La città senza uscita - terzo capitolo

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La città senza uscita


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Arrivo alla scala mobile e salto gli scalini a tre a tre. Sono al piano terra, mi guardo intorno e ho l’affanno. Raggiungo l’uscita carponi, tenendo una mano sulla milza. Il cuore sta per vomitare fuori dal torace, dalle vetrine vedo le mie pupille dilatarsi e rimbalzare sugli specchi per poi scintillare come dei fuochi d’artificio. Impossibile capire quale sia l’originale tra le estensioni che mi deformano: sulle pareti e sui soffitti, va in onda questo mio orrendo muso deturpato, simile a tante immagini che compaiono ed esplodono e poi appaiono ancora da un’altra parte. Tutto è saltato nella mia testa.

Arrivo al parcheggio. Non c’è nessuno adesso. Sul cartellone luminoso è segnata l’una del pomeriggio. Se esatta, il turno sarebbe finito. Dovrei tornare al lavoro per timbrare il cartellino in uscita. Prima mi distendo sulla panchina. Sono tutte libere, all’ora di punta pure i clochards vanno a curare le proprie relazioni.

Ho i brividi e tremo. Esce Norma con la figlia e tirano dritte allo stesso modo con cui si ignora un raccapriccio. Le segue Peppa che si ferma. Si toglie gli occhiali da sole per verificare che sia proprio io lo straccio disteso sulla panca: - Canapone, ma che ti droghi?

La guardo ebete e poi scappo a timbrare. Timbrato, scappo ancora. Non ho voglia di andare a casa e non ho nemmeno sonno. Avverto soltanto la necessità di perdermi, sporcarmi. Devo camminare, consumare le scarpe sugli orizzonti di catrame dell’urbana miseria. Ho la gola secca. Lungo ogni reparto ci sono dei bar dove non si va a fare merenda. Sono lontani dalla tua abitazione, dal tuo posto di lavoro, dalla gente chi ti conosce; situati in un posto qualunque, arredati in modo anonimo, desolanti e perfetti per affogare dentro un bicchiere. Il barista non fa domande e gli astanti hanno uno spiccato senso dell’indifferenza, ognuno troppo impegnato a naufragare nella propria malinconia. Si entra per stare in solitudine, del resto. Sono i peggiori bar della città e anche in ciò vi è una prosa pubblicitaria già sputtanata dalle canzoni, dal cinema e dai libri. L’arte e la pubblicità si alimentano di un amore chiacchierato ma fruttifero. Esiste un senso artistico anche nel fallimento.

Ecco che c’è in fondo a un bicchiere. Un puzzo di pensieri vomitevoli che si intasano nella tua testa fino a spingerti più in basso ancora. Sono appeso sullo sgabello del bancone come un qualunque pennuto sul proprio trespolo. Chi entra e chi esce, tutti a testa bassa a nascondere un’identità che l’altro non intende violare in alcun modo. Ci incontreremo al prossimo bar fingendo di non riconoscerci, nascosti dentro facce da guai, ognuno a consolare una pena, a cambiarne la rima, a far scivolare la vita.

L’inconscio agisce come un pilota automatico. Non esiste altra spiegazione. Avevo bisogno del silenzio, una camminata in un posto tranquillo. Siedo sulla panchina immersa tra i pini a ombrello per smaltire lo stordimento dell’alcol. L’immersione totalizzante nel lavoro fa in modo che si perdano anche i contatti. Gli orari modificati, le levatacce, il sonno da recuperare, gli anni che passano, le abitudini e la pigrizia, rubano la voglia e l’entusiasmo e tu diventi un disperso, nessuno riesce a contattarti, la solitudine è uno stupefacente da cui non ti puoi staccare, ti fa male ma ne hai bisogno. I tuoi amici stanno affogando in un altro bicchiere. Rimangono solo quelli che non ci sono più.

Peppe Vacca è sepolto nel reparto C12 successivo a quello dove mi trovo io. Mi avvicino con prudenza, scrutando come un ladro per vedere se ci sia la moglie. Non ha mai voluto sentire le mie ragioni, se l’è presa con tutti quelli che lei ritiene non abbiano aiutato il marito. 


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 © ENRICO MATTIOLI 2017




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