LA CITTÅ SENZA USCITA



La città senza uscita


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La città senza uscita è un centro commerciale che ha soppiantato la metropoli. Leopoldo Canapone, addetto di supermercato, è il dipendente con il più alto numero di provvedimenti disciplinari. Terrorizza la clientela suggestionandola con la cattiva qualità dei prodotti, ergendosi a paladino di una lotta alla cultura massificata. Quando il caso gli regala una sterile notorietà, i superiori scoprono che le sue provocazioni fungono da veicolo promozionale. Canapone si trova inserito in un sistema da dove è impossibile fuggire perché il consenso non si può combattere. Il suo momento di celebrità, però, volgerà presto al termine e le vicende lavorative resteranno sospese. Come la vita.


TRAMA

Leopoldo Canapone tira a campare in tale contesto. È invecchiato, ha un passato discutibile che gli viene rinfacciato a ogni passo. Le vicende vissute insieme ai suoi due compagni e colleghi, Giuseppe Vacca e Manolo Lombardoni, continuano a turbare le sue giornate. 

Negli anni in cui la protesta sociale era forte, il gruppo di amici si pose agli estremi. Finito quel periodo, ognuno dei tre ha tentato di farsene una ragione: uno c'è riuscito bene, un altro ne è rimasto stordito, il terzo ha pensato che tutto o quasi gli era ancora concesso. Chi ha tramato contro Peppe Vacca favorendone il licenziamento che lo condurrà fino al suicidio?  

Canappa, come lo chiamano i colleghi, porta ancora il fardello di un pesante senso di colpa, ma è un passato di cui lui ha capito poco e nulla. Lo scorrere del tempo getterà una nuova luce sull'impegno speso, sull'idealismo, sulla natura umana.  

Nel suo stato vegetativo Canapone conserva ancora degli slanci di repulsione. Crede, forse per dare dignità agli anni che furono, di essere paladino di una lotta al consumo indotto e terrorizza la clientela - spesso anche in malafede - suggestionandola con la scarsa qualità dei prodotti. Per questo motivo è il dipendente col più alto numero di provvedimenti disciplinari. I mezzi di controllo sul personale si sono raffinati, la direzione lo tollera isolandolo, ponendolo come il cattivo esempio da non seguire. 

Quella di Canapone è un guerra personale contro il Nix, l'immagine pubblicitaria dell'azienda che non si dovrebbe discutere in alcun modo.

Una casualità fornirà a Leopoldo della fama da quattro soldi, figlia dei tempi che corrono. I rapporti con i colleghi e con i pochi amici che frequenta (su tutti Spider, il pusher del quartiere che per opportunismo comincia ad adularlo convinto che farsi vedere insieme a lui, alimenti il traffico e gli affari), cambiano di colpo. Perfino la clientela, dapprima nauseata dalle sue provocazioni, ora appare divertita. 

L'azienda scopre così che qualsiasi tipo di notorietà funge da veicolo promozionale e la vita di Canapone all'interno del punto vendita diventa morbida e dolce. Lui gode del piacere effimero ma riuscirà a bruciare questo momento favorevole e la sua esistenza tornerà a essere quella di prima. 

Ci sarà spazio per una nuova compassione e per una ritrovata dignità personale che è alla base di ogni individuo. Nella realtà di tutti i giorni, dato che la vita è breve, è complicato passare l'esistenza a lottare contro un sistema cinico, invisibile ma assolutamente vivo e presente. Tenerlo il più possibile fuori dalla propria porta, per quello che ci è dato, è una giusta opportunità.


ASSUNTO

Dopo Avvisiamo la gentile clientela, Leopoldo Canapone torna protagonista di una mia storia. Sono passati gli anni ma lui non è più delegato sindacale, il mercato occupazionale è cambiato, i diritti si sono ristretti così come gli orizzonti dei dipendenti. 

Questa narrazione è più visionaria e surreale, la città descritta non ha una collocazione geografica, potrebbe essere ovunque. È un racconto in cui la dilatazione e l'esasperazione sono i tratti fondamentali. La toponomastica cittadina è sostituita da quella del supermercato, le vie, le strade e  i quartieri lasciano il posto a corsie, corridoi, reparti. Ogni retaggio del passato è filtrato dal revisionismo. Si campa e ci si trascina per mantenere in vita un sistema che ormai è agli sgoccioli.  

Le donne che ricoprono ruoli gestionali sono demansionate da strategie che non lasciano loro spazio decisionale. La strada è già segnata e chi sbaglia passo viene perseguito e umiliato a prescindere dal ruolo. Il resto del personale vive l'esistenza scandita da programmazioni che cambiano di giorno in giorno, di ora in ora, votato a una missione che ha lo scopo di allargare sempre di più l'orario di vendita per coprire le esigenze di una clientela sotto congiuntura e che vede il suo potere di acquisto svanire, dissolversi nella crisi dell'Era del Centro Commerciale. È l'Autarchia, bisogna aiutare il sistema con i pochi mezzi a disposizione, nessuno può esimersi, il cliente è una gallina spennata a cui è rimasta solo la pelle: è a quella che si attacca l'apparato con ogni mezzo persuasivo.    

Al di sopra del carrozzone, c'è un'entità asessuata che si chiama Gruppo o Marchio o Immagine, e chi tenta di infrangere questo cardine non ha possibilità di sopravvivenza. È, appunto, La città senza uscita.


IL CENTRO COMMERCIALE

Se c'è un comune denominatore tra le grandi metropoli, è che le periferie si allargano e si allungano fino a non distinguerne il vertice dall'orizzonte, mentre i centri storici diventano a misura di consumatore. È cambiato il concetto stesso di movimento, il turismo si lega allo shopping.

In queste città, quella che un tempo era la campagna, non prende il posto della periferia ma si trasforma in cemento.

Le metropoli cambiano i connotati per mano di un chirurgo che con l'estetica ha poco a che fare. Tutto è funzionale al consumo.  



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 © ENRICO MATTIOLI 2017




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