Storie di qualunquisti anonimi - secondo capitolo

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Storie di qualunquisti anonimi


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Il Cobra aveva due anni più di noialtri, frequentava il Fronte della Gioventù e ci passava i volantini dei suoi amici camerati. In quella scuola mai nessuno era entrato con i volantini del Fronte.

Io e il Bestemmia eravamo incoscienti e ci piaceva sfidare la sorte. 

Un compagno di classe ci indicò come responsabili e altri telefonarono a casa per spaventarci. Una scritta sotto i citofoni, in seguito subimmo la prima sgrullata, due sganassoni e un paio di calci. Eravamo quattordicenni e furono convincenti.

A poco a poco cominciammo a frequentare una sezione fuori zona della Federazione Italiana Giovani Comunisti al seguito di due sottane più grandi che ne sapevano ben più di noialtri sulla vita e lo svezzamento. Che cosa c’entrava la politica con tutto questo? Ovviamente nulla, ma guadagnammo il primo pompino.

Il Bestemmia e io eravamo due mignotte che saltellavano da una parte all’altra, il Cobra frequentava il Fronte e ambienti filo nazi, Archimede era un fricchettone attivista della FIGC. Il Taciturno, invece, era un agnostico convinto sotto qualunque punto di vista.

 

Il 16 febbraio 1980 fu una data che cambiò per sempre la nostra adolescenza. L’apertura della linea A della metropolitana collegava le zone periferiche con il resto della città.

Il centro storico si faceva passerella per il sabato pomeriggio e gli altri giorni feriali. Lo struscio per Via del Corso e la puntata davanti le vetrine del Charro dov’erano esposti i camperos originali, erano tappe inevitabili perché a quell’età non contavi nulla senza i camperos originali e io vendetti l’oro di famiglia per quelle calzature.

Era arrivata l’ora di cambiare le suole delle nostre scarpe, giuste sì per il portone ma per continuare a viaggiare occorrevano stivali ferrati!

Non ricordo dov’ero quando giunse la notizia della strage nei cieli di Ustica il 27 giugno del 1980, del resto ancora oggi non abbiamo afferrato come andarono le cose. Ricordo però che il 2 agosto 1980 ero in salotto. Avevo terminato la colazione e mi preparavo a scendere in strada per una partitella di pallone come di consueto. Il sole era alto e picchiava forte imprimendo ancor più indelebili le immagini dell’edizione straordinaria del tg1. Gente che tornava a Bologna nel fine settimana, gente che se ne partiva per le vacanze. Una deflagrazione e non esisti più, sparito.

Ricostruirne la trama dell’attentato alla Stazione di Bologna è operazione complessa per via che i gruppi eversivi e le bande criminali hanno rappresentato la sutura con i settori del servizio segreto. Le chiamavano Stragi di Stato, strategia della tensione, cioè, ti devi preoccupare per un pericolo imminente. 

Il 1983 fu l’anno della rivelazione per Archimede perché la rivista americana Time elesse il computer personaggio dell’anno e l’amico ne rimediò uno, se ne impratichì fino a diventare tra gli elementi più affidabili del quartiere.

Il Taciturno divenuto maggiorenne fu colpito dal mito del finanziere e giocherellava insieme al Cobra - che aveva il padre funzionario di banca - in borsa, cominciando con qualche spicciolo e, dato che la fortuna baciò loro il culo, riuscirono per un po’ a galleggiare.

 

A quei tempi avevo qualche passione. Amavo la musica e il calcio. Mi chiamavano come un attaccante del Real Madrid. Il mio cognome era ed è ancora Santini e così a causa di quel vizio di popolo a cui facevo riferimento per tutti ero Santillana.

Si giocava sul marciapiede, su uno spiazzo, in uno slargo, in un parcheggio. La partita durava dalla mattina alla sera, all’ora di pranzo terminava il primo tempo e nel pomeriggio iniziava il secondo. All’epoca vinti e vincitori si ritrovavano alla Tavola Tiepida da Elvezio, proprio sotto casa. Una pietanza appena uscita dal forno non c’era mai, questa la sua vera esclusiva: Elvezio cucinava solo piatti da riscaldare nei giorni successivi. Facevamo merenda con i supplì intiepiditi e il chinotto ghiacciato. Le tovaglie, i sedili, i tavoli: ogni particolare era intriso d’unto e la bottiglia di chinotto sgusciava via se non la si teneva dal basso. I tovaglioli passati dalla rosticceria erano impregnati dal fritto dei supplì.

Elvezio aveva un tono di voce nasale e metallico ma i modi erano di ossequio eccessivo tipici di chi ama il contatto col pubblico. Ci piaceva e noi piacevamo a lui, forse anche perché eravamo un carico di ragazzini con le saccocce piene di soldi spicci. Il locale era ampio, le panche tipo vagone del treno e i tavolini in mezzo, perciò ci si accomodava anche in otto. Dietro il bancone, Elvezio teneva un grosso televisore sempre accesso. All’inizio di ogni tg si creava un religioso silenzio perché ci si aspettava sempre qualche catastrofe imminente. Si sentiva solo il rumore delle mandibole e i versi delle nostre bevute ineducate.

In quegli anni i telegiornali erano condotti da giornalisti uomini. Anche i tre canali della tv nazionale erano suddivisi in base all’indirizzo politico del paese rispecchiandone le percentuali. Nei primi anni ’90 le tre reti nazionali furono affiancate da reti private alimentando la concorrenza. Nello stesso periodo si moltiplicarono le giornaliste alla condizione dei telegiornali e noi nel tempo restammo attaccati a quello schermo di pizzeria testimoniando il cambiamento. La notizia ci parve più gradevole ed efficace.

Internet rappresenta un’integrazione a tutto questo perché per quel che riguarda noialtri, un decennio dopo ci iscrivemmo al Forum Nazionale e da allora partecipiamo attivamente in qualità di votanti al Campionato Italiano delle Giornaliste Televisive. Non so spiegare se sia una tendenza ma è una nostra mania. Ognuno ha una sua preferita e fa il tifo per lei. Perché una telegiornalista?

Avvenenza a parte, la giornalista di tg rappresenta l’antitesi alla velina o alla papera o meglio, al prototipo di donna che un uomo di potere tende a plasmare, clichè che evidentemente molti preferiscono.

Io faccio il tifo solo per Manuela Moreno del tg2. Non starò qui a tessere le lodi della mia amata, dico solo che il mio è un tifo feroce. Assistiamo ai tg, votiamo e ci scontriamo sul forum.

Ci ha unito, recentemente, una notizia. Cioè, ci tocca di rimbalzo. Non so se la prima giornalista a commentare sia stata proprio la Moreno ma ne parlai con Archimede il quale anche lui era rimasto colpito. Nei giorni successivi si aggiunse al dibattito il Bestemmia, rimasto sveglio la notte a guardare la sua prediletta prima di addormentarsi.

Si trattava di un approfondimento riguardo a un politico entrato sulla scena negli ultimi anni, l’onorevole Andrea Franzoni. È una nostra vecchia conoscenza, nei primi anni lo chiamavamo Passepartout, poi, retrospettivamente, in base allo sviluppo dei nostri rapporti con lui, divenne l’Infame.

Conoscemmo l’Infame dentro una sala corse. Era amico di Brando, uno cresciuto con noialtri e che oggi vediamo saltuariamente a causa del lavoro.

L’Infame era il tipo che si entusiasmava con gli aneddoti sulla delinquenza e su qualunque fatto o misfatto.

Per esempio, la delinquenza a Roma era di esclusiva pertinenza della Banda della Magliana ma erano tutti presi dal terrorismo e in questo contesto il crimine passava in secondo piano. Oltre ai romanzi e alle riproduzioni televisive, io ricordo le cazzate della gente che sosteneva di conoscere un tizio che ne era lontano congiunto.

Ascoltavi storie tipo quella di un affiliato seduto al tavolino di un bar, quando qualche pisciata d’acqua versata da un condomino che stava innaffiando i fiori, coglieva proprio la giacca di velluto del malandrino il quale, fuori di sé, entrava nel portone col ferro in pugno alla ricerca dell’annaffiatore.

A quel punto, sempre interveniva un parente del narratore della leggenda, un tizio che sapeva parlare ai malandrini e che riusciva eroicamente a calmare le ire del bandito il quale, al termine, gli offriva pure un brandy e divenivano amici.

 

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© ENRICO MATTIOLI 2017




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