A proposito di Cesare

 

A proposito di Cesare

A proposito di Cesare

 

Tutto comincia sempre prima della lezione di yoga. Si arriva in anticipo, ci si siede sul tappeto per prepararsi al rilassamento. Le difese si abbassano, si discute del più e del meno in attesa che le luci si spengano e resti solo un lume a suggellare le nostre chiacchiere per poi disperderle nel calar del buio. Sembra un forum. Ognuno è di fronte all’altro ma si appresta a staccarsi dal mondo e dai fatti della giornata trascorsa; almeno per un’ora. È un’oasi temporale necessaria tra il caos generato dalla frenesia.

Una ragazza vicentina trapiantata a Roma, sta cercando lavoro. Il lavoro nobilita, ma noi siamo tutti figli della plebe. Che poi, se nobilita davvero, è da dimostrare: il lavoro prende gran parte della giornata, tiene ostaggi per far campare e toglie, lentamente ma anche non, la gioia di vivere. La soluzione, quando possibile, è non diventare dipendenti da un ingranaggio perché il lavoro, in realtà, priva di una cosa preziosa che è il tempo per se stessi.

Questo concetto non tocca chi svolge un mestiere che ama perché sentirsi gratificati dalla propria occupazione, è un aspetto che consente di lavorare con minor frustrazione; casomai, costui deve guardarsi da una società che nei fatti non agevola chi mette passione nelle proprie cose ed è costretto a fare quel tanto, ma non di più. Diversa e più complicata, ovviamente, la vita del disoccupato. Se non hai prospettive, va bene qualsiasi cosa, ma una cosa qualsiasi non va bene perché quello è il momento in cui si diventa schiavi.

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Schiavi, che parolona. Schiavi digitali, raggiungibili in qualunque posto e in qualunque momento, magari solo per ricevere su whatsapp un messaggio che avverte: sei fuori, non abbiamo più bisogno di te.

La ragazza vicentina ne sa qualcosa. Prima di giungere nella capitale, ha soggiornato a Napoli ed è nella città del golfo che qualcuno gli ha suggerito la soluzione: togliere whatsapp dal telefono affinché nessuno possa avvisarla di un eventuale licenziamento. Non è un piano risolutivo per mantenere un posto, ma è una strategia per confondere. A Napoli son tutti cantanti e filosofi involontari. La ragazza vicentina col suo accento nordico, si sbilancia in una differenza tra lavoratori napoletani e romani, chiarendo che il luogo comune vede il napoletano vivere di espedienti, ma questi sarà comunque sempre occupato in qualcosa; il romano, invece, se può evitare di lavorare, lo fa volentieri. Il romano, quindi, secondo tradizione e credenza popolare, fa nulla, ma lo fa meglio di chiunque, e l’esperienza unita all’applicazione, ne affina la pratica.

In realtà, nel sistema che viviamo, fondamentale è ridurre al minimo la possibilità di errore: chi poco fa, poco sbaglia; chi nulla fa, non sbaglia mai. Il romano lo sa bene. Che cosa ne penserebbe Cesare dei suoi concittadini, non è dato sapere. È già stata complicata la vita dell’uomo il quale avrebbe dovuto guardarsi almeno dal figlio adottivo.

È a proposito di Cesare che nasce il dilemma: il romano è così talmente pigro, da portare il forestiero a chiedersi come abbia fatto Roma a espandersi fino a conquistare un impero.

Sono convinto che, passati due millenni, il Rugantino insito nell’essere romano, ha ancora bisogno di riposare e di rilassarsi dalle vecchie battaglie. Come noi, qui, nella sala di yoga. Le luci si abbassano. Siamo pronti. Silenzio. Gambe incrociate. Om.

 

 


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