La rivoluzione che non c'è - secondo capitolo

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Avevo un computer con il processore a vapore, investii su me stesso e comprai a rate un pc nuovo di zecca, moderno e funzionale.

Nella nostra comunità i problemi cominciarono quando al mercato rionale, tra il banco di Tony Lacacca e quello di Quirino il macellaio, trovò posto il banco della banca. Gli addetti incantavano con le proposte finanziarie e quasi tutti ci ubriacammo di sigle, promesse, percentuali favorevoli.

Io ottenni un piccolo prestito a tasso gambe aperte, per pagare la nuova macchina computerizzata e anche per pagare Brando. Quando serviva il grano, ti bastava sentirne l’odore e non badavi alle carte scritte e firmate.

Tutti cominciammo a chiedere: l’idea di quel banco in mezzo agli altri banchi dove tutto il quartiere faceva almeno un giro al giorno, ci diede una dimensione diversa degli istituti di credito. I proprietari dei chioschi, nell’ipotesi più conforme, avevano la licenza elementare e il chiosco rappresentava l’unica fonte di sostentamento.

Io scelsi il pc nel nuovo rivenditore del quartiere che aveva la sede in piazza. Giunse il momento in cui dovevo mettermi al lavoro e la nuova macchina si bloccò. Il mio amico Peppe Scappa, appassionato anche di tecnologia, decretò che la macchina non supportava il nuovo sistema rivoluzionario, oppure che il nuovo rivoluzionario sistema non sopportava la macchina. Lui mi prestò un cd che serviva per individuare gli errori nel sistema e io scoprii che la macchina dava ben cinquantadue errori in fase d’avvio.

Mi recai dal negoziante. Costui, dopo che io gli mostrai gli errori appuntati su di un foglio, alzò le spallucce e mi disse di rivolgermi all’assistenza, perché loro erano solo una filiale e non gli competeva occuparsi di queste cose. Spettava all’assistenza perché l’assistenza era il marchio e io la garanzia l’avevo sul marchio.

Il numero si trovava sul libretto di garanzia. Telefonai. Dall’assistenza mi chiesero le generalità e attesi qualche altro minuto. Intanto, squillò il cellulare. La dottoressa del centro trasfusioni m’informò circa le analisi.

 

- Lei ha l’epatite nel sangue.

- È sicura?

- Faremo un ulteriore controllo e poi non ci saranno più dubbi. Telefoni in segreteria per un altro appuntamento.

 

Attaccò. Restai perplesso. Presi la cornetta del fisso.

 

- Salve. Come va?

- Bene. Cioè, ultimamente, ho avuto dei problemi.

- Mi dica.

- Mah, il fegato. Cioè, dalle analisi, sarebbe che ho contratto l’epatite.

- Che c’entrano le patate?

- No, ho detto epatite.

- Avevo capito le patate.

- No, in un primo momento anch’io avevo capito che si era trattato delle patate, ma la dottoressa ha specificato proprio epatite.

- Senti, sfigato, non mi frega un cazzo dei tuoi problemi. Io sono il tecnico e tratto solo di computer.

 

Gli spiegai i fatti. Mi disse che il problema era da ricercare nel programma Roxanne che non era compatibile con il sistema. Chiesi al tecnico: - Com’è possibile che mi sia stato venduto un programma non compatibile con il sistema operativo?

Il tecnico rispose: - La colpa è del produttore, ma tutto tornerà a posto disistallando il programma. Arrivederci.

 

Disistallai il programma. Gli errori in fase d’avvio crebbero. La macchina entrò in coma. Richiamai ancora. Un altro tecnico, mi rivelò che riguardo all’incompatibilità del cd con il sistema, non era possibile per la casa madre cadere in un errore talmente stronzo, ma che la responsabilità era da attribuire proprio al negoziante il quale arbitrariamente aveva inserito il programma nel sistema. Esasperato, tornai al negozio. Il direttore non c’era e me la presi con un dipendente che, poveraccio, non sapeva cosa dire.

 

- Dimmi dov’è il tuo capo o ti attacco l’epatite!

- Che c’entrano le patate?

- Ho detto epatite.

- Oh, mi scusi, avevo capito le patate.

- Non tenti di cambiare discorso con me. Dov’è il boss?

- Davvero non lo so.

- Io ti spacco tutto!

- Non lo faccia: è il mio primo giorno di lavoro.

 

Mi mossi a compassione e il tempo passò. Attendevo i dischi. A un mese dall’acquisto io non avevo scritto niente. Saltarono due concorsi e altre attività collaterali. Il mio editore iniziava a spazientirsi.

 

- Ti blocchi proprio ora? - Disse Brando.

- No, è che me ne stanno capitando di tutti i colori!

- Aaa… fidati di me. La tua è solo paura proprio adesso che grazie a me, hai trovato una tua visibilità… è accaduto anche ai migliori, sai? Sei solo depresso.

 

Sfiduciato, me ne andai dal dottor Mitraglia. Dopo le mie perplessità iniziali dovute ai pettegolezzi della gente del posto, avevo preso confidenza col dottore anche per quell’attitudine all’ascolto che la sua professione gli conferiva. A volte accadono delle cose che richiedono il massimo riserbo e quell’ambiente non era certo composto di gente con la bocca cucita.

I dubbi sulla paternità alimentavano la mia frustrazione, le cose tra la ballerina Doroty e me, cominciavano a traballare, anzi, non si ballava proprio. Chi sosteneva che tutto dipendeva dal sesso? Proust? Forse era Prost. Frost. Faust, Forst. Il problema era serio ma il dottor Mitraglia si occupava di tutto, sessuologo, analista e parapsichiatra.




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© ENRICO MATTIOLI 2017






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