Storie di qualunquisti anonimi - capitolo otto



Storie di qualunquisti anonimi


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Era un veglione di capodanno. Tenevo in mano una birra messicana schifosamente leggera e me ne stavo a guardare la gente ballare.

Una biondina con i capelli a casco ballava con un ragazzetto. Lui era un tronco che poteva muoversi solo se abbattuto, lei teneva il ritmo di chi fa lo step in palestra. Entrambi meritavano di morire e se ne fregavano della musica.

Il DJ mandava Spirits in the material world e non era bello svilire i Police ballando in quel modo.

Allo scoccare della mezzanotte tutti erano in pista, ormai. Eravamo rimasti io e un tizio che alternava bicchierini a rigurgiti alcolici.

 

- Non balli? - gli chiesi.

- No. Non mi piace.

- E allora perché sei qui?

- Per bere e per guardare gli altri – disse.

- Ah… - dissi io.

- Deve essere una segretaria - continuava lui.

- Eh?

- La ragazza che stai guardando, deve essere una segretaria… - ripeté.

- Già, già. Hai ragione. Deve essere una segretaria…

 

Continuavamo a scambiarci occhiate di complicità quando qualcuno era talmente goffo da meritare la nostra attenzione.

 

- Dove ti ho già visto? – chiese lui.

- Non saprei – risposi.

- Io sono un fotografo rock… - bofonchiò da dentro il bicchiere.

- Ah… - risposi - io suono rock e blues, sai…

- Ah, ecco. Tu sei quello dei Fax.

- Sì, sono uno dei Fax.

- Ora mi ricordo. Siete bravi - fece lui.  

- Grazie – risposi.  

- Andiamo a farci una birra e mandiamo affanculo questo capodanno!

 

Uscimmo. Il tizio era Rigatone.

Rigatone sistemava le apparecchiature ai concerti e seguiva il servizio d’ordine, ma lavorava anche in uno studio fotografico e quando andava agli spettacoli cercava di immortalare i musicisti.

Gli capitò di sistemare il computer del figlio di Mc Cartney e rimase folgorato dalla bambinaia. Paul gli disse thank you stringendogli la mano con la destra. Rigatone si pavoneggia raccontando che quelle dita hanno fatto la storia, ma quando gli ricordo che Macca è mancino, lui conclude che vabbè, è la stessa cosa.

Abbracciare Rigatone, seguendo un vago concetto legato alla proprietà transitiva, per me è come abbracciare Lennon che abbracciava Mc Cartney il quale ha dato al mano a Rigatone. È l’unico contatto che ho con John.

Rigatone ricorda della rissa col chitarrista dei Simple Mind che lo sputò perché lui non fece passare una di Ostia Lido, amica del musicista. Rigatone si vendicò sputacchiando nella macedonia di frutta sistemata nel camerino del gruppo. O dell’autista di Madonna, che per farsi largo sgommava tra la gente che attendeva fuori del palazzotto, sfiorandola di un niente.

Evoca la pacatezza e la gentilezza di Gilmour, l’uomo che camminava a qualche centimetro da terra sottobraccio alla corista. Ricorda i musi mummificati di Mick e Keith, rugosi per la vita intensa di una pietra rotolante. E ancora le stranezze di Prince e la tensione del gruppo di Michel Jackson.  

Quel che a Rigatone rimane impresso in modo indelebile sono i corridoi spogli e interminabili nei sotterranei dei palazzetti, i camerini spartani o extra lusso, secondo le esigenze e i capricci delle stelle. E le stelle che lontano dai clamori del palco, rifugiate nei propri stanzini, sono persone assolutamente umane, chiuse tra vizi e virtù, ghiribizzi, intuizioni e facili ascolti.


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© ENRICO MATTIOLI 2017




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