La città senza uscita - capitolo quattro



La città senza uscita


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È fine giornata e sono in cassa insieme a Marta, la sindacalista anomala. Il suo uso invertito degli ausiliari mi fa sorridere. Inventai, con malcelata presunzione, una leggenda secondo cui lei era rimasta fulminata dopo la lettura del saggio di Fromm, Avere o essere?, certo che la sua risposta mi avrebbe regalato ulteriori spunti di derisione; invece, Marta mi spiazzò limitandosi a replicare che la tua, Canapone, ha tutta invidia perché ti sono presa la poltrona tua. L’importante ha parlare semplice e chiaro e farsi capire da tutti!

È la sintesi della comunicazione, in effetti. Riguardo al passato sindacale ero molto vulnerabile e non fui capace di ribattere.

File enormi e affluenza senza sosta, oggi, perché il personale è ridotto a causa delle malattie. È stata dura, ma abbiamo quasi terminato il turno. Risulta complicato lavorare a fianco di Marta perché è capace di andare avanti per un intero pomeriggio con domande inopportune. Tutto ciò avviene con la clientela intorno a noi che ascolta, ridacchia e interviene.


- Canapone, insomma, ma perché non ti hai sposato?

- Marta, sono le sei del pomeriggio, è tutto il giorno che mi tartassi con queste domande!

- Forse non ti piace la femmina?

- Marta, per favore, c’è gente.

- Anche se uno è frocio non c’è niente di male - si intromette una signora in fila alla cassa di Marta.

- Eh no, c’è poco da stare allegri se uno non gli piace la femmina - le risponde la collega.

- Marta, per favore, non sono gay: è chiaro?

- Eh, ma non lo dica con questo tono… - continua la signora in fila.

- E sì, il tono – fa Marta – vabbè, fammi stare zitta che ha meglio!

- Oh, meno male - concludo io.


Giunge l’annuncio di chiusura. Abbiamo smaltito le file, attendiamo gli ultimi clienti per procedere con i conti di fine giornata.


- Canapone, lo vuoi un consiglio?

- No.

- Ah, così rispondi a una persona che si preoccupa per te?


La sua faccia è realmente afflitta e per evitare che finga un malore e mi lasci da solo in cassa le rispondo: - Marta, scherzo: dammi pure questo consiglio.


- Perché non ti sposi con la direttrice? Secondo me ti odia perché ti ama. E poi ci faresti un favore a tutti quanti.

- E quale sarebbe questo favore?

- E quale sarebbe? Tu non capisci mai: Canapone, quella ha il nervoso, pensa troppo al lavoro, e poi fammi stare zitta!


È tra il mentre della sua ultima parola e il mio silenzio che ci ritroviamo entrambi con una pistola puntata alla tempia: - Non vi girate, mettete le mani in vista, aprite i cassetti o vi facciamo saltare la testa - ci dice una voce calma ma perentoria alle nostre spalle; il freddo della canna sulla testa non è una novità per me, ma produce sempre lo stesso effetto: convince.

Sono in due, riesco a vedere solo quello dietro alla cassa di Marta, un tizio basso con un cappello da baseball e la sciarpa che gli copre il viso.  Svuotano i cassetti e fuggono per il centro commerciale. Tutto si svolge nel tempo di un minuto scarso. Nessuno si accorge di nulla. Avvertiamo l’ufficio e la direttrice si precipita alle casse. Lei invita i clienti rimasti a lasciare la merce perché non abbiamo più contanti per il resto, scusandosi per l’inconveniente. Ci chiede di fare ugualmente la distinta per verificare l’ammanco. Arrivano le forze dell’ordine per le domande di rito, il numero dei rapinatori, una descrizione, frasi pronunciate e altre arguzie.

La direttrice si mostra comprensiva e preoccupata, ma sta arrivando Guidozzi. Non saluta e non si informa sulle nostre condizioni emotive. Parla brevemente con gli agenti e poi urlando ci chiama tutti e tre in ufficio. Direttrice, Marta e me.


- Santo cielo, avevate le casse piene di banconote!

- Siamo stati tutto il giorno in due soltanto, è normale che l’incasso sia stato elevato - intervengo io.

- Canapone? Lei parli quando è interrogato.

- Io ho avuto una pistola puntata in testa, ho il diritto di chiederle perché non c’era la vigilanza, visto che queste cose accadono sempre quando siamo senza protezione.


Lui neanche mi risponde e si rivolge alla direttrice: - Signorina? Mi spiega perché questi ragazzi non fanno i prelievi? E quando li fanno, sono così alti? Non mi ero raccomandato di effettuare più prelievi nel corso della giornata proprio per evitare di avere troppi contanti in cassa?

- Abbiamo avuto dei problemi ai canali della posta pneumatica, ho chiamato la sicurezza ma sto ancora aspettando l’intervento.

- E lei doveva sollecitarli, chiamarli fino a stancarsi!

- Dottore - prende parola Marta – io ho passato un brutto momento e sentire lei che se la prende con noi non è proprio una bella cosa.

- Mi ascolti bene, cara signora: non  basta una rapina per ottenere la mia compassione. Io giustificazioni non ne regalo. Piuttosto cominciate a seguire le procedure, che a me sembra ci sia ancora troppo pressapochismo in materia. Chiaro? - Si rivolge poi, direttamente alla direttrice: - Signorina, io credevo di essermi spiegato. Evidentemente, sbagliavo. Ora lei mi costringe a prendere dei provvedimenti. E comincerò proprio da lei.

- Più che giusto, me ne assumo la responsabilità - risponde.

- Ma quale giusto - intervengo io colpito da antichi impeti sindacali, rivolgendomi alla direttrice - gli dai anche ragione?

- Canapone, stia zitto e non si permetta di contraddire - replica lei con mia totale sorpresa - e soprattutto, rifletta sulle vostre negligenze di dipendenti perché se ognuno di voi cercasse di migliorare un poco ogni giorno, certe cose non accadrebbero.

- Ottimo, direttrice, ottimo - le fa eco un Guidozzi eccitato.

- No, ma tu stai delirando - dico io alla mia superiore.


Estasiata dall’elogio di Guidozzi, lei manco mi sta a sentire. Lui continua il dialogo con lo stesso tono, mentre io e Marta stiamo per uscire dalla stanza: - Signorina, non la prenda male, ma io devo punirla per il suo bene. Mi ascolti, impari a conoscermi: io nelle umiliazioni ci vedo anche una quintessenza mistica, pensi che le rivelo! Un giorno lei si ricorderà dei miei provvedimenti, e mi ringrazierà.

- Ne sono certa - risponde fomentata la direttrice.

 

Finito il turno, faccio la strada con Marta fino al parcheggio. Lei è allibita da quanto abbiamo ascoltato.

 

- Sei sentito, Canapone?

- Eh sì, ho sentito.

- Pensavo di stare dentro a un’allucinazione.

- Beh sì, è la commedia dell’assurdo.

- Eh?

- Lascia fare.

- Ma Canapone, tu pensi che loro se la prendono la droga?

- La cosa preoccupante, cara mia, è che secondo me sono sobri.

- Eh?

- Sono lucidi, non prendono droghe e non bevono. Loro sono proprio così.

- Eh sì, pure secondo me. Comunque, io te l’ho detto!

- Che cosa?

- Che la direttrice ti brama.

- Ah sì, certo.

- Guarda che io non mi sbaglio. Ciao, ci vediamo domani.


Ci salutiamo allontanandoci dal ventre del centro commerciale. Ho bisogno di guidare e del mio cd preferito di musica blues. Poi troverò un posto dove bagnare la confusione dei pensieri.



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© ENRICO MATTIOLI 2017





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