sulla società moderna sono più simili a delle offerte commerciali. Ed è probabilmente questo, oggi, il termine di congiunzione tra l’identità collettiva e quella personale.

L’ambientazione nei supermercati e nei centri commerciali, in questo senso, non è casuale. Quando hai soddisfatto il tuo bisogno primario e quando quel bisogno è lo stesso del tuo vicino di casa o del collega di lavoro, sembra che niente riesca a scuotere. Si assiste in modo impotente all’attività di un destino segnato. Chi non lavora vive ai margini, chi lavora vive con una pressione sostenuta faticosamente perché deve badare a se stesso, alla sua famiglia e alla società.

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Sabato. Autobus. Fermata. Se perdevo l'incrocio con Belinda, la giornata cominciava per verso sbagliato. Quel giorno, la vidi giusto salire sull'autobus precedente al mio. Sembrava che ogni cosa remasse contro.

Il sabato di solito arrivavano i volontari della Caritas per la raccolta di scatolame da destinare ai profughi o alle popolazioni del terzo mondo. Avevano quei modi francescani e noi li assecondavamo. Persino se dovevi passare con una pedana d'acqua minerale e loro erano in mezzo, tu non li disturbavi. I ragazzi disponevano i propri tavoli all’entrata per ritirare le buste dei clienti che intendevano partecipare.

La clientela era suggestionata, frastornata dalle notizie riportate dalla televisione sui polli alla diossina e la mucca pazza. In certi momenti si creavano delle vere e proprie psicosi. Le persone erano era sospettose.

- Guardi questo pollo: non sembra troppo gonfio?

- Signora, non è un pollo: è una faraona.

- Davvero? Non sapevo che importassimo carne dall’Egitto!

A tale riflessione, terminava una settimana di stress, merda e pioggia.

 

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Lunedì. La settimana iniziava con un'altra promozione. L’ambiente all’apertura era ordinato e pulito, gli scaffali in ordine e le offerte fuori banco sembravano tasselli di un intarsio: pile d’articoli legate tra loro con la base di quattro pacchi posti orizzontalmente, sotto altri quattro pacchi verticali e così via. La frutteria era un orticello rigoglioso e la salumeria, una cantina di campagna. I profumi del pane caldo di forno si spandevano per i corridoi.

Alla fine della giornata, il chiasso dell’ora di punta non svaniva, si spostava dentro la tua testa. Dall’esterno avvertivi i clacson delle macchine al semaforo, mentre lì sembrava un paese demolito dal terremoto. I cartelli delle offerte erano scambiati e le pile in disordine. Il fuori banco pareva assalito e bombardato. Una bottiglia di passata rustica giaceva disintegrata sul pavimento, un’altra d’olio più in là. Carte e dépliant in terra, confezioni di carne erano abbandonate sugli scaffali dei detersivi. All’uscita c'erano delle buste piene che qualcuno non aveva avuto il tempo di nascondere. Le casse risuonavano col tipico ritmo computerizzato dei nostri conti di fine giornata. Era paradossale quel mestiere: si doveva creare un’esposizione magnifica e che attirasse l’attenzione del pubblico, sapendo che il successo sarebbe stato determinato dalla sua deturpazione. Tutto il contrario del teatro.

A volte mi tornava in mente mio nonno. Lui mi raccontava degli anni della guerra, del paese suo, paragonava la miseria a un assegno circolare, uguale dappertutto.

C’era un conflitto da qualche parte nel mondo. Lo diceva la televisione. Partecipava anche l’Occidente. Il supermercato si riempiva di persone suggestionate, anziani che facevano incetta d’ogni genere d’articoli: zucchero, pasta, farina. Restavano pazienti in fila e nessuno si lamentava. La filodiffusione era spenta, per mio sollievo. Lo scaffale del caffè era vuoto. Ne rimanevano granelli depositati da confezioni aperte. Un vecchio si avvicinava lento. Si fermò, guardò intorno e con un pennellino lasciò cadere un misto di polvere e caffè nella bustina vuota.

Era l’anziano signor Alfredo Toffolo. Sembrava uscito da Sciuscià o Ladri di biciclette, ma non aveva la bici e le sue scarpe erano scrostate, i lacci rappezzati. Si passava una mano tra i capelli bianchi, tenuti buoni da un filo d’acqua. Scendeva al supermercato con lo spirito di un ragazzo e provava a circuire discreto la solita signorina di mezza età, accompagnandola e reggendole le buste. Si facevano compagnia.

Alfredo mi regalava le sue poesie: - Devi leggere sempre - diceva.

Prati verdi dove crescono papaveri rossi.

È là che vorrei dormire, stanco.

Senza targhe e senza marmo.

- Conserva le mie poesie e ogni volta vedrai un papavero rosso, chiamalo Alfredo.

Faceva l’occhietto con i suoi beffardi e usciva dal reparto cioccolatini. Pareva che avesse preparato il piano per la rapina del secolo, ma cercava solo un’emozione. Quei dolciumi erano per i nipoti. Fingeva di trovarsi lì per caso, quando andavo a gettare gli scarti del reparto orto frutta. Alfredo teneva una busta accartocciata nella tasca dell’impermeabile.

 

 


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