Stelle di polvere - capitolo due

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Il mio cognome ha origini campane, ma i miei nonni si trasferirono a Roma dopo la guerra. Aldo, mio padre, responsabile risorse umane alle Poste Italiane, aveva lavorato in Sardegna, Lombardia, Marche, e durante una villeggiatura a Londra conobbe Marina, mia madre. Lei era di San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna.

Era l’estate del ’67. Aldo osservava divertito gli impiegati inglesi sverginati dal sole a Golden Square, ma a Marina piacevano i Rolling Stones e il loro fu lo scontro di due asteroidi. Passata la vacanza, rimasero in contatto e continuarono a frequentarsi; dopo circa un anno mio padre avanzò la sua proposta di matrimonio.

Londra era lontana, ma il fantasma del vecchio William continuava a battere colpi: mio fratello Enrico (così battezzato da Marina per il dramma di Shakespeare) nacque ad Ancona nel 1970, quando papà lavorava nelle Marche, poi il ritorno a Roma. Il ponentino della capitale, però, era spazzato dalle pressioni provenienti d’oltremanica. Ad affermare la supremazia nelle scelte, come un marchio sulla sua stessa carne, è chiaro il motivo per cui Marina, la donna che ci partorì con dolore, mi chiamò Riccardo.       

Mamma, laureata in lettere classiche e moderne, non risparmiò la passione per la letteratura inglese nemmeno al gatto di casa. Otello, il micio, era il terzo figlio.   

Quell’estate, come di consueto, dovevamo recarci a San Lazzaro dai nonni materni, ma zia Sonia, la sorella di mamma, stava partorendo e l’interesse di tutta la famiglia era catalizzato dall’evento. Si optò all’ultimo per una villeggiatura sulla riviera adriatica. Prima della partenza i miei si recarono qualche giorno in Emilia, in visita all’adorata zia Sonia.

Mio fratello e io fummo lasciati a Roma con i nonni paterni, nella casa in cui era cresciuto papà e dormivamo nella sua stanza. Ci riempivano di aneddoti su mio padre da giovane e io fui sorpreso nello scoprire che anche lui era stato un bambino.   

Era l’estate del 1980, fine luglio e li aspettavamo per partire. Una sera telefonò la nostra mamma per salutarci rassicurandoci che lei e mio padre sarebbero tornati l’indomani per recarci al mare.

 

Fu l’ultima volta che sentii mia madre.

 

Un autotreno proveniente dalla Germania provocò un incidente sull’autostrada invadendo la corsia opposta. Sette i morti, tra i quali i miei genitori.

Ho ricordi confusi di quella giornata. Il telefono trillava di continuo, a casa c’era una processione di persone che non conoscevo, il giorno seguente giunsero dei parenti. Non riuscivo ad alzare la testa, avevo l’impressione che il mio collo si fosse incavato dentro il torace provocando delle forti pressioni. Era proprio un dolore fisico e per qualche tempo provai del rancore verso i miei a causa del loro abbandono. Mi sembrava un gioco crudele, uno scherzo immotivato. Non si fanno queste cose ai bambini.



 © ENRICO MATTIOLI 2017




© Enrico Mattioli 2017