Stelle di polvere - capitolo tre



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I guai nella mia carriera ebbero inizio in un teatro della lontana Este, provincia di Padova, per via di uno spettacolo dal titolo Confessioni di un’attrice d’insuccesso, in cui si portavano in scena le angherie subite da una ragazza di belle speranze. Io recitavo la parte del maestro che dalle attrici cercava una collaborazione fisica.

 

Mia adorata...

Caro, carissimo...

Che tesora che sei...

Oh maestro...

Ho letto il tuo monologo l’altro giorno...

Davvero?

Tu sei un genio!

No, voi siete un genio, maestro.

Ma no, tu sei un genio, tesora.

Noooo!

Sì… e non mi contraddire, cattiva!

E vabbè...

Però il monologo tuo lo firmo io!

Nooooo...

Sì!

Ma noooo...

Sì, se vuoi lavorare...

Voi avete un grande estro, caspita che estroso che siete, maestro!

E ma come ti permetti: io ti faccio lavorare!

Davvero?

Ma sì, proprio perché sei un genio!

E sei io sono un genio allora voi siete stupendo!

No, così mi fai arrossire... ma perché mi dici questo?

Perché mi fate lavorare!

Ma solo perché mi sei tanto cara: la più cara di tutte!

S’è fatto tardi, maestro. Io devo andare.

Ma dove vai?

Perché?

Passa con me la notte e ti faccio vedere le stelle!

Ihhhhhh... A stro logo!

Ma no, sono solo figlio delle stelle, io, figlio della notte...

Sì, maestro, siete proprio un figlio, voi, il più grande di tutti!

Beh, il più grande no, sono figlio unico, mia cara…

Meno male, maestro…

Come dici, tesora?

Dicevo che siete unico, maestro.

Oh, piccola, ma tu così mi aduli…

Ah, maestro, io adulo l’estroso che non siete altro…

 

Non era certo il miglior dialogo nella storia del teatro, però divertiva. Il regista, Bartolomeo Alfonsi, non pagò l’attrice Maddalena Lola e neanche a me, sostenendo che c’era stato un equivoco sui nostri accordi, ma che se lo spettacolo avesse avuto ancora più risonanza, come lui si aspettava, noi avremmo avuto solo da guadagnarci.

Andò che lo presi a spintoni, ribellandomi. Lui, robusto più delle sue virtù, restò incastrato nella sedia e mi maledisse. Si diffuse ai posteri l’immagine di questo tizio che tentava di rialzarsi senza che nessuno lo aiutasse e io ebbi dei problemi a trovare nuovi spazi.

Avevo un rapporto cordiale con Maddalena Lola. Pochi mesi dopo, ci ritrovammo in un cabaret pub a Milano, dove lei aveva degli agganci. Era una commedia giocata sull’equivoco. Lola aveva un timbro di voce molto basso e faceva la parte di un transgender.

Mary, sinceramente interessata alla mia carriera, si preoccupò oltremodo dei pettegolezzi giunti fin nella capitale e credette che Lola fosse un trans. La sua apprensione mi divertiva e io non chiarii l’identità della mia collega. Una notte al telefono, dopo lo spettacolo, Mary mi angosciò col moralismo. Era tardi, la testa mi scoppiava e io cominciai a scherzare sulle sue vulnerabilità.

- Sono preoccupata, Rick. Stai facendo una cosa volgare, sprechi il tuo talento.

- Senti Carmela…

- No, Rick, non sfottermi con la storia di Maria Carmela. Quello è soltanto un nome sulla mia carta di identità. Lo sai che ci soffro!

- Sei un trans inconscio, Mary.

-  E tu sei uno stronzo, Rick e sei cattivo. Sei uno stronzo cattivo!

 

Carmela, cioè Mary, in realtà non se la prese più di tanto, cercava solo di attirare attenzioni col vittimismo. Si mise in testa che avrebbe dovuto aiutarmi a dare una svolta alla mia carriera e mi volle presentare una persona da lei frequentata. Incontrai Alberto Sapone nel corso di una cena nefasta organizzata in suo onore da Mary.

Alberto e Mary si erano conosciuti durante una vacanza a Formentera. Lui era un attore. Deluso dall’insuccesso artistico e pressato dalla rispettabile famiglia, aveva deciso di sfruttare la laurea e diventare impresario. Mary, affascinata da qualsiasi persona gravitasse intorno al mondo dello spettacolo e con la tendenza a troncare i nomi di chiunque, lo convinse che Al si abbinava perfettamente - Echeggia, è come se fosse Al Capone, solo che tu hai la esse – al suo cognome, Sapone: gli disse.

In quella vacanza era presente anche Willy, il quale si sentiva trascurato dalla cugina e mal sopportava il suo interesse per le faccende di uno sconosciuto come era Alberto. Al e Willy non legarono mai, pure se non si scontrarono fino alla sera di una festa.   

Al aveva creato una piccola scuderia di artisti e Mary si occupò della targa del suo studio. Poi, organizzò un party nella casa dove viveva con Willy. I due cugini non dividevano solo un appartamento, vivevano all’unisono.

Mary distribuì a ogni invitato delle magliette con la foto di un sigaro fumante che dava, come sosteneva lei, la sensazione di brusco e losco. Sotto la foto del sigaro, la scritta Al Sapone, avvocato e agente di spettacolo.

Mary stava ricevendo complimenti riguardo alle t-shirt e alla riuscita della serata. Eravamo una trentina di invitati, io e pochi altri con un ruolo ancora indefinito nell’ambiente dello spettacolo, mentre il resto dei presenti aveva una vita normale e un lavoro stabile.

Ci trovavamo nell’ampio salone allestito per la festa. Willy relegato al ruolo di barman, era imbronciato. Mary andava e veniva con il bicchiere vuoto, sostenendo scherzosamente che fosse bucato. Lui le lanciava sguardi sdegnati. Nonostante i tacchi alti, si capiva che il motivo per cui Mary non riusciva a restare in equilibrio, era un altro. All’angolo della stanza, c’era un leggio di legno su cui noi, supposti intrattenitori, ci avvicendavamo per animare la sera. I più acclamati erano i versi selezionati da Thomas, ma subito si scivolò nella gara di barzellette e noi attori di belle speranze divenimmo spettatori.    

Mi appartai con Floriana, scherzando sulle nostre rispettive magliette. Mary se ne accorse e un po’ per gelosia e anche con la scusa di non sottrarla al resto degli invitati, la portò via chiedendole Oh, maddai, tesssssoro, raccontaci di quando hai incontrato Scorsese.

 

Osservavo Flo andare incontro agli amici sottobraccio a Mary e con la mano le lanciai un bacio di addio, mentre Mary gliene stampò uno sulla bocca perché fosse chiara a tutti la situazione.



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 © ENRICO MATTIOLI 2017



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