2 giugno, Festa della Repubblica

2 Giugno, Festa della Repubblica Italiana

 

Scrivere che la nostra Repubblica è stata concepita nel sospetto profondo, non è una forzatura. Questa è una cronaca fiabesca e un po’ ridanciana del 2 giugno 1946, giorno del referendum tra Monarchia e Repubblica, divenuto Festa della Repubblica Italiana.

2 giugno

Quel giorno accade un fatto strano. Spariscono dei voti, ma non sono voti qualunque. C’è uno che sostiene di aver vinto le elezioni. Non è pazzo e non è uno qualunque, è un re; anzi, è il Re, perché qui, nel paese dello stivale, c’era una volta un Re. I voti spariti sarebbero i suoi. E poi, lui dice che alle votazioni mancano dei territori, tipo la Libia che è italiana, la Dalmazia e altre terre confinanti con l’est europeo e che le preferenze di quei luoghi arriveranno in seguito.

Intanto lui, il Re, ha vinto. Dice lui. E la notizia comincia a fare in suo in giro. Il disegno di sovvertire il suffragio ha il suo epilogo e spuntano nuove schede e altre preferenze. C’è maretta, qualcuno va in puzza (trad. non la prende bene), com’è facile immaginare.

Il dato è tratto, come la vittoria della Repubblica sulla Monarchia. Il Re, senza aspettare l’appello in Cassazione, si reca in esilio in Portogallo.

È la leggenda dei brogli in quel referendum. Studi e rilevazioni recenti, dimostrerebbero che non ci fu alterazione, anche se questo non ha mai convinto le correnti filomonarchiche.

Siamo nati come un popolo che non ama le cose semplici e deve complicarsi la vita. Ergo, siamo un romanzo. No, una fiction. Una tragedia oppure un format epico.

Unità

All’epoca della gita dei Mille (5 maggio 1860), la penisola è un paesotto dalle tinte leopardate che appartiene nel centro nord e nel basso settentrione (fino alla Toscana) al Regno di Sardegna; il Savoia e il Nizza, a ovest, sono di pertinenza franzosa; l’alto est o Pantalone, dell’Austria; il centro è Stato Pontificio, mentre il basso e medio meridione è Regno delle due Sicilie.

Giuseppe Garibaldi, (il duce dei Mille, come lo definì il suo luogotenente Giuseppe Bandi ne I Mille) che comanda i bersaglieri ed è ferito a una zampa, interpretando l’esigenza che lo stivale abbia il suo ruolo d’equilibrio nel continente europeo, si prende l’onere dello sporco lavoro di cucitura. Un sarto? Forse, con la predilezione per le camicie rosse. Fu l’eroe dei due mondi, ma i pressapochisti lo definiscono come un folle che pretese di unire un popolo titanicamente diviso.

In seguito, molto dopo, quell’esigenza di unione fu completata dalla televisione e da Mike Bongiorno, ma è un’altra storia.

L’Italia è unita nell’anno 1861. Unita oppure rattoppata, poco importa, ma ha un buco nel vestito, proprio al centro. Manca di una capitale e l’ideale sarebbe quella città dai sette colli con il fiume che scorre lento.

Lo Stato Pontificio che ne gestisce le sorti non intende cedere, spalleggiato da certi franzosi, ma quella cittadina è nata per essere capitale. Già nei secoli passati pare abbia avuto il suo splendore e il suo usufrutto. Dopo circa dieci anni, le condizioni maturano: dopo un’ennesima sconfitta del terzo Napoleone, la nazionale dei franzosi batte in ritirata lasciando il Santo Padre da solo. Il 20 settembre del 1870 qualcuno apre una breccia (un altro buco), e non è troppo complicato impossessarsi del campo di gioco.

Roma Capitale

Anno 1871, Roma è capitale. È l’Italia, più o meno, con qualche problema di confinamento risolto negli anni da risse e tafferugli.

Gli anni passano. Il Santo Padre (Pio IX) continua a dichiararsi prigioniero politico dello Stato Italiano e proibisce ai suoi elettori di partecipare alla vita del paese, scomunicando addirittura il Re, Vittorio Emanuele detto il secondo.

Il 20 settembre diventa, quindi, festa nazionale, e così è, fino alla stipulazione dei patti lateranensi nel 1929 tra la Santa Sede e il Governo Italiano, rappresentato dal cavalier Benito Mussolini. Quello è il momento in cui anche i cattolici, come i tanti laici che imperversano, sono riaccreditati e possono partecipare all’esperienza sociale…

Il ventennio

Partecipazione popolare in un regime autoritario? Scritta così fa ridere. Il cavalier Benito è vittima di se stesso e anche dell’isteria collettiva creata intorno alla sua figura: quando un duce parla alle masse, è come se parlasse da solo. Risponde a un giornalista tedesco che gli chiede se è difficile governare gli italiani, che non è difficile per nulla: è semplicemente inutile.

Aneddoti a parte, si dice che nessuna cosa come la massa, ti fa sentire esagerata la solitudine. Mussolini, da solo, ci rimane realmente. È una china triste e tragica. La soppressione della libertà di stampa e di quella sindacale. L’autarchia, l’alleanza con la Germania, le leggi razziali. Il conflitto mondiale. La sfiducia del 25 luglio 1943, l’armistizio dell’8 settembre e la Repubblica Sociale, la guerra civile che ne scaturisce e che dura meno di due anni. La Liberazione del 25 aprile 1945 e la fucilazione di Mussolini, tre giorni più tardi, a Giulino di Mezzegra. Infine, il governo provvisorio che guida il paese fino al referendum.

La Prima Repubblica

Seguono una dura ricostruzione e il piano per la ripresa europea (Marshall) sotto la guida centrista della Democrazia Cristiana fino agli anni del miracolo economico. Il paese, politicamente, di fatto è spaccato in due.

Alcide De Gasperi, uno dei padri della Repubblica e primo presidente del Consiglio, in rappresentanza della Democrazia Cristiana e Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano, a capo dell’opposizione, sono le figure principali che caratterizzarono il primo dopoguerra.

Il periodo dal 1948 al 1991 è segnato da quella che potremmo definire l’era di Giulio Andreotti. Sette volte presidente del Consiglio e ventisei volte Ministro. È indubbiamente il personaggio più oscuro e abile della scena politica, fine umorista, oratore impeccabile, implicato in trame macabre e drammatiche.

Gli anni sessanta segnalano l’apertura politica (necessaria) ad alleanze di centro e centro sinistra. Intanto i contadini dal sud continuano a migrare verso il nord produttivo in cerca di occupazione. È un reale periodo di sviluppo e di consumo.

La storia della Repubblica, intanto, passa attraverso referendum fondamentali come quello sul divorzio, che segna la grande vittoria di Marco Pannella e del Partito Radicale. Negli anni settanta si tenta il compromesso storico tra DC e PCI (i due partiti maggiori). Culmina con il rapimento e l’uccisione di uno dei suoi fautori, Aldo Moro, per opera delle Brigate Rosse. È il tempo dell’austerità e delle targhe alterne, del terrorismo e della strategia della tensione.

Negli anni ottanta emerge la figura di Bettino Craxi, chiamato a risollevare le sorti del Partito Socialista Italiano. Personaggio forte e figura controversa, forma un’alleanza con la DC inaugurando il pentapartito. Nel ’92, l’inchiesta sul sistema politico italiano denominata Mani Pulite, coinvolge i rappresentati dei maggiori partiti e in particolare, proprio Bettino Craxi, decretando, di fatto, la fine della Prima Repubblica. L’inchiesta incide in maniera determinante e negativa sulla credibilità e sulla percezione dell’intera classe politica.

 

Siamo ai saluti.

Evviva l’Italia, Evviva la Repubblica!

 

 


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